Libri tanto amati: Eleonora Sottili e la lampadina nel bicchiere del latte

Foto sottili

(Foto di Eleonora Sottili)

Da ragazzina non leggevo. Ricordo il caldo e i miraggi leggermente tremolanti che si formavano appena sopra la sabbia dalla parte delle cabine, e io inchiodata alla sdraio, affranta, che con i libri per le vacanze provavo a fare quella che Woody Allen chiamerebbe lettura veloce, ossia guardare fissa la quarta di copertina per tirarci fuori il riassunto, sapendo già che a scuola mi avrebbero beccato alla prima domanda.
Un pomeriggio mi capitò tra le mani Cent’anni di solitudine. Accadde qualcosa di straordinario. Il mondo intorno a me, mentre voltavo le pagine, cominciò semplicemente a trasformarsi, e quando chiusi il libro e sollevai di nuovo gli occhi, tutto era diventato diverso. La pioggia era diversa, perché a Macondo pioveva per quattro anni di seguito e io a febbraio guardavo fuori, convinta che tra poco rametti di zafferano avrebbero preso a spuntare sui nostri panni stesi e i pesci sarebbero entrati e usciti dalle finestre nuotando sospesi nella penombra delle stanze. Il ghiaccio nel mio frigorifero d’un tratto era una materia prodigiosa, così come le calamite che con la loro forza di attrazione facevano – lo diceva Marquez e io ero propensa a credergli – staccare gli oggetti dai muri e ritrovare le cose perdute.
Anni dopo amai moltissimo La metamorfosi di Kafka. Anche qui si trattava di un meraviglioso effetto speciale: gli impiegati si trasformavano in enormi insetti. All’epoca lavoravo in un ufficio. Sapevo esattamente di cosa si stava parlando!
Infine Rumore bianco di Don De Lillo: la ragazzina che ha la passione di fare la vittima nelle esercitazioni antincendio, Jack e sua moglie Babette che al supermercato si interrogano sugli imballaggi delle cose prima di comprarle, atterriti dalla raccolta differenziata, il figlio Heinrich talmente fiducioso nelle previsioni meteorologiche da negare la pioggia che gli cade di fronte. E poi tutti gli oggetti, dalla tv alla radio, al tritarifiuti, che ronzano ed emettono strane vibrazioni. Non si può uscire indenni da un libro così sorprendente!
Cominciai a bruciare il pancarré nel tostapane per sentire quello speciale odore di bruciato di cui scriveva De Lillo e ancora oggi ogni tanto penso: in fondo non facciamo altro che procedere verso porte scorrevoli.
Ecco, è questo che voglio dalle storie. Che mi stupiscano, che mi emozionino e accendano la realtà di fronte ai miei occhi mostrandomi cose di cui altrimenti non mi accorgerei, che la illuminino, come la lampadina che Hitchcock mise nel bicchiere di latte di Cary Grant.

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Eleonora Sottili nasce a Viareggio nel 1970. Si laurea in Psicologia Clinica.
Frequenta presso la Scuola Holden di Torino corsi e workshop di scrittura tra cui diverse edizioni del corso HoldenClub, il Corso avanzato di Sceneggiatura Cinematografica e il Corso di Editoria a cura di Minimum Fax.
Dal 2004 inizia a tenere corsi di scrittura creativa per adulti e ragazzi.
Dal 2008 collabora con la Casa Editrice Einaudi di Torino.
Nel 2003 ha vinto il concorso LuccAutori con il racconto Il Progetto, pubblicato in Racconti nella Rete.
Ha vinto il terzo concorso letterario di Terre di Mezzo e pubblicato il racconto Così ho pensato non sono per stasera le pesche nella raccolta A fuoco lento.
A marzo 2010 è uscito con Nottetempo il suo primo romanzo Il futuro è nella plastica.
Ha scritto per il Progetto Navigare Sicuri di Save the Children il racconto I contorni delle cose.
Nel 2011 per la manifestazione I Luoghi delle Parole ha scritto il racconto L’altra metà delle pietre.
Ha partecipato alla manifestazione Esor-dire con il racconto I pomodori pelati e i Kennedy.
A maggio 2012 ha tenuto una lezione all’Accademia Albertina di Torino sulla poetica di Carver in rapporto alla pittura di Hopper.
Nel 2012 ha scritto i testi per una guida multimediale del Complesso di Santa Croce a Firenze.
Nel 2014 ha tenuto presso l’Accademia Albertina di Torino una lezione tra letteratura, cinema e pittura dal titolo Se appendo lo specchio di Alice nella camera 237: il Perturbante.
Nel 2014 ha tenuto presso la Scuola Holden il ciclo di lezioni Immagini dal Satellite.
Nel 2015 ha tenuto presso l’Accademia Albertina di Torino una lezione tra letteratura, cinema e pittura dal titolo Da Gesù al naso di Gogol e ritorno.
Nel 2015 ha tenuto presso la Scuola Holden il corso Tentativo di esaurire un luogo di Torino e la lezione Dal primo fiocco di neve alla tempesta perfetta. Come nasce un romanzo.
A ottobre 2015 è uscito il suo secondo romanzo Se tu fossi neve con Giunti Editore.
A gennaio 2016 ha tenuto presso l’Accademia Albertina di Torino una lezione tra letteratura e pittura dal titolo Di Venere in Venere. Tentativo di esaurire l’immagine di una donna.
Attualmente conduce diversi corsi per Scuola Holden e in Azienda e svolge attività di Reader e Writing Coach

