Grandi grandi, dolci dolci

Pubblicato su Cadillac magazine, numero 8, giugno 2015, pp. 25-32

vedi qui:

https://cadillacmag.files.wordpress.com/2015/06/cadillac_08_09giu15.pdf

Cadillac

Glielo dico o no? No. Meglio di no. Cosa gliene può importare del perché non ho le chiavi. Rischio di fare la parte di quella che vuole essere consolata.

Erano tanti giorni che non tornavo a casa. Non potevo più stare lontana, i miei si sono fatti davvero in quattro. Ma adesso è il momento di farsi forza, come si dice. Anche se posso solo stare in piedi il tempo necessario, parlare se c’è bisogno di parlare, correre al bar se vuole un caffè, o se gli viene sete. Era da tanto che non mi preoccupavo per qualcuno.

Non avevo idea del tempo che occorresse per violare una porta blindata. Il fabbro mi chiede se voglio proprio stare a vedere, che ce ne vorrà, che una cosa è scassinare come fanno i ladri, un’altra è aprire senza fracassare tutto. Sono sicura, gli dico. Mi piace l’uomo perché ha gli occhi dolci e si muove piano, come quelli che sanno cosa fare e hanno in mente i tempi che impiegheranno a farlo. Non sembra un fabbro. Questo potrebbe essere un poeta. Ma che dico? Sorrido di me, appoggio il sedere alla ringhiera delle scale, mi metto conserte le braccia. Sento una colpa come uno che mi tappa il naso. Mi vergogno. Penso di essere sciocca.

Mentre lavora illustra a parole ogni gesto. Forse lo fa per cortesia, dato che ho deciso di stargli col fiato sul collo. La chiave che non ho più è, era, una chiave a doppia mappa. Entrava in questa maledetta serratura, s’appoggiava alle gorges, le lastre messe in moto proprio dalla rotazione della chiave. La chiave è un cavaliere che supera gli avversari per liberare la principessa. Per penetrarla, mi dico. Ma poi fuggo come la lucertola quel pensiero. Ripeto senza capire del tutto certe parole del fabbro: che sono parole più asciutte, più tecniche, più aride. Meno audaci dei segni che mi lascia la fantasia: le mappe della chiave realizzano l’allineamento delle gole delle lastrine e consentono il passaggio del mentoniere. Il mentoniere? Mi rendo conto di averlo ripetuto a voce alta. Il fabbro si volta e appoggia gli occhi nei miei. L’impressione è che le sue pupille siano enormi globi capaci di abbracciarmi.

Scendo a cercare un succo. È quasi una fuga. Per le scale le scarpette di vernice rossa s’agitano come animaletti trepidi. Scarpe rosse? Lucide così? Fai bene, aveva osservato sua madre: dovrai pure tirarti su o ti lasci morire?

***

Mentre corre le saltano fuori dalla gonna, le scarpe, sono pezzi che vogliono staccarsi dal corpo, come intensi petali di rosa che seguitano a cadere, come lingue di cane affannato, come scaglie di coscia, come ovali di sangue cascati dal ventre.

Quasi tocca il pulsante che apre l’uscio ma poi corre, qualche passo indietro, all’ascensore che prima non ha voluto usare. È già lì. Entra. Nello specchio accomoda il collo al soprabito, due, tre volte, mai persuasa, ma convinta che una piega giusta ci sia. Marco non glielo diceva se stava bene in un modo o nell’altro. Quando s’accorge che da sopra chiamano, si butta fuori dalla cabina, fa il piccolo corridoio di nuovo di corsa e questa volta schiaccia il pulsante per aprire il portone: c’è una breve scossa elettrica, come il friggere di una zanzara. In quel preciso punto si sente in viso due guance ingenue che mai più avrebbe pensato di avere.

