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Olga Tokarczuk, Nella quiete del tempo, Nottetempo, pp. 307, euro 16,50

Recensione apparsa su Satisfiction

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Ci fu un’età in cui Prawiek era il centro dell’universo. E Olga Tokarczuk, con La quiete del tempo (Nottetempo, traduzione di Raffaella Belletti) racconta la lenta ma pertinace usura di quel microcosmo. Prawiek – piccolo borgo immaginario cinto tra le realissime coordinate geografiche descritte dalle cittadine di Jeszkotle, Kielce e Taszów – in polacco significa infatti ‘tempi remoti’, tempi che non tornano più. Ed è nel passato dell’ultimo secolo che il romanzo spinge sotto le radici. Un passato che i personaggi di questo stupendo romanzo, mentre volge la ruota degli anni sempre uguale eppure sempre diversa, inghiottiscono riducendo inesorabilmente lo iato che scinde il nostro presente da quella storia che inizia nell’estate del ’14. C’è Michail Jozefovič Niebieski, il mugnaio che come nelle favole parte per la guerra. C’è la moglie Genowefa, e nella sua pancia una bimba che nascerà mentre il padre è sul fronte. Sì, perché al fronte vanno gli uomini a fare la guerra; e a casa stanno le donne: “se all’improvviso cominciassero tutte a partorire solo femmine, nel mondo ci sarebbe la pace”. C’è Spighetta, poi, un po’ prostituta, un po’ maga, un po’ folle. Bella e fuori dalla prosa del mondo come la Remedios marqueziana: “gli uomini che la possedevano tra i cespugli si sentivano sempre a disagio, dopo”. C’è l’assassino di Bronek Malak che si volta nell’Uomo Cattivo, un individuo che attraverso un processo di lenta oblivione scorda tutto ciò che lo caratterizzava come essere umano. E c’è l’angosciante Annegato Pluszcz, ebbro contadino morto nell’acqua bassa in riva allo stagno, la cui anima turbata, come uno stolido moscone, “fa ostinatamente ritorno al corpo, perché non conosce altra forma di esistenza”. A Misia, la figlia di Michail e di Genowefa, bimba “affascinata dalle leggi del tempo”, il padre, di ritorno dalla guerra, fa dono di un macinacaffè, oggetto – in questo libro in cui gli oggetti “durano, e questa durata è più vitale di tutto il resto” – che è forse la metafora del romanzo intero (come lo è il mulino gestito dai suoi genitori). Ai margini del paese abita il castellano Popileski che mentre perde la fede smarrisce “le difese fisiche nei confronti del mondo”. Si rintana nel castello e tra quelle mura elegge lo studio come roccaforte da opporre alla dissoluzione del mondo. “Tuttavia, il mondo si dissolveva ugualmente”. Seguono poi altre decine di personaggi, figli, nipoti, parenti, amici. Tutti tanto eccentrici quanto indimenticabili. Tutti nostalgici della vita. Ognuno di loro consuma, nella città invisibile di Prawiek, il proprio tempo enumerando con dolce determinazione (la medesima che impiega il macinacaffè nel frantumare i chicchi) le parti meglio sofferenti e più malinconiche dell’esistenza, denunciando i nervi scoperti dell’umanità.

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E “se le cose sono creature immerse in un’altra realtà priva di tempo e di movimento”, Dio al contrario “pulsa nei mutamenti”. Ma le donne e gli uomini di Prawiek non capiscono Dio; pur inseguendone l’odore non lo colgono mai. Il castellano Popielski, annoiato dalle cure famigliari, tradisce la moglie con Maria Szer. Ma poi la propria baldanza erotica termina. Subentra la depressione dalla quale esce – o forse ne resta mortalmente soffocato – attraverso l’applicazione maniacale a un Gioco, regalatogli dal rabbino di Jeszkotle: l’Ignis fatuus ovvero Gioco istruttivo per un solo giocatore. Con esso il castellano, l’uomo feudale che avrebbe dovuto incarnare il baluardo della fede tradizionale, impara che il Dio degli uomini è un Dio invecchiato e decrepito, ormai sazio di macinare i grani della creazione. “‘Creare mondi non arriva a nulla,’ pensa Dio. ‘Non porta a niente, non sviluppa, non amplia e non cambia nulla. È inutile’”. Alla fine questo nostro Dio, che voleva vibrare la perfezione, si è fermato: “ciò che non si muove è immobile. Ciò che è immobile si decompone”. Ed è quanto capita al microcosmo di Prawiek. Si consuma e deperisce. Con tempi e in maniere diverse. Come avviene ai chicchi nel macinacaffè: c’è quello che si polverizza subito e quello che sfugge ancora ai giri dei meccanismi. Allora anche i personaggi di questo romanzo possono godere di tempi molto lunghi o soffrire per i tempi brevi che sono loro concessi. C’è chi muore presto e chi prosegue. Il tempo gira, le stagioni ruotano donando l’impressione che il tempo non proceda in avanti ma torni su se stesso. In realtà il movimento circolare conduce alla consunzione e non alla durata. Nessun luogo sarà per sempre il centro dell’universo. Nessuno dura, né le anime dei morti (quella dell’Annegato, a esempio, la cui unica passione dopo la vita è quella di poter durare, appunto), né Dio.
In questo romanzo di meccanismi e di strutture circolari, ciò che alla fine resta è uno straziante e stupendo amore per la vita. Per quella vita che forse dura davvero troppo poco.

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