I dischi di Guido Michelone: la Coppa del Jazz 1960

coppa del jazz 1960

Molti ricordano il 1960 come l’anno delle Olimpiadi a Roma, l’anno del governo Tambroni, del boom economico, della Dolce Vita, degli urlatori, delle vacanze di massa, della nascente pittura pop. Ma il 1960 è anche l’anno della Coppa del Jazz, l’unica disputatasi nel nostro Paese, grazie alle trasmissioni radio della sede RAI di Torino: una gara in grande stile con il meglio dei complessini dixieland, swing e bebop, di cui solo due parteciperanno alla finalissima: vincerà il Gil Cuppini Quintet, ma secondo, distanziato da pochissimi punti ci sarà il raffinatissimo Quintetto Jazz di Torino con un giovane sax tenore da Vercelli, Gianni Dosio, morto di recente; con lui Dino Piana al trombone, Enrico Deviè al pianoforte, Nando Amedeo al contrabbasso e Franco Tonani alla batteria.
Ora un disco CD del 2000 riporta quasi integralmente quella finale radiofonica; già all’epoca esce un album antologico con tutti i gruppi in gara, ma questo compact intitolato semplicemente La Coppa del Jazz 1960 ed edito da Twilight Music (assieme alla RAI, distribuzione Halidon) presenta ben diciotto brani dalle trasmissioni cominciate il 26 gennaio 1960 alle ore 22 sul Secondo Programma Radiofonico. Il disco offre dunque una scelta di quattro gruppi: oltre i due finalisti, il terzo e il quarto classificati, ossia Enrico Intra e la Milan Jazz Gang. Presentati da Brunella Tocci, i jazzmen eseguono dal vivo il loro repertorio più qualche brano al buio, ossia un titolo scelto a caso e tenuto segreto dalla giuria fino al momento dell’esecuzione: in questo caso il celebre Moritat di Kurt Weill. Dosio e soci nell’album poi improvvisano stupendamente su brani famosi da I’ll Remember April a Dolce sogno, da Blues The Most a Roman Blues fino a Bernie’s Tune interpretata assieme all’altro quintetto vincitore.
Come scrive Dario Salvatori nell’introduzione sul libretto: “La concezione di un torneo non deve comunque far pensare a qualcosa di meramente agonistico. Diversamente da quanto sarebbe accaduto in seguito, i gruppi in gara potevano disporre di tutto il tempo che desideravano, non c’erano brani sfumabili o assolo ridotti. A ciò si aggiunga la meticolosa “gabbia” allestita dagli autori, che prevedeva, per ogni formazione, un brano a piacere (sia edito che di propria composizione), un “obbligato”, un tema da un minuto su cui improvvisare e qualche volta addirittura una jam session fra le due formazioni in gara. Come si vede non certo una “Canzonissima” del jazz, quanto piuttosto una pedana artistica di tutto rispetto, addirittura complessa nella sua articolazione. Forse è per questo che i musicisti non solo non protestarono per l’insolita gara ma si dimostrarono addirittura entusiasti”. Il verdetto finale affibbia 96,27 punti al Gil Cuppini Quintet, 94,63 al Quintetto di Torino, 90,77 all’Enrico Intra Trio,88,33 alla Modern Jazz Gang, ma al di là delle cifre resta tanta buona musica e un’Italia che si scopre moderna anche nell’amore e nella pratica verso un jazz sempre più nuovo e moderno, come Gianni Dosio a Vercelli persegue fino all’ultimo per oltre mezzo secolo.
Ora domenica prossima, il 28 febbraio, il sassofonista, a un mese dalla scomparsa, viene commemorato nel vercellese Teatro Civico da un gruppo di musicisti e due voci recitanti: anziché essere un momento di aggregazione di tutto il jazz vercellese (e di quello affine per spirito collaborativo) i ‘soliti’ egoisti preferiscono escludere invece di includere, quasi a giocarsela tra pochi intimi, con esclusioni clamorose: un gesto che non fa onore ala memoria del buon Gianni, il primo in vita a tener sempre presente ogni jazzista, jazzofilo, jazzologo di valore.

