Ratto-di-Proserpina-grande

Dopo la pubblicazione del post https://giacomoverri.wordpress.com/2016/02/16/per-un-catalogo-di-gesti/, molti amici scrittori, critici letterari e lettori appassionati, si sono fatti avanti e hanno proposto altri gesti memorabili.

Il catalogo ha così inizio, qui, in forma ancora solo abbozzata, e senza un ordine preciso. Il problema è proprio quello di decidere quale siano, quali debbano essere le categorie entro le quali far confluire il repertorio di gesti letterari. Si potrebbero dividere in base alla parte del corpo che svolge l’azione: le mani, gli occhi, la bocca, le gambe, i piedi, e così via. Oppure in base al sentimento che quel gesto manifesta: amore, odio, stizza, gelosia, premura, indifferenza, ecc… Oppure, come ha suggerito Francesca de Lena, “per situazioni/condizioni: gesti in famiglia, gesti delle feste, gesti in sovrappeso, gesti in gravidanza, gesti da poveri, gesti in camera da letto”.

In ogni caso, i primi contributi sono questi:

Roberto Saporito: “Guidata in rotta di collisione verso la berlina dell’attrice cinematografica, la sua macchina ha saltato il parapetto del cavalcavia dell’aeroporto di Londra ed è precipitata, sfondandolo, sul tetto di un autobus carico di passeggeri delle linee aeree. Quando, un’ora più tardi, mi sono aperto la strada fra i tecnici della polizia, i corpi schiacciati dei turisti del tutto-completo giacevano ancora sui sedili vinilici, come un’emorragia del sole. Reggendosi al braccio dell’autista, l’attrice cinematografica Elizabeth Taylor, con la quale Vaughan aveva per tanti mesi sognato di morire, stava sola sotto il lampeggio circolare delle ambulanze. Quando mi sono chinato sul corpo di Vaughan, s’è portata alla gola una mano guantata”. James G. Ballard Crash.

Mariolina Bertini: “D’improvviso, nel silenzio della notte, fui colpito da un rumore in apparenza insignificante ma che mi riempì di terrore, il rumore della finestra di Albertine che si apriva violentemente. Quando non sentii più nulla, mi chiesi perché quel rumore mi avesse fatto tanta paura. Non aveva, in sé, niente di così straordinario; ma io, probabilmente, gli davo due significati che mi spaventavano in ugual misura. Innanzitutto, poiché temevo le correnti d’aria, era una convenzione della nostra vita in comune che di notte non si aprissero mai le finestre. (…) Inoltre, il rumore era stato violento, quasi sgarbato, come se avesse aperto rossa di collera e dicendo: “Questa vita mi soffoca, basta, ho bisogno d’aria!” Non mi dissi esattamente tutte queste cose, ma continuai a pensare a quel rumore della finestra aperta da Albertine come a un presagio più misterioso e più funebre d’un grido di civetta.” M. Proust, La Prigioniera, trad. di Giovanni Raboni, I Meridiani, vol. III, p. 824.

Fabrizio Pasanisi: “…la donna si diresse con passo curiosamente morbido e sinuoso e il capo un poco proteso in avanti verso il tavolo all’estrema sinistra, perpendicolare alla porta della veranda, Il Tavolo dei Russi Buoni, tenendo una mano nella tasca della aderente giacca di lana e portando l’altra alla nuca per sostenere e ravviare i capelli. Hans Carstop osservò quella mano… aveva occhio e senso critico per le mani e d’abitudine, quando faceva nuove conoscenze, indirizzava innanzitutto il suo sguardo verso quella parte del corpo.
T. Mann, La montagna magica, trad. Renata Colorni, ed. Meridiani Mondadori, pag. 111.

Nicola Vacca: “Preferirei di no”. Hermann Melville, Bartleby lo scrivano.