È questione di un respiro, di colpo Claudia è serena, anche con la gonna lunga alle caviglie che certo non celebra l’aria delle sue linee, non ne fa il calco se non in pochi punti. Pochi punti, ma scelti, in effetti, quando la stoffa s’aderisce almeno ai fianchi. Ci pensa ora, al suo corpo, dopo che per mesi – ormai anni, forse –, s’era dimenticata di averne uno, che fosse suo, che potesse esibirlo ancora. Molti uomini si sono perduti principalmente – le pare ben detto – perché si sono creduti persi. Marco non le faceva i complimenti e lei, giorno via giorno, scordava di poter esistere senza di lui. Ma l’emozione di adesso è piacevole e le monta un po’ di rossore, si sente come spogliata del solito abito, ma pure della solita nudità; si figura il suo corpo camminare la via, entrare nel bar, chiedere il succo: ora è riflesso in quei rettangoli lunghi di specchio che di sovente coprono le colonne ai caffè fuori tempo. Potrebbe anche sputare il suo disamore sul vetro: Marco ti odio, così, per come mi hai lasciata. Appoggia le mani ai capelli, quindi le scende sul viso, sulle clavicole, sui seni, sulla pancia, sul ventre e, a correre, sulle grandi linee delle gambe.

Mentre chiede il succo, spalanca gli occhi e controlla davvero la sua figura negli specchi. La vernice delle scarpe attira gli sguardi: si intona male con la gonna. E neppure se ne era accorta, prima.

– Tutto bene, signorina?

– Signora! – rimprovera, come a voler rimettere un antico governo alle cose sue.

Si guarda le guance: signorina! Signorina? Sorride imbarazzata, paga, esce.

Di nuovo evita l’ascensore, così per le scale può regolare i passi a piacere, bada alla luce delle scarpe, si tasta la forma dei capelli, controlla sulla camicetta i bottoni, ne verifica il pudore.

***

Tutto il corpo di lui è dedito alla respirazione lenta. Non c’è come mirare una schiena piegata, ove la stoffa tende, per capire come un organismo che lavora in silenzio sia una macchina perfetta. Si ripete ancora una volta che quest’uomo le piace. Mi piace, sì.

Il fabbro ha fatto saltare i rivetti che tengono il pannello e adesso muove come un orefice dentro alla serratura, con misurato agio. L’unico tinnio che incrocia il suo respiro viene dal grimaldello. Potrei posargli le dita sulla schiena e chiedergli se vuole da bere. I passi che mi separano da lui li faccio piano, con delle sospensioni intervallate e dense. Ma prima che io metta l’ultimo piede, lui si volta e sorride; è chinato, un ginocchio tocca terra. Con la mano destra mi sfiora la punta dell’anulare e del medio, anzi, non proprio la punta ma sotto, dove le dita si rilevano nei teneri polpastrelli. La sua delicatezza passa come una scossa l’intero braccio mettendomi le scapole in brividi. – Claudia – mi dice, accarezzandomi le guance. Quando io lo fisso con stupore, lui indica il campanello. – È scritto lì! – mentre sorride gli spini della barba si spaziano meglio sulla pelle del viso. Mi piace che il mio nome si sia appoggiato nella sua bocca, ma non voglio che l’euforia mi faccia confusione in testa: io soffro, soffro ancora terribilmente per Marco; è vero, si era stufato di me, non mi accarezzava più, non sorrideva, parlava di rado. Ed è probabile che anche io lo trascurassi: qualcuno ha detto che ciò che resta, finita la passione, è il matrimonio! Certo l’indolenza, a volte, ci cresce addosso, e ce ne accorgiamo quando ormai ne siamo coperti. Sono stata una pessima moglie, una squallida amante, di quelle che non credono di poter voltare il loro amore (perché io lo amavo) in un surrogato di innamoramento novello, ma ci provano: così lo baciavo, a volte, spingendogli la lingua in bocca, forte forte, e mi toglievo i vestiti, tutto, e gli offrivo qualcosa di me, come si spinge in bocca al bimbo la pappa, oppure sdraiavo il mio corpo sul divano, e alzavo le braccia, un brivido mi percorreva le ascelle, appena Marco respirava veloce, e mi sforzavo di allargare le gambe – anche se a me piace aprirle piano piano – perché lui credesse che in quel momento anche io – e lui? – fossi presa dalla voluttà della foia, e mi davo così; e quando si tirava da parte avevo male ai fascioni di muscoli che van via dal pube e arrivano alle ginocchia. La tinta del nostro rapporto sbiadiva velocemente, e io non volevo crederci. Ma lo amavo! E anche lui, secondo me. Me ne accorgevo all’improvviso mentre riordinavo, magari scoprendomi felice di toccare le sue cose, di accomodargli il giornale sul davanzale del bagno, vicino al water.