Dovunque, eternamente

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Recensione apparsa per la prima volta su “l’Unità”, il 28 giugno 2014

http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/2645000/2644099.xml?key=Storia+&first=1&orderby=1&f=fir

Romanzo di rara bellezza dove il tema musicale è porto non con sola passione ma con maestria, neppure rischiando da lontano di liberare le profonde esperienze e l’esercizio dell’arte di Euterpe in parole stucchevoli e caramellose. Così la storia intima, personale e famigliare, di Laura Paliani procede di conserva con le architetture ironiche, maestose e tormentate del ciclo mahleriano di cui Luigi, il padre della protagonista, è grande interprete; accanto all’uomo, al direttore che esige dall’orchestra di decretare la perfezione del discorso musicale, ruotano due donne: due celebri cantanti liriche, Olga Banti, moglie di Luigi, straordinaria Contessa di Almaviva e aspirante amministratrice del successo pubblico del marito, e Anna Nielsen, intima ma garbata «rivale» della prima nel campo degli affetti più vivi rivolti all’acclamato musicista. È Dovunque, eternamente di Simona Rondolini (pagine 319, euro 17,50, Elliot), esordio mirabile del 2014 (già finalista al Premio Calvino 2013), storia del «male che fanno le cose che non esistono se non nella mente» ma che poi risalgono la superficie della realtà e la infilano scorticandola.

Dovunque-eternamente-Simona-Rondolini-Elliot

Gli occhi e il cuore di Laura narrano di potenti emicranie, di consunzioni fisiche e psichiche d’un eccentrico padre che non smette di vibrare neppure quando il suono torna inghiottito dal silenzio, di malattie sfibranti, dolorose e fatali, che hanno nella musica i punti di partenza e di arrivo; quella stessa musica che, gustata a scarti dal lavoro d’avvicinamento alla perfezione svolto dal padre, diventa per Laura malìa e salvezza, quando i materiali di cui è costituita riacquistano il valore originario. Ma il tragitto è lungo e doloroso ed è quello che noi intraprendiamo attraverso la prosa d’un romanzo punteggiato come una mastodontica sinfonia mossa da pristine materie sonore, ribollenti e confuse, in direzione del candore epifanico d’un istante di felicità. Che per Laura, «normale» figlia di un grande artista, consiste nel coniugare l’orgoglio e il dolore («l’orgoglio che proprio suo padre fosse l’epicentro di quell’emanazione; il dolore, tenuto a bada con sforzo costante, di saperlo sempre rapito»), sebbene, prima di giungere a tale consapevolezza, ella debba sprofondare nei baratri del cedimento, rinunciare a essere una brava studentessa prima e una figlia modello poi, aprendo gli occhi insomma sul «melodramma materno e il disinteresse paterno» tra i quali era stata da sempre sospesa. Dopo la tragedia che colpisce e distrugge la famiglia (di cui taccio, lasciandone al lettore la scoperta), Laura decide di cambiare città e vita, trovando lavoro presso una ditta che alleva e uccide conigli per l’industria della carne, un luogo tanto disumano da rendere quasi immediati il ridimensionamento delle speranze, la fine dei sogni e l’educazione all’ineluttabilità. Finché un giorno torna, perché frattanto ha riscoperto i legami d’affetto – con Cecilia, nella brutalità regolata dai ritmi di fabbrica – e la potenza della musica – attraverso Bach, in specie quello delle Variazioni Goldberg scandite dalla mirabile singolarità di Glenn Gould. Torna, dunque, in parte seguitando l’opera di distruzione del passato, in parte accorgendosi che il passato comunque riaffiora e che tanto vale coglierne i palpiti preziosi, malinconici, strazianti, sublimi. Così, infine, Laura recupera il ricordo del padre, dei suoi voli pindarici sulle note più alte dell’esistenza, della felicità e della paura, e Simona Rondolini, indagando quella memoria, scolpisce uno dei rapporti padre-figlia più delicati e struggenti che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni.

Per un catalogo di gesti (seconda puntata)

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Dopo la pubblicazione del post https://giacomoverri.wordpress.com/2016/02/16/per-un-catalogo-di-gesti/, molti amici scrittori, critici letterari e lettori appassionati, si sono fatti avanti e hanno proposto altri gesti memorabili.