Chicca Gagliardo: “Mi pare impossibile che quando c’è la luna noi si dorma nelle nostre case”. Poi la voce rallenta: “Quando c’è la luna fuori della finestra chiusa succedono cose strane, e meravigliose; cioè insomma ci sono cose che corrono navigano girano per conto loro mentre noi dormiamo. Non è strano questo? Non è strano anche che si possa dormire mentre la luna attraversa il cielo?”. Tommaso Landolfi, La pietra lunare.

Filippo Tuena, Ulisse che tende l’arco:

“Ma il Laerzìade, come tutto l’ebbe
Ponderato e osservato a parte a parte,
Qual perito cantor, che, le ben torte
Minuge avvinte d’una sua novella
Cetera ad ambo i lati, agevolmente
Tira, volgendo il bìschero, la corda:
Tale il grande arco senza sforzo tese.
Poi saggio far volle del nervo: aperse
La mano, e il nervo mandò un suono acuto,
Qual di garrula irondine è la voce.
Gran duolo i proci ne sentiro, e in volto
Trascoloraro; e con aperti segni
Fortemente tonò Giove dall’alto.
Gioì l’eroe, che di Saturno il figlio,
Di Saturno, che obliqui ha pensamenti,
Gli dimostrasse il suo favor dal cielo;
E un aligero stral, che su la mensa
Risplendea, tolse: tutte l’altre frecce,
Che gli Achivi assaggiar dovean tra poco,
In sé chiudeale il concavo turcasso.
Posto su l’arco ed incoccato il dardo,
Traeva seduto, siccom’era, al petto
Con la man destra il nervo: indi la mira
Tra i ferrei cerchi prese, e spinse il telo,
Che, senza quinci devïare o quindi,
Passò tutti gli anelli alto ronzando”.

Omero, Odissea, canto XXI, traduzione di Ippolito Pindemonte.

Demetrio Paolin: “Pigliate quei quattro capponi, poveretti! a cui dovevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, e portateglieli; perché non bisogna mai andar con le mani vote da que’ signori. Raccontategli tutto l’accaduto; e vedrete che vi dirà, su due piedi, di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno. Renzo abbracciò molto volentieri questo parere; Lucia l’approvò; e Agnese, superba d’averlo dato, levò, a una a una, le povere bestie dalla stìa, riunì le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegnò in mano a Renzo; il quale, date e ricevute parole di speranza, uscì dalla parte dell’orto, per non esser veduto da’ ragazzi, che gli correrebber dietro, gridando: lo sposo! lo sposo! Così, attraversando i campi o, come dicon colà, i luoghi, se n’andò per viottole, fremendo, ripensando alla sua disgrazia, e ruminando il discorso da fare al dottor Azzecca-garbugli. Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”. Alessandro Manzoni, I promessi sposi.

Paolo Melissi: “Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise”. Edmondo De Amicis, Cuore.
Daniele Ceschini: Odisseo nasconde una lacrima per la morte del cane, lui che pochissimo pianse per altro.
“Così dicean tra lor, quando Argo, il cane,
Ch’ivi giacea, del pazïente Ulisse
La testa ed ambo sollevò gli orecchi.
Nutrillo un giorno di sua man l’eroe,
Ma côrne, spinto dal suo fato a Troia,
Poco frutto poté. Bensì condurlo
Contro i lepri ed i cervi e le silvestri
Capre solea la gioventù robusta.
Negletto allor giacea nel molto fimo
Di muli e buoi sparso alle porte innanzi,
Finché i poderi a fecondar d’Ulisse,
Nel togliessero i servi. Ivi il buon cane,
Di turpi zecche pien, corcato stava.
Com’egli vide il suo signor più presso,
E benché tra que’ cenci, il riconobbe,
Squassò la coda festeggiando, ed ambe
Le orecchie, che drizzate avea da prima,
Cader lasciò: ma incontro al suo signore
Muover, siccome un dì, gli fu disdetto.
Ulisse, riguardatolo, s’asterse
Con man furtiva dalla guancia il pianto”.
Omero, Odissea, Canto XVII, traduzione di Ippolito Pindemonte.
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