La mattina del giorno in cui accadde mi regalò un libro, un romanzo che avrei voluto leggere al mare (glielo bisbigliai a letto la sera prima). Lo andò a comprare subito; per questo dico che l’amore c’era ancora. Sebbene lui non se ne accorgesse. Perché tutti la pensano così: se uno disprezza la moglie, e le nasconde qualcosa, poi le regala i gioielli, e i viaggi, e i vestiti. Ma lui no. Mi accompagnò anzi al lavoro (iniziavo alle nove quel giorno) con un po’ di stizza perché doveva fare il giro largo. Eppure io, il tempo che stetti seduta alla cassa, pensai a quanto era stato gentile per via del libro, che è un regalo che va bene quando si è innamorati (alla sera avrei già letto le prime pagine, nel lettone, e non mi sarei sentita in dovere di aprire grandi grandi le gambe e di inchinarmi al suo torace). Ma poi a un quarto all’una presi la pausa, perché non ce la facevo più a tenere la pipì e, tornando dal bagno mi attardai nella prima corsia, quella più ampia, dove ci sono i vestiti: erano arrivati gli abiti nuovi per la primavera. Sapevo di non poter stare in giro con la divisa indosso; l’avevo fatto una volta perché mi mancava il parmigiano: me lo feci tagliare al banco dei freschi e lo pagai ma, mentre ritiravo il borsellino, con la mano, dal suo bugigattolo la signora Ernesta mi fece segno di andare: lei governava la teoria di casse e di cassiere, e disse, prima cogli occhi che coi lombriconi delle labbra, che non si doveva.

Mi attardai comunque, anche quel giorno, per appoggiarmi sul petto una bella maglietta di verde solare, per vedere se mi andava, quando venne di nuovo a pescarmi l’Ernesta; ma mi strinse vicino, contrariamente a quanto avessi immaginato, con un cauto tepore, forse più increscioso di un urlo nato in faccia. Così, dopo aver adagiato il mio avambraccio sul suo, mi carezzò il dorso della mano e disse di Marco, che c’era stato un incidente, che dovevo andare a casa, se poteva fare qualcosa.

Una lingua di paura mi sbavò lo stomaco.

Ma io a casa non ci sono tornata. A tutti ho detto che non avevo neppure le chiavi, che le mie erano rimaste nell’appartamento, quella mattina, perché aveva chiuso lui e mi sarebbe passato a prendere a fine giornata.

La macchina era deposta nella grande corte dello sfasciacarrozze; mi accompagnò papà a vederla. Costava una certa pena osservare la rimanenza di lamiera. Rossa. La portiera che si apriva a scatti. I sedili macchiati. Riconobbi gli oggetti della routine, tra i cd allargati in terra gli occhiali da sole, anche i miei, la tessera dell’altro market (quello dove non lavoro io), le monete per le urgenze, il telecomando del cancello. Misi tutto nella busta di canapa, passando ogni cosa sotto le dita, come per togliervi lo sporco. Ma lasciai intenzionalmente le chiavi dove sapevo che erano, perché lui le riponeva sempre lì.

Quando chiusi la portiera, piovigginava. Trovai mio padre e il proprietario della ditta di autodemolizione ad attendermi sotto la pensilina, entrambi con le braccia conserte a discorrere. Si interruppero nel vedermi camminare verso loro.

Calò il silenzio.