Il catalogo ha così inizio, qui, in forma ancora solo abbozzata, e senza un ordine preciso. Il problema è proprio quello di decidere quale siano, quali debbano essere le categorie entro le quali far confluire il repertorio di gesti letterari. Si potrebbero dividere in base alla parte del corpo che svolge l’azione: le mani, gli occhi, la bocca, le gambe, i piedi, e così via. Oppure in base al sentimento che quel gesto manifesta: amore, odio, stizza, gelosia, premura, indifferenza, ecc… Oppure, come ha suggerito Francesca de Lena, “per situazioni/condizioni: gesti in famiglia, gesti delle feste, gesti in sovrappeso, gesti in gravidanza, gesti da poveri, gesti in camera da letto”.

In ogni caso, i primi contributi sono questi:

Roberto Saporito: “Guidata in rotta di collisione verso la berlina dell’attrice cinematografica, la sua macchina ha saltato il parapetto del cavalcavia dell’aeroporto di Londra ed è precipitata, sfondandolo, sul tetto di un autobus carico di passeggeri delle linee aeree. Quando, un’ora più tardi, mi sono aperto la strada fra i tecnici della polizia, i corpi schiacciati dei turisti del tutto-completo giacevano ancora sui sedili vinilici, come un’emorragia del sole. Reggendosi al braccio dell’autista, l’attrice cinematografica Elizabeth Taylor, con la quale Vaughan aveva per tanti mesi sognato di morire, stava sola sotto il lampeggio circolare delle ambulanze. Quando mi sono chinato sul corpo di Vaughan, s’è portata alla gola una mano guantata”. James G. Ballard Crash.

Mariolina Bertini: “D’improvviso, nel silenzio della notte, fui colpito da un rumore in apparenza insignificante ma che mi riempì di terrore, il rumore della finestra di Albertine che si apriva violentemente. Quando non sentii più nulla, mi chiesi perché quel rumore mi avesse fatto tanta paura. Non aveva, in sé, niente di così straordinario; ma io, probabilmente, gli davo due significati che mi spaventavano in ugual misura. Innanzitutto, poiché temevo le correnti d’aria, era una convenzione della nostra vita in comune che di notte non si aprissero mai le finestre. (…) Inoltre, il rumore era stato violento, quasi sgarbato, come se avesse aperto rossa di collera e dicendo: “Questa vita mi soffoca, basta, ho bisogno d’aria!” Non mi dissi esattamente tutte queste cose, ma continuai a pensare a quel rumore della finestra aperta da Albertine come a un presagio più misterioso e più funebre d’un grido di civetta.” M. Proust, La Prigioniera, trad. di Giovanni Raboni, I Meridiani, vol. III, p. 824.

Fabrizio Pasanisi: “…la donna si diresse con passo curiosamente morbido e sinuoso e il capo un poco proteso in avanti verso il tavolo all’estrema sinistra, perpendicolare alla porta della veranda, Il Tavolo dei Russi Buoni, tenendo una mano nella tasca della aderente giacca di lana e portando l’altra alla nuca per sostenere e ravviare i capelli. Hans Carstop osservò quella mano… aveva occhio e senso critico per le mani e d’abitudine, quando faceva nuove conoscenze, indirizzava innanzitutto il suo sguardo verso quella parte del corpo.
T. Mann, La montagna magica, trad. Renata Colorni, ed. Meridiani Mondadori, pag. 111.

Nicola Vacca: “Preferirei di no”. Hermann Melville, Bartleby lo scrivano.

Chicca Gagliardo: “Mi pare impossibile che quando c’è la luna noi si dorma nelle nostre case”. Poi la voce rallenta: “Quando c’è la luna fuori della finestra chiusa succedono cose strane, e meravigliose; cioè insomma ci sono cose che corrono navigano girano per conto loro mentre noi dormiamo. Non è strano questo? Non è strano anche che si possa dormire mentre la luna attraversa il cielo?”. Tommaso Landolfi, La pietra lunare.

