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Recensione a Racconti partigiani di Gian Paolo Grattarola. Apparsa su Mangialibri
I tumulti della guerra e della lotta di liberazione dal regime nazifascista si riversano sugli abitanti della Valsesia e cambiano il destino di questa comunità di persone umili. Alcuni di loro, come la famiglia di Sebastiano e il viceparroco Don Gianni offrono rifugio e vie di fuga. Altri, uomini e donne per lo più di giovane età, decidono di farsi partigiani e di rischiare tutto – la famiglia, un amore, le speranze di una vita –  per andare a uccidere e a farsi uccidere. Come Aldo, che quattro giorni fa in cella ha festeggiato il suo trentesimo compleanno, mentre ora pende impiccato, insieme con altri quattro ragazzi, al ponte della ferrovia. Come il Manta e la quindicenne Claudia che vengono sorpresi e freddati nel bosco proprio mentre stanno facendo l’amore. Come il mite Desiderio Turchini che, dopo l’esecuzione del fratello causata da un delatore, sente crescere dentro un dolore costante e insopportabile come quello di un dente infiammato. Come il venerabile comandante Cino che arringa le folle nei comizi, il giovane Jacopo che sogna un libro che un giorno racconti di loro e non solo delle imprese di cui sono protagonisti e Boezio Molino, partigiano di tante battaglie, sopravvissuto a ben quattro ferimenti…
A raccontarla in breve, l’antologia di Racconti partigiani scritta da Giacomo Verri potrebbe far pensare a qualcosa di già detto mille volte. Ma vi assicuro che leggendola, fin dalle prime pagine ci si accorge che la sua riuscita è davvero sorprendente. Tra i punti di forza che la sostengono c’è intanto un’inattesa fisicità, una vicinanza ai corpi dei protagonisti, al loro muoversi tra boschi, borghi, campagne e ambienti famigliari. La capacità di rendere palpabili le loro storie di sacrificio e i labirinti del comportamento umano, di condurci In prossimità di vicende che non devono essere state molto distanti dalla realtà. Non da ultimo le preziose risonanze letterarie – Beppe Fenoglio, Cesare Pavese e Davide Lajolo – con cui Giacomo Verri accresce uno stile narrativo caratterizzato da un registro lessicale cesellato e sapiente che fa sentire più intensamente la guerra e la morte, l’amore e la speranza, le condizioni sociali e i riti famigliari, la naturalezza con cui veniva vissuta l’identità territoriale anche durante la guerra e il disagio scettico di chi, dovendo ora lasciare le armi, scopre che smettere di fare partigiano costa quanto smettere di fumare.
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