Guido Michelone e In The Wee Small Hours di Frank Sinatra

SINATRA in-the-wee-small-hours

Ci sono per gli amanti della musica moderna (Novecento e dintorni) alcuni dischi dai quali si può e non si deve prescindere: ad esempio sul versante pop il Sergeant Pepper dei Beatles, sul classico lo Stravinskij che dirige se stesso (ma anche l’interpretazione di Pierre Boulez è fondamentale) sul rock II, ovvero il secondo LP dei Led Zeppelin, mentre per il jazz cantato In The Wee Small Hours è uno di quegli album fondamentali non solo per la cultura americana a 360 gradi, ma anche per le vicende del sound afroamericano, perché Frank Sinatra è stato il massimo jazz vocalist di pelle chiara di ogni tempo, da affiancare alla triade Louis Armstrong, Nat King Cole, Ray Charles (che erano molto scuri) sia per l’evoluzione dello stile canoro sia per l’indiscussa capacità a contaminare la pop song con altri generi. In The Wee Small Hours è infatti la pietra miliare del genere confidenziale, della torch song, del crooner maschile che farà scuola per un decennio e che oggi non a caso è ripreso dai vari Harry Connick, Michael Bublé, Jamie Callum e in Italia Matteo Brancaleoni.
Più volte ristampato su CD, in origine In The Wee Small Hours è un long-playing uscito nel 1955, per la Capitol Records di Los Angeles, in cui The Voice (detto anche Ol’ Blue Eyes) si esibisce in sedici standards con Nelson Riddle che arrangia e dirige l’orchestra ritmosinfonica congeniale per i climi soffusi, vellutati, discrezionali di una voce altrettanto calda, morbida, comunicativa. Il repertorio è quello dei migliori songwriters classici da Hoagy Carmichael (I Get Along Without You Very Well) a Cole Porter (What Is This Thing Called Love) fino alla coppia Rodgers/Hart (It Never Entered My Mind, Dancing On The Ceiling, Glad To Be Unhappy), passando per il jazz ellingtoniano (Mood Indigo) e per una rara sortita autografa (This Love Of Mine, sia pur firmata con Parker e Sanicola). Sono tutte ballads, con tempi lenti, dove il romanticismo è portato all’apice dell’espressività e dove l’interpretazione canora diventa un’arte maggiore, proprio grazie a Sinatra, che con compie un’altra svolta epica nella storia della discografia: In The Wee Small Hours è il primo concept album in assoluto, ossia un 33 giri che non è più una semplice raccolta di precedenti successi come accaduto fino allora, bensì un oggetto unitario dal punto di vista dell’esecuzione e del messaggio (l’essenza dell’amore): e anche la sequenza dei brani in successione diventa un progetto, una forma d’arte. Disco ideale per gli ascolti di San Valentino…

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Guido Michelone è nato a Vercelli, dove vive, scrive libri, dirige la locale Casa Jazz. Attualmente insegna Storia del Jazz e Storia della Popular Music al Conservatorio Vivaldi di Alessandria e Storia della Musica Afroamericana presso l’Università Cattolica di Milano. Oltre numerosi saggi sul rock, sulla canzone, sui musical, sulle colonne sonore, vanta numerosi volumi sulla cultura jazzistica, nonché la collaborazione a riviste specializzate come ‘Buscadero’, ‘Musica Jazz’, ‘Ritmo’, ‘Jazz Convention’, ‘Alias’. Vincitore di un’edizione del Premio Nazionale Latina per il Tascabile.

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