Filippo Tuena, Ulisse che tende l’arco:

“Ma il Laerzìade, come tutto l’ebbe
Ponderato e osservato a parte a parte,
Qual perito cantor, che, le ben torte
Minuge avvinte d’una sua novella
Cetera ad ambo i lati, agevolmente
Tira, volgendo il bìschero, la corda:
Tale il grande arco senza sforzo tese.
Poi saggio far volle del nervo: aperse
La mano, e il nervo mandò un suono acuto,
Qual di garrula irondine è la voce.
Gran duolo i proci ne sentiro, e in volto
Trascoloraro; e con aperti segni
Fortemente tonò Giove dall’alto.
Gioì l’eroe, che di Saturno il figlio,
Di Saturno, che obliqui ha pensamenti,
Gli dimostrasse il suo favor dal cielo;
E un aligero stral, che su la mensa
Risplendea, tolse: tutte l’altre frecce,
Che gli Achivi assaggiar dovean tra poco,
In sé chiudeale il concavo turcasso.
Posto su l’arco ed incoccato il dardo,
Traeva seduto, siccom’era, al petto
Con la man destra il nervo: indi la mira
Tra i ferrei cerchi prese, e spinse il telo,
Che, senza quinci devïare o quindi,
Passò tutti gli anelli alto ronzando”.

Omero, Odissea, canto XXI, traduzione di Ippolito Pindemonte.

Demetrio Paolin: “Pigliate quei quattro capponi, poveretti! a cui dovevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, e portateglieli; perché non bisogna mai andar con le mani vote da que’ signori. Raccontategli tutto l’accaduto; e vedrete che vi dirà, su due piedi, di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno. Renzo abbracciò molto volentieri questo parere; Lucia l’approvò; e Agnese, superba d’averlo dato, levò, a una a una, le povere bestie dalla stìa, riunì le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegnò in mano a Renzo; il quale, date e ricevute parole di speranza, uscì dalla parte dell’orto, per non esser veduto da’ ragazzi, che gli correrebber dietro, gridando: lo sposo! lo sposo! Così, attraversando i campi o, come dicon colà, i luoghi, se n’andò per viottole, fremendo, ripensando alla sua disgrazia, e ruminando il discorso da fare al dottor Azzecca-garbugli. Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”. Alessandro Manzoni, I promessi sposi.

Paolo Melissi: “Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise”. Edmondo De Amicis, Cuore.
Daniele Ceschini: Odisseo nasconde una lacrima per la morte del cane, lui che pochissimo pianse per altro.
“Così dicean tra lor, quando Argo, il cane,
Ch’ivi giacea, del pazïente Ulisse
La testa ed ambo sollevò gli orecchi.
Nutrillo un giorno di sua man l’eroe,
Ma côrne, spinto dal suo fato a Troia,
Poco frutto poté. Bensì condurlo
Contro i lepri ed i cervi e le silvestri
Capre solea la gioventù robusta.
Negletto allor giacea nel molto fimo
Di muli e buoi sparso alle porte innanzi,
Finché i poderi a fecondar d’Ulisse,
Nel togliessero i servi. Ivi il buon cane,
Di turpi zecche pien, corcato stava.
Com’egli vide il suo signor più presso,
E benché tra que’ cenci, il riconobbe,
Squassò la coda festeggiando, ed ambe
Le orecchie, che drizzate avea da prima,
Cader lasciò: ma incontro al suo signore
Muover, siccome un dì, gli fu disdetto.
Ulisse, riguardatolo, s’asterse
Con man furtiva dalla guancia il pianto”.
Omero, Odissea, Canto XVII, traduzione di Ippolito Pindemonte.

Raccontare la Resistenza

Il GRUPPO ANPI MAGGIORA, il Comune di Maggiora e la Biblioteca Comunale di Maggiora organizzano per venerdì 26 febbraio, alle ore 21, presso la Biblioteca Comunale di Maggiora l’incontro dal titolo: “Raccontare la Resistenza tra storia e letteratura”.

Interverranno
Gli Autori:
Sandro Orsi con Là sul Baranca
Giacomo Verri con Racconti Partigiani
Saluto
Sig. Giuseppe Fasola, sindaco di Maggiora
Sig. Riccardo Fasola, presidente biblioteca comunale di Maggiora
Sig. Alfredo Perazza gruppo A.N.P.I. Maggiora

Alessandro Orsi
è nato a Varallo nel 1949, è cresciuto a Crevacuore, oggi risiede a Borgosesia in provincia di Vercelli. Per 20 anni ha insegnato Letteratura italiana e Storia nelle scuole medie superiori per divenire dal 1993 dirigente scolastico dell’Istituto alberghiero “Pastore”, sede di Varallo e sede “Soldati” di Gattinara. Da poco si è ritirato dalla scuola. Si è da sempre occupato di storia, turismo e conoscenza del territorio valse siano, valorizzato con i suoi saggi e articoli in moltissimi riviste e giornali specializzati. Difensore e promotore dei valori della Resistenza, collabora con l’Istituto storico della Resistenza di Varallo Sesia ed ha scritto innumerevoli libri fra i quali vogliamo ricordare Un paese in guerra, Il nostro sessantotto, Ribelli in montagna; inoltre Splendid Park Hotel, Andare a scuola, Una storia gustosa, Passeggiando nella gastronomia walser. Protagonista con l’artista Daniele Conserva di diversi spettacoli teatrali andati in scena nel nostro territorio.

