Pietro-Secchia

Marco Albeltaro, Le rivoluzioni non cadono dal cielo, Laterza, pp. 237, euro 22

Recensione apparsa su “l’Unità” il 31 marzo 2014

Ha ragione Marco Albeltaro quando, nell’introdurre la propria informatissima biografia di Pietro Secchia, Le rivoluzioni non cadono dal cielo. Pietro Secchia, una vita di parte (pp. 237, euro 22, Laterza) avvisa che la storia lì narrata ormai «sembra lontana anni luce»: egli, classe 1982, fa parte, come chi scrive, della «generazione post-novecentesca, nata senza nessuna delle coordinate politiche, sociali, e esistenziali e, oserei dire, antropologiche» di quel secolo breve che forse iniziò a declinare proprio di conserva con l’ultima grande sollevazione del ‘900, il Sessantotto appunto, che per la prima volta poneva due generazioni l’una contro l’altra armate e i cui slogan, come pure ha scritto lo stesso Hobsbawm, lungi dall’essere affermazioni politiche nel senso tradizionale, furono piuttosto «pubbliche proclamazioni di desideri e sentimenti privati». Ed è proprio il contrasto tra dimensione privata e pubblica a darci la distanza lunare tra noi e l’universo di Secchia (o di Togliatti, o di Longo o Moscatelli); il rivoluzionario professionale novecentesco – tale è il profilo «genetico» – non offre infatti e forse non ha «questioni private» perché ciò che a lui nasce nel «lessico famigliare» finisce fagocitato dal «discorso» del partito. Con questo, se muoviamo dall’epilogo della parabola esistenziale di Secchia, affermiamo con Albeltaro che egli nel Sessantotto volle vedervi «un fenomeno di lotta di classe», fraintendendo la natura d’un movimento che fu generazionale e di cui Secchia, come altri della vecchia guardia, credette di isolare invece la sola urgenza all’azione per incanalarla in «quell’idea di mobilitazione permanente che deve caratterizzare la militanza comunista». Secchia muore, coperto da un alone di mistero circa un presunto avvelenamento, il 7 luglio 1973. All’evento le pagine di questo giornale diedero grande risalto con le parole di protocollo dell’allora Comitato centrale del Pci. In realtà, da tempo, colui che fu il numero due del partito viveva in regime di epurato, non tanto a causa della destalinizzazione (egli che divenne l’icona del sinistrismo filosovietico), quanto per lo iato sempre maggiore, in seno alla medesima linea politica, che lo separava da Togliatti (la cui condotta è per Secchia troppo morbida e a tratti equivoca) e che si sostanziò in mosse strategiche da entrambi giocate per screditare o allontanare l’altro: c’è il voto della direzione di partito nel 1951 a favore dell’invio a guidare il Cominform di un riluttante Togliatti, il quale di lì a poco porrà Secchia sotto osservazione; e c’è il clamoroso caso Seniga (il più stretto collaboratore di Secchia, «un personaggio da film», che il 25 luglio 1954 sottrasse enormi somme dalle casse del Pci, scomparendo) del quale Togliatti approfitterà per gettare sul rivale alcune denigranti diminuzioni, dall’esclusione dalla direzione, al declassamento a responsabile dell’attività editoriale del partito, al lavoro di coordinamento dell’attività dei gruppi comunisti alla Camera e al Senato (lui che veniva da tradizioni antiparlamentari e parlava in aula come si parla alla folla in piazza).

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Eppure egli non si scaglia mai contro il partito ma contro le personalità che ne hanno tradite le virtù. Il partito resta la divinità, «l’unico luogo politico nel quale possono avere cittadinanza delle speranze di cambiamento»; un partito «di massa di quadri», sempre pronto alla prospettiva insurrezionale per togliersi dalla «palude parlamentare», ben organizzato dentro una disciplina rivoluzionaria per «continuare lo spirito della Resistenza anche in tempo di pace». Dopo la guerra, fu premiato con la funzione di responsabile dell’organizzazione del Pci, per l’impegno e la maestria nel dirigere la spontaneità dei movimenti partigiani comunisti, composti nell’ideale secchiano da «uomini superiori agli altri, quasi antropologicamente». E prima ancora della guerra fece della propria esistenza il perfetto copione del dissidente politico: partecipò al biennio rosso, aderì tra i primi al Pcd’I, fu in carcere e al confino. Albeltaro nel tracciarne questo profilo che si legge d’un fiato posa in modo impeccabile i grani della narrazione, sì che dei personaggi seguiamo passo via passo le tappe biografiche, psicologiche e ideologiche. E le amicizie, gli scontri, i legami e le fratture vi vengono calati tanto bene che il saggio in molti punti scorre come un romanzo ove le molte politiche e gli screzi interni al partito sembrano altrettanti colpi di scena per l’avventura rocambolesca di un uomo che diede tutto se stesso per il proprio ideale.

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