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Recensione apparsa su “l’Unità” il 26 novembre 2013

Non v’è luogo più fascinoso di quello che si sottrae alla geografia. Storia delle terre e dei luoghi leggendari di Umberto Eco (Bompiani, pp. 478, euro 35), è proprio la narrazione di tali sottrazioni, volontarie e involontarie, che hanno segnato la storia della cultura. Eco ribalta l’affermazione di quell’indefesso pessimista che era Pavese: «La fantasia umana è immensamente più povera della realtà», e s’accosta meglio a Calvino per il quale «la fantasia è un posto dove ci piove dentro» o a Roberto Benigni che ammicca dicendo che «nulla è più scientifico della fantasia». E in questo stupendo libro illustrato sono davvero innumeri i luoghi sui quali l’immaginazione può volare scegliendo fiore da fiore i più mirabili e fatali. Ci sono rappresentazioni della terra piatta, celebri mappamondi a T, superfici terrestri vergate su dischi ellissoidali, e altre cartografie immaginarie che fanno capo a teorie divergenti: quelle dei grandi filosofi dell’antichità, di Tolomeo e di Sant’Isidoro, secondo i quali la terra è sferica; quelle di alcuni Padri, tra cui Lattanzio, e del geografo bizantino Cosma Indicopleuste, che sulla scorta della Bibbia pensano al mondo come a un grande Tabernacolo. Ci sono le terre delle Scritture Sacre, l’affascinante fiume Sambatyon nel cui letto frastuona e s’arrotola un ammasso di rocce e sabbia che non consente ad alcuno il passaggio, c’è un regesto sulle belle congetture che nei secoli si sono fatte attorno alle misure del Tempio di Re Salomone. Ci sono le terre di Omero, le sette meraviglie dell’antichità, il Paese di Cuccagna, Atlantide, Iperborea, «quel coacervo di fantasie che è il mito di Rennes-le-Château», e anche i luoghi della verità romanzesca (e non dell’«illusione leggendaria») che, in tanta ridda di falsi e menzogne, offrono infine la loro inscalfibile verità. Molti sono luoghi che già avevano fatto la polpa ad alcuni romanzi di Eco: le mappe di Lattanzio e Cosma, il Sambatyon e il regno del Prete Gianni li troviamo in Baudolino come stupende eccezioni (enfatizzate poi dal pensiero laico ottocentesco) alle reali conoscenze geografiche dell’età di mezzo che, tolte le questioni di zelo filologico, restituiscono un Medioevo fantastico, gremito di falsi e di leggende capaci di muovere la Storia.

terre luoghi leggendari

Altri luoghi sono quelli che nel Pendolo di Foucault vengono interrogati maniacalmente dagli adepti della semiosi ermetica per far loro dire cose che nessuno mai potrebbe certificare con la scienza: l’ossessione ad esempio per i sotterranei che nascondono, bui e misteriosi, la sede di poteri occulti, di correnti invisibili che si collegano al Polo Mistico (altrettanto recondito). Letture paranoiche dei luoghi culminate nella teoria, d’ascendenza nazista, della Hohlweltlehre, ovvero della Terra cava, secondo la quale noi tutti vivremmo all’interno della Terra, e non sulla superficie e, di questo interno, Hitler si credette il Re, capace di dirigerne le invisibili correnti (e già altrove Eco chiosava: «Secondo alcune fonti nelle alte gerarchie tedesche la teoria venne presa sul serio. Si dice persino che furono sbagliati alcuni tiri con le V1 proprio perché si calcolava la traiettoria partendo dall’ipotesi di una superficie concava e non convessa. Dove – se è vero – si vede l’utilità storica e provvidenziale delle astronomie deliranti»). Il libro è dunque un inno alla bizzarria e alle fascinazioni della menzogna da parte di chi, come il sapiente semiologo, sa che il vero è ciò che può e il falso ciò che vuole; di chi, ancora, ha faticato gli anni a scovare piccole e provvisorie certezze nella scienza della semiotica generale, mettendo bene in luce i limiti e i guasti del fare interpretativo, per baloccarsi infine con le proprie verità, mettendo in scena personaggi indelebili che, attraverso le categorie di vero e di falso, hanno giocato, combinandone e decombinandone le possibili conseguenze. E se nell’ultimo capitolo di questo volume ci viene ricordato ancora una volta che «il mondo possibile della narrativa è l’unico universo in cui noi possiamo essere assolutamente sicuri di qualcosa, e che ci fornisce una idea molto forte di Verità» (perché se Emma Bovary si dà la morte da sé, séguita a finire suicida «ogni volta che terminiamo di leggere il libro»), è anche vero che Eco rimette sotto al naso del lettore un accuratissimo florilegio di mappe, rappresentazioni, visioni del mondo incongruenti, che revocano in dubbio i fondamenti scientifici, ribadendo l’idea del mondo come labirinto rizomatico, nel quale tuttavia è fondamentale il valore della ricerca continua, della narrativa, del racconto falso come infinita combinatoria dei possibili, che si nutre di provvisori e fantastici schemi. Ma non solo: ci insegna che spesso la verità nasce dalla menzogna, che pur sommaria e imprecisa ogni visione del mondo è buona purché induca l’uomo alla ricerca, sempre, e che sovente l’essere umano ha scoperto qualcosa solo per serendipità, andando a naufragare negli splendidi mari delle coincidenze inaspettate. E leggendo questo libro pare ancora vero, infine, che l’immaginazione, come scrisse Leopardi, «è il primo fonte della felicità umana».

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