Giacomo Verri
è nato a Borgosesia il 5 maggio 1978. Laureato in lettere all’Università Studi Piemonte Orientale “Amedeo Avogrado” di Novara. Vive e lavora come insegnante di Lettere a Borgosesia, il centro più importante della Valsesia. Ha collaborato alle pagini culturali de “L’Unità” e ora scrive per “Satisfiction” e “La poesia e lo spirito”; cura la rubrica Radici e Dedali su “Zibaldoni e altre meraviglie”; collabora con l’Istituto per la Storia della Resistenza e della società contemporanea nelle provincie di Biella e Vercelli dedicato a “Cino Moscatelli” di Varallo Sesia. Alcuni suoi racconti e scritti sono apparsi su Nazione Italiana, Nuova Prosa, LibriSenzaCarta, Doppiozero. Nel 2011 con il romanzo Partigiano Inverno edito da Nutrimenti,2012, è stato finalista al Premio Calvino. Racconti partigiani (2015, Biblioteca dell’immagine) è il suo secondo libro.

Calvino, Pin e il sogno lungo della Resistenza

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Articolo pubblicato per la prima volta su Patria Indipendente il 1 ottobre 2015

http://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/elzeviri/calvino-pin-e-il-sogno-lungo-della-resistenza/

– C’è pieno di lucciole, – dice il Cugino.

– A vederle da vicino, le lucciole, – dice Pin, – sono bestie schifose anche loro, rossicce.

– Sì, – dice il Cugino, – ma viste così sono belle.

E continuano a camminare, l’omone e il bambino, nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano.

Così termina Il sentiero dei nidi di ragno. Uscito nel 1947, il romanzo d’esordio di Italo Calvino è ancora oggi tra i più letti e apprezzati della narrativa prodotta nel giro d’anni che procede dal secondo conflitto mondiale (forse Uomini e no di Vittorini è il primo in ordine cronologico) e arriva all’insuperato – e incompiuto – capolavoro di Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny. Calvino, di cui ora, per il trentennale della scomparsa, fioriscono ogni giorno appassionati ricordi, dedicò alla Resistenza un romanzo apparentemente semplice, che guarda a quella guerra – per ripetere la formula di Alberto Cavaglion – “nata ingiusta e poi trasformatasi in una guerra giusta” con gli occhi di un bambino, Pin, un figlio della strada, un moccioso urlante e pestifero che spia la sorella puttana mentre vende il corpo al tedesco invasore. Come procedano le cose forse lo sanno tutti. Pin fa il gradasso, e snocciola una promessa: ruberà la pistola al cliente della sorella, il marinaio tedesco – siamo tra i carrugi liguri –, perché vuole dimostrare qualcosa a quel mondo dei grandi così tanto diverso dal suo. Sono persone strane gli adulti, amano le donne e i discorsi difficili. Pin invece vuole cantare, prendere per il culo chi lo sfotte, e cacciare fili d’erba nei nidi di ragno, lungo un sentiero che solo lui conosce. Segreto da bambino che per nulla al mondo svelerebbe a un adulto. È lì che Pin nasconde l’arma, è lì che il suo universo si mantiene inviolato.

Tuttavia, finisce nei guai: arrestato, in gattabuia conosce Lupo Rosso, ragazzino pure lui, ma già adulto, maneggia le armi, sa cosa significhino parole come Sten, gap, sim, sa qualcosa delle donne e della violenza vera. Insieme scappano, si perdono, e Pin incontra Cugino che se lo porta dal Dritto, comandante baldanzoso, ma di cui il Comitato non si fida. Per questo il suo è un distaccamento scalcagnato, fatto dei pezzi peggiori persi dagli altri comandi, gente insubordinata, fanatici delle armi, pidocchiosi, lettori incalliti. Ci sono battaglie, alcune vinte, altre perse, c’è una storia d’amore – una questione molto privata, inseguita da Calvino e realizzata in pieno da Fenoglio che “riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato” – che si volta in disastro, c’è la dissoluzione del distaccamento.