***

Claudia non glielo vuole dire che Marco è morto quella volta lì che lei era un poco felice per aver ricevuto in regalo un libro. E neanche vuole dire che quella felicità sarebbe stata comunque breve. Attende che il fabbro ricollochi il pannello della porta, prima di entrare. Gli chiede se dovrà sostituire la serratura e lui fa mah, e dice che in fondo si può tenere ancora quella. Tanto se i ladri la vogliono aprire, la aprono. E ci mettono niente anche con una serratura nuova. Piuttosto si potrebbe cambiare la porta intera, metterne una di ultima generazione. L’uomo dice queste cose serie e così pratiche con un tono piccolo, quasi come se raccontasse la fiaba a una bimba. Seguendo le modulazioni della voce di quello strano maschio, il grazioso arco inflesso delle sue pupille che non mancano di appoggiarsi a ogni fine di frase nel colmo degli occhi di Claudia e poi giù nella fossetta del giugulo, tra le clavicole, la donna si sente entrare una pace esatta. Il fabbro si muove piano, non ha paura di fare le pause tra le parole dolci dolci, non allunga vocali fàtiche, possiede rifinitamene la calma della bontà. E Claudia si ferma dal toccargli le labbra con le mani, costringendo il desiderio ad amministrarle un gusto che non ha pari al mondo.

– Grazie davvero –. Osserva del fabbro le mani gentilmente sporche che ora non osano toccare in giro. E intanto prende tempo, assaporando una sensazione simile a quella che si provò da ragazzi nel tornare tra i banchi di scuola in occasioni o orari diversi da quelli consueti, la sera, ad esempio, per una riunione alla quale i nostri genitori vollero portarci, o in estate quando le lezioni erano ormai finite o dovevano ricominciare ancora. Così Claudia, dal pianerottolo, sbircia la prospettiva della sua propria casa, cerca di sorprenderne una guisa inedita, una luce vergine. Quasi le pare che da un momento all’altro possa venire dal fondo del corridoio Marco. Ha paura, si direbbe. O è il desiderio della paura, pensa, questo che mi scuote e mi lusinga? Che forse forse non voglio neppure che m’abbandoni, lasciandomi orfana di una nuova voglia, dell’appetito per una premura, della nostalgia per una coccola, un’attenzione, una lenta protezione. Me la può dare questo signore con le mani un po’ unte di grasso? E che ha gli occhi grandi grandi, dolci dolci? Claudia se ne convince, probabilmente. Ed è per questo che lo invita a entrare, a riscoprire con lei la casa che non sentiva più come sua, e adesso lo è di nuovo. E sta quasi per dirgli che Marco quando è morto su quella macchina rossa come le sue scarpe non era da solo, c’era anche l’altra. Che anche l’altra è morta. Così nella camera mortuaria dell’ospedale erano vicini, e Claudia ha potuto vederla bene in faccia la femmina con cui Marco la tradiva. Che le ha osservato le labbra, le guance tumide, l’attaccatura dei capelli, il carniccio vagamente abbondante delle braccia.

Claudia sa – lo ha sempre saputo, come ha sempre saputo dell’esistenza dell’altra – di essere una donna di bramosie lievi ma durature, quelle che sarebbero andate bene per il loro matrimonio. Però non capisce perché Marco la ignorasse, perché non le permettesse di essere orgogliosa della loro grazia, insieme. Come faceva? Cosa le aveva messo in testa? Possibile che il logorìo dell’amore avesse portato tanta cecità?

Ma l’uomo, di cui Claudia neppure conosce il nome, è riservato. Con imbarazzo presenta il conto, dice piano piano il numero di euro, come se fosse una bestemmia. Le mani le tiene sporche perché sul furgone ha della carta e degli stracci vecchi: si pulirà con quelli. E, mentre allaccerà la cintura, si aprirà in un caro sorriso, ripromettendosi di ricordare con affetto quella signora silenziosa e bella, i fianchi nervosi, le scarpe rosse e lo sguardo così piccolo che avrebbe potuto entrare in ogni fessura.

Poi, quando il motore sarà avviato, prima di ingranare la marcia, si ricorderà pure che in fondo in fondo a quello sguardo, dietro a quegli occhi abituati a piangere, c’era qualcosa d’altro: una speranza, forse, un silenzioso moto di riscossa, un desiderio lontano come un paese delle fiabe, dove svetta una torre esile ma irriducibile.

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