Un’esistenza osservata dalle battute che precedono l’eternità

piccione

Marjana Gaponenko, La misteriosa scomparsa del piccione migratore, Elliot, pp. 191, euro 17,50

Recensione apparsa su Satisfiction

http://www.satisfiction.me/la-misteriosa-scomparsa-del-piccione-migratore/

Il libro è fatto di una speciale filigrana, i cui rilievi si sentono tutti quando il lettore li percorre con una saggia e ordinata mitezza; il libro, scritto da una giovane ucraina, Marjana Gaponenko, classe 1981, parla con indicibile grazia del mirifico dissesto della vecchiaia: protagonista della Misteriosa scomparsa del piccione migratore (portato ora in italiano da Alessandra Campo) è infatti un ruvido ornitologo ucraino che, giunto alla veneranda età di novantasei anni, sente pronunciare dal proprio medico, un mezzogiorno di domenica, la propria sentenza di morte, che ha il nome di cancro, con tutti i suoi valori sballati, le corte prospettive di vita, le febbri e le debolezze di un corpo fiaccato dal reticolo delle metastasi; il libro è uno scrigno che mostra adagio le proprie ricchezze e però ce ne sono tante, depositate nel suo fondo: le ultime cinquanta pagine, quasi come accade in Stoner di Williams, valgono quanto una decina di libri, e restituiscono della vita un ritratto che ci accompagna per giorni. Un’esistenza osservata dalle battute che precedono l’eternità, da chi ha vissuto quasi cento anni e ora ha poche settimane per dire tutto ciò che ha capito. O per capire tutto ciò che ha vissuto, nonostante la persuasione che “il mistero della vita sarebbe scivolato sempre più lontano”. Luka Lewadski “da quando aveva iniziato a invecchiare era sempre stato solo. E a invecchiare aveva cominciato da giovanissimo”. Gobbo, reverente alla musica classica e all’universo degli uccelli, prova per l’uomo e per la sua ipocrisia nei confronti “di ciò che è semplice e grande” un senso di disgusto. Meglio i volatili, migliore è il loro riso ornitologico, migliore il loro istinto, più alto gradino dell’evoluzione rispetto alla meschina razionalità umana. Stupido l’uomo, quindi, che ha voluto ampliare di tanto la distanza che lo separa dal regno animale. Questo è il Professor Lewadski, classe 1914, nato in Galizia orientale, “unico figlio di un guardaboschi del conte e di una ornitologa viennese”. Cresciuto tra Leopoli e Vienna, tra le parole quasi profetiche della madre e i carboncini del padre, suicida con un colpo di pistola in testa (“morendo, aveva lasciato alla sua giovane vedova una smisurata raccolta di disegni di uccelli”),  tra le due guerre, trascorre alcuni anni nella capitale del defunto impero austriaco, gustando pezzi di torta al cioccolato nel migliore hotel della città, e assistendo a sublimi concerti al Musikverein. Dopodiché, il resto della vita lo passa in regime di sobrietà, circondato dai propri libri, vestito d’abiti economici, ritirato in un appartamento di poche pretese.
Di fronte alle fatali parole del medico, sente “il bisogno di morire nel lusso”, un bisogno tanto forte da risucchiare in lui la stessa paura della morte. E allora trova il modo di tornare a Vienna, velocemente, nonostante gli ostacoli burocratici; si rifà un piccolo ma elegante guardaroba, un abito blu con bottoni scuri e fodera rosa antico, un paio di bretelle, una sciarpa beige di lana irlandese, uno scialle di seta blu scuro con stampe di cavalli a dondolo e un bastone ampolla, laccato nero, con manico a forma di aquila in argento Sterling. Imbaldanzito dal nuovo vestiario (come l’umile funzionario Akakij Akakievič Bašmačkin nel Cappotto di quell’altro grande ucraino che fu Nikolaj Gogol’), Lewadskj parte alla volta della grande città, dove lo attende una stanza all’Hotel Imperial. È un viaggio di sola andata (perché lì intende morirci), ma è anche un viaggio metaforico, un itinerario, questa volta, di ritorno all’uomo, perché, senza che se lo aspetti, Lewadski scopre che la gioia può venire anche dagli altri esseri umani e non solo dai pennuti del cielo. Si sorprende ancora capace di stupirsi delle persone, il canuto piccione (così lo chiamava suo padre) che migra a Vienna, e, sebbene sa che “nella morte tutto diventa più piccolo”, le piccinerie dell’esistenza prendono un sapore speciale, e pure i dolori, se sono accompagnati dall’essere tra le persone, e pure le malinconie. Muta il suo sguardo sulla vita e su ciò che fino ad allora aveva creduto vero; cambia l’opinione che ha sul rapporto tra uccelli e uomini: “Io, da parte mia, non sono un eccello. Mi sarebbe piaciuto esserlo, ma allora non sarei affatto capace di apprezzare i vantaggi della mia esistenza da uccello. La saprei sfruttare, ma non saprei contemplarla”. È la rivalutazione dell’uomo, di quel bisbetico creaturo che era stato, atrofizzato nella vena sociale, e ora, posto davanti allo specchio della propria miseria, rinato a nuova vita. Sono, nell’hotel, il maggiordomo Habib e un altro vegliardo, il signor Witzturn, a comporre, assieme a Lewadskj, questo discorso attorno alla rinascita umana; un discorso, certo, fatto di frammenti e di tratti onirici, ma delicato, di quella levità che non chiude gli occhi di fronte agli stenti, e tuttavia non nega le gioie e i godimenti della vita. È la scoperta della dolce vulnerabilità di essere uomini, ma uomini anziani, “indifferenti agli eccessi” e che “si sono ormai lasciati alle spalle la cattiveria della giovinezza”. Se ci sono dei contrasti, soprattutto tra i due anziani, Lewadskj e Witzturn, sono amorevoli rivalità, piccole, senza futuro, eppure quasi bambinesche (chi dei due, a esempio, ha il bastone da passeggio più bello); e i loro dialoghi, intervallati da brevi sonni, e da inciampi e da passi lenti, sfiorano le regioni della filosofia, in specie dell’estetica, e poi sprofondano, improvvisi, nel più banale e quotidiano disguido della loro esistenza di vecchi.

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“Tutto ciò che da bambini ci sembra ridicolo e inutile, alla fine, visto attraverso l’incanto della morte, ci pare serio e importante”: è un libro, questo, che insegna le proporzioni della vita, attraverso delle immagini brevi e delle epifanie; e mostra che a volte la ragione fa, sulle nostre esistenze, del terrorismo più becero dell’incanto della morte, quello che “getta una luce spietata sulle cose che devono e vogliono insinuarsi nella vita di chi rimane in questo mondo”. Una rivalutazione dell’uomo, come si è detto, ma anche un rimettere a posto le pedine dell’universo, in cui l’uomo non è che “un’apparizione provvisoria sulla Terra”. La verità è allora la gioia di vivere nella limitatezza (ed è la gioia a far male, adesso, non il cancro che si sta mangiando Lewadskj), la gioia di sapere che la relatività non precipita in un buio pessimismo, ma nella delicatezza di chi ha imparato a memoria le proporzioni della vita e ha saputo accettarle anche quando sono fuori misura e incoerenti.
È un libro che ci insegna che l’uomo può essere “triste e felice allo stesso tempo”.

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