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Tutto vero. Ma la guerra combattuta è poca, di quella leggendaria guerra per bande non si ha traccia se non nelle parole di chi torna al fienile sfondato per raccontare. Pin alla guerra non ci va, non la vede, solo ne sente i rumori o ne scorge i fumi. La sua è una guerra da bambini, senza sangue spruzzato sulla camicia, senza i compagni che ti muoiono addosso. Riprendendo in mano il libro, scopriamo che Pin gode sempre di questa visuale scorciata, favolosamente parziale, o totale ma lontana. È così quando spia gli amori svenduti della sorella, la Nera di Carrugio Lungo; è così quando c’è da vedere la battaglia, ed è così quando c’è da capire con gli occhi della mente il mondo dei grandi. Quella di Pin è una realtà incantata, i cui simboli sono proprio i nidi di ragno: “la cosa meravigliosa è che le tane hanno una porticina, pure di quella poltiglia secca d’erba, una porticina tonda che si può aprire e chiudere”, un regno minuscolo e fatato.

Non per questo difettoso d’impegno. Pin è un resistente e un sognatore, resiste all’incanto malvagio dell’adultità, opponendo la geometrica fantasia del proprio universo bambino. Pin non si lascia ingannare mai e da nessuno, non dagli intrichi della menzogna né da quelli della violenza bruta. La sua irriducibilità agli incantamenti è, in cifra, un’occasione per ripensare i rapporti tra gli esseri umani. Quando tutto il resto frana, lui oppone alla distruzione la fantasia, che è come dire la passione dell’intelligenza. E attorno a lui non crolla solo il marcio fascismo ma, qua e là, anche coloro che lo avversano, travolti dalla stessa potenza dell’ardore politico, intellettuale, personale.

Pin mantiene le distanze e custodisce il sogno che forse i partigiani, come scrisse Salvemini, non sapevano cosa fosse, ma lo volevano subito. Protegge quel sogno per riconsegnarlo a noi, per evitare il grande errore di parlare di Resistenza “in modo sbagliato”, coi miti e con le fanfare. “La letteratura che ci interessava – siamo nel 1964 e Calvino introduce la nuova edizione del romanzo – era quella che portava questo senso d’umanità ribollente e di spietatezza e di natura”. Ma ci vuole distacco. Altrimenti la realtà è oscena, come le lucciole viste da vicino. O, se non è brutta, diventa eccessivamente nitida. Chi nel romanzo la vede così è Kim che “ha un desiderio enorme di logica, di sicurezza sulle cause e gli effetti”. Egli è la visione nobile, è la coscienza, carica di dubbi, ma pur sempre buona, è il senno di poi, è il discorso su ciò che i partigiani avrebbero dovuto essere. E se il Dritto, a sua volta, è la disincantata realtà di ciò che invece fu (la salutare ma amara consapevolezza di come andarono le cose), Pin è il personaggio più bello, perché salva la magia della pratica resistenziale e con essa il miracolo di quel “qualcosa di serio e di pulito” che Giorgio Agosti disse può accadere anche in questo nostro paese, “una volta al secolo”. Pin difende tutto ciò grazie al suo stare un passo indietro. È colui che non vede tutto, ma vede da lontano, il suo sguardo assomiglia forse a quello che Baricco una volta ha detto dell’occhio epico, che è ampio ma a bassa definizione. Pin è il sempre bambino che annusa l’asprezza della vita adulta ma non l’addenta, o, se lo fa, è per sputarla subito. Ma è vita vera anche la sua. Nel custodire il sogno, egli non vuole offrire delle risposte ma proporre una continuazione della storia. Per sempre. L’esperienza non lo costruisce più saggio, disincantato, o disamorato, ma lo rimette in viaggio e lo abbandona ancora alla grande mano di pane di Cugino.

Il Grande Amico, quello che si interessa dei nidi di ragno e del sogno magico che è stata la nostra Resistenza.

Libri tanto amati: il trittico di Fabrizio Pasanisi

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(Foto di Fabrizio Pasanisi)

Un libro solo? O soltanto un libro?

