Perché i ragazzi raccontano la Resistenza

partigiani-appostati

Partigiano Inverno recensito da Daria Galateria su “La Repubblica” (4 novembre 2012)

Classe 1978, Giacomo Verri ha dovuto studiare, per scrivere sulla Resistenza. Come – stessa età – Paola Soriga da Cagliari, con la sua ragazza staffetta dei partigiani (Dove finisce Roma), Aldo Cazzullo (La mia anima è ovunque tu sia), e Valerio Varesi (La sentenza: duri della mala milanese finiti nella brigata Garibaldi), avranno ascoltato da piccoli, in famiglia, storie della Liberazione; ma non ossessivamente, come capitava nella generazione precedente: e piuttosto hanno elaborato Pavese, Calvino, Fenoglio.

Ora il romanzo d’esordio di Giacomo Verri (Partigiano Inverno, Nutrimenti, pagg. 236, euro 17) restaura venti giorni di dicembre del ’43, uno per capitolo, a Varallo, borgo innevato sulla Sesia (Vercelli): vigilia di Natale di sangue, con uno scontro a fuoco tra partigiani e fascisti della Legione Tagliamento, che lasceranno contro la parete della chiesa dieci corpi morti, per quarantott’ore, a memento. Sono passati settant’anni, e Giacomo Verri può ricostruire quelle passioni politiche con una sapienza linguistica successiva. L’impasto di letteratura alta e vernacolo ha risonanze comiche e gaddiane: ecco il maestro di scuola dal “passo mingherlino” scappellarsi «come un servo ai piedi del fiduciario rionale che, davanti al presepe costruito dai ragazzi di quinta, si mise a tessere le lodi del destino con voce stentorea di evidente fibra anti maltusiana».

Il protagonista, l’Umberto di anni undici, depone la bici per «considerare un momentino la situazione storica»: ma la citazione dei Fiori blu di Queneau lascia immediatamente il passo alle baruffe neorealiste col compagno di scuola fascista figlio di fascisti. E il “sonno fiero” dei partigiani nella baita «organizzata con pagliericci acconciati per tutti» si avvicenda alle splendide convinzioni del resistente Jacopo Preti sull’anima: quinta ruota del carro, a cui si ricorre amaramente per medicare le turbe della coscienza, per poi riporla serenamente a far da scorta; mentre per Jacopo Preti era l’anima «un taglio, da non usare mai come farmaco». Il nonno del ragazzino Umberto, professore collocato in pensione, finisce per caso torturato, e per caso scampa alla fucilazione; intanto il nipotino sogna di raggiungere in montagna i briganti comunisti, declinati per un’intera pagina con gli improperi fascisti d’epoca («briganti, ammazzasette, lifrocchi, tarlucchi, parzonieri…»).

Torna la Resistenza, dunque; in Belgio Didier Daeninckx, il re del noir, scrive di un eroe armeno della Resistenza francese, Missiak; i francesi smettono di fustigarsi sui collabos dei nazisti per esercitarsi sui combattenti alla macchia: «soffia un brutto vento in Europa», spiegano, e occorre rianimare il morale delle truppe (Yannick Haenel, Yan Karski). Con una distanza, ovviamente, come dice il giovane Laurent Binet in HHhH: «la storia è crudele, i protagonisti commoventi e io sono ridicolo».

Nel romanzo di Giacomo Verri la distanza è creata dal dovizioso linguaggio, che aiuta a immergersi nell’epoca, e addita quanto tempo è trascorso

http://www.nutrimenti.net/public/GW028_003.pdf

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