Libri tanto amati: il trittico di Fabrizio Pasanisi

pasanisi

(Foto di Fabrizio Pasanisi)

Un libro solo? O soltanto un libro?

Vivo tra i libri e, sceglierne uno tra tanti, tra tutti, il più importante, il più amato, mi sembra un compito impossibile, un’impresa più della fantasia che della ragione. Ma, messo alle strette, partirei da tre titoli, i più alti, che si contendono quel personalissimo primato.
La Commedia di Dante, perché è il succo della letteratura, e dell’uomo. Mai nessuno ha osato tanto, mai nessuno potrà più farlo, per quanto genio vi metta, come temi, semplici e assoluti, come ricchezza, personaggi, storie, naturalmente come linguaggio. Michelangelo e la Sistina, Dante e la Commedia: banale, ma come pensare ad altro per partire?
Poi Proust, la Recherche, perché è la vita nel suo sviluppo, per via di quella benedetta madeleine, la vita così com’è. Le immagini dell’infanzia, le illusioni adolescenziali, gli amori, il confronto con le nostre ambizioni, quell’idea di cultura che tutto sottende, le ansie e le attese. E, nel logico epilogo, la presa di coscienza di quanto poco della vita abbia un senso, di quanto poco insegni. Molto meglio la cultura. A riassumerlo, come un’effigie, c’è quell’immagine del colto, elegante Swann ritratto in quadro (per altro esistente, Il balcone del Cercle de la rue Royale, di James Tissot), e il Narratore che può dire, con un soffio di candore, che se, dopo essere stato al centro della vita mondana, Swann ha qualche speranza di essere ricordato, è per via di un’opera scritta da un ragazzino da egli stesso considerato un piccolo imbecille. Beh, poiché quel ragazzino ha fatto di voi l’eroe di uno dei suoi romanzi, oggi si ricomincia a parlare di voi, e forse vivrete.
Il terzo, o forse il primo, è un’opera teatrale. L’ho vista rappresentata mille volte, in teatro e al cinema, l’ho letta altre mille. Ho visto il castello in cui è ambientata la sua storia, in Danimarca, ho cercato i luoghi del suo autore, sulle sponde del Tamigi. È l’opera su cui ho più a lungo riflettuto, Amleto. Non sono certo un re, né un figlio di re, né avrei potuto, o voluto, esserlo. Ma il pensiero di Amleto, i suoi dilemmi, l’essere o non essere come origine di ogni dubbio, quindi come base della conoscenza, quelli sì, quelli li ho fatti miei.
Mi piace immaginare la letteratura come un’entità circolare, un vortice che gira, con noi nel mezzo. Anche per questo non vorrei scegliere il mio libro preferito, vorrei piuttosto trovarmi in un racconto di Borges e avere la chiave dell’universo, quello che alcuni chiamano la biblioteca. Aprendola, vorrei presentarmi con l’animo candido di Amleto e, davanti all’universo, sceglierei un grosso volume tra i tanti. È la storia delle storie, quella di Ulisse, un uomo che vuole tornare da dove è partito, e per farlo gliene capitano di tutti i colori. Non ho preso Omero, ma piuttosto il volume di quell’irriverente di Joyce, nel quale, nel nono episodio, quello indicato, in base al riferimento con l’opera madre, come Scilla e Cariddi… La vicenda ha luogo in un’altra biblioteca, quella di Dublino. All’interno di un dibattito tra platonici e aristotelici, alcuni signori si pongono un problema essenziale, per loro: se Shakespeare vada identificato, nella sua opera più famosa, con il principe Amleto, come tanti ritengono, o piuttosto con il vecchio re, suo padre, come Joyce stesso, tra dotte argomentazioni, cercava di dimostrare.
Non so quanto sia importante venire a capo di tale questione, ma ho capito comunque che esistono più cose in cielo e in terra di quante ne possa sognare la nostra filosofia. E anche che, beh, sì, caro principe: il resto è silenzio, e noi ci siamo immersi!

***

Napoli è la città in cui sono nato e vivo a Roma da tanti anni. Ma sono tante altre le mie città, i miei luoghi di riferimento. Parigi, Londra, Praga, Dublino, naturalmente Berlino, per parlare delle capitali; ma anche Rouen o le strade degli Stati Uniti, i mari della Grecia o San Pietroburgo, dove si può incontrare un naso che se ne va a spasso per la strada. E magari Davos, una ridente località di montagna molto nota per la cura delle malattie polmonari, o territori sottilmente immaginari, come Brobdingnag, come certe città invisibili. Sono i luoghi dei libri, della letteratura, che frequento con trasporto e dove abito sempre volentieri. Dalla letteratura sono nati i due libri che ho sin qui pubblicato. Il primo è stato Bert e il Mago, edito da Nutrimenti, sulle figure di Mann e Brecht, onorato dalla menzione del Premio Calvino e dal Premio Bagutta opera prima. L’altro è L’isola che scompare, sempre Nutrimenti, un viaggio in Irlanda alla ricerca di Joyce e di Yeats e della loro poesia, ma anche di volti e di idee. Ho poi svolto un lavoro di traduttore, dedicandomi in particolare a Stevenson, Il riflusso della marea, per Sellerio, e Conrad, Il salvataggio, un’opera di bellezza struggente, ancora per Nutrimenti. Le altre cose, soprattutto il lavoro di giornalista e autore televisivo, in Rai e altrove, hanno riempito la mia vita, accompagnandomi.

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