Vivo tra i libri e, sceglierne uno tra tanti, tra tutti, il più importante, il più amato, mi sembra un compito impossibile, un’impresa più della fantasia che della ragione. Ma, messo alle strette, partirei da tre titoli, i più alti, che si contendono quel personalissimo primato.
La Commedia di Dante, perché è il succo della letteratura, e dell’uomo. Mai nessuno ha osato tanto, mai nessuno potrà più farlo, per quanto genio vi metta, come temi, semplici e assoluti, come ricchezza, personaggi, storie, naturalmente come linguaggio. Michelangelo e la Sistina, Dante e la Commedia: banale, ma come pensare ad altro per partire?
Poi Proust, la Recherche, perché è la vita nel suo sviluppo, per via di quella benedetta madeleine, la vita così com’è. Le immagini dell’infanzia, le illusioni adolescenziali, gli amori, il confronto con le nostre ambizioni, quell’idea di cultura che tutto sottende, le ansie e le attese. E, nel logico epilogo, la presa di coscienza di quanto poco della vita abbia un senso, di quanto poco insegni. Molto meglio la cultura. A riassumerlo, come un’effigie, c’è quell’immagine del colto, elegante Swann ritratto in quadro (per altro esistente, Il balcone del Cercle de la rue Royale, di James Tissot), e il Narratore che può dire, con un soffio di candore, che se, dopo essere stato al centro della vita mondana, Swann ha qualche speranza di essere ricordato, è per via di un’opera scritta da un ragazzino da egli stesso considerato un piccolo imbecille. Beh, poiché quel ragazzino ha fatto di voi l’eroe di uno dei suoi romanzi, oggi si ricomincia a parlare di voi, e forse vivrete.
Il terzo, o forse il primo, è un’opera teatrale. L’ho vista rappresentata mille volte, in teatro e al cinema, l’ho letta altre mille. Ho visto il castello in cui è ambientata la sua storia, in Danimarca, ho cercato i luoghi del suo autore, sulle sponde del Tamigi. È l’opera su cui ho più a lungo riflettuto, Amleto. Non sono certo un re, né un figlio di re, né avrei potuto, o voluto, esserlo. Ma il pensiero di Amleto, i suoi dilemmi, l’essere o non essere come origine di ogni dubbio, quindi come base della conoscenza, quelli sì, quelli li ho fatti miei.
Mi piace immaginare la letteratura come un’entità circolare, un vortice che gira, con noi nel mezzo. Anche per questo non vorrei scegliere il mio libro preferito, vorrei piuttosto trovarmi in un racconto di Borges e avere la chiave dell’universo, quello che alcuni chiamano la biblioteca. Aprendola, vorrei presentarmi con l’animo candido di Amleto e, davanti all’universo, sceglierei un grosso volume tra i tanti. È la storia delle storie, quella di Ulisse, un uomo che vuole tornare da dove è partito, e per farlo gliene capitano di tutti i colori. Non ho preso Omero, ma piuttosto il volume di quell’irriverente di Joyce, nel quale, nel nono episodio, quello indicato, in base al riferimento con l’opera madre, come Scilla e Cariddi… La vicenda ha luogo in un’altra biblioteca, quella di Dublino. All’interno di un dibattito tra platonici e aristotelici, alcuni signori si pongono un problema essenziale, per loro: se Shakespeare vada identificato, nella sua opera più famosa, con il principe Amleto, come tanti ritengono, o piuttosto con il vecchio re, suo padre, come Joyce stesso, tra dotte argomentazioni, cercava di dimostrare.
Non so quanto sia importante venire a capo di tale questione, ma ho capito comunque che esistono più cose in cielo e in terra di quante ne possa sognare la nostra filosofia. E anche che, beh, sì, caro principe: il resto è silenzio, e noi ci siamo immersi!

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Napoli è la città in cui sono nato e vivo a Roma da tanti anni. Ma sono tante altre le mie città, i miei luoghi di riferimento. Parigi, Londra, Praga, Dublino, naturalmente Berlino, per parlare delle capitali; ma anche Rouen o le strade degli Stati Uniti, i mari della Grecia o San Pietroburgo, dove si può incontrare un naso che se ne va a spasso per la strada. E magari Davos, una ridente località di montagna molto nota per la cura delle malattie polmonari, o territori sottilmente immaginari, come Brobdingnag, come certe città invisibili. Sono i luoghi dei libri, della letteratura, che frequento con trasporto e dove abito sempre volentieri. Dalla letteratura sono nati i due libri che ho sin qui pubblicato. Il primo è stato Bert e il Mago, edito da Nutrimenti, sulle figure di Mann e Brecht, onorato dalla menzione del Premio Calvino e dal Premio Bagutta opera prima. L’altro è L’isola che scompare, sempre Nutrimenti, un viaggio in Irlanda alla ricerca di Joyce e di Yeats e della loro poesia, ma anche di volti e di idee. Ho poi svolto un lavoro di traduttore, dedicandomi in particolare a Stevenson, Il riflusso della marea, per Sellerio, e Conrad, Il salvataggio, un’opera di bellezza struggente, ancora per Nutrimenti. Le altre cose, soprattutto il lavoro di giornalista e autore televisivo, in Rai e altrove, hanno riempito la mia vita, accompagnandomi.