I dischi di Guido Michelone: la Coppa del Jazz 1960

coppa del jazz 1960

Molti ricordano il 1960 come l’anno delle Olimpiadi a Roma, l’anno del governo Tambroni, del boom economico, della Dolce Vita, degli urlatori, delle vacanze di massa, della nascente pittura pop. Ma il 1960 è anche l’anno della Coppa del Jazz, l’unica disputatasi nel nostro Paese, grazie alle trasmissioni radio della sede RAI di Torino: una gara in grande stile con il meglio dei complessini dixieland, swing e bebop, di cui solo due parteciperanno alla finalissima: vincerà il Gil Cuppini Quintet, ma secondo, distanziato da pochissimi punti ci sarà il raffinatissimo Quintetto Jazz di Torino con un giovane sax tenore da Vercelli, Gianni Dosio, morto di recente; con lui Dino Piana al trombone, Enrico Deviè al pianoforte, Nando Amedeo al contrabbasso e Franco Tonani alla batteria.
Ora un disco CD del 2000 riporta quasi integralmente quella finale radiofonica; già all’epoca esce un album antologico con tutti i gruppi in gara, ma questo compact intitolato semplicemente La Coppa del Jazz 1960 ed edito da Twilight Music (assieme alla RAI, distribuzione Halidon) presenta ben diciotto brani dalle trasmissioni cominciate il 26 gennaio 1960 alle ore 22 sul Secondo Programma Radiofonico. Il disco offre dunque una scelta di quattro gruppi: oltre i due finalisti, il terzo e il quarto classificati, ossia Enrico Intra e la Milan Jazz Gang. Presentati da Brunella Tocci, i jazzmen eseguono dal vivo il loro repertorio più qualche brano al buio, ossia un titolo scelto a caso e tenuto segreto dalla giuria fino al momento dell’esecuzione: in questo caso il celebre Moritat di Kurt Weill. Dosio e soci nell’album poi improvvisano stupendamente su brani famosi da I’ll Remember April a Dolce sogno, da Blues The Most a Roman Blues fino a Bernie’s Tune interpretata assieme all’altro quintetto vincitore.
Come scrive Dario Salvatori nell’introduzione sul libretto: “La concezione di un torneo non deve comunque far pensare a qualcosa di meramente agonistico. Diversamente da quanto sarebbe accaduto in seguito, i gruppi in gara potevano disporre di tutto il tempo che desideravano, non c’erano brani sfumabili o assolo ridotti. A ciò si aggiunga la meticolosa “gabbia” allestita dagli autori, che prevedeva, per ogni formazione, un brano a piacere (sia edito che di propria composizione), un “obbligato”, un tema da un minuto su cui improvvisare e qualche volta addirittura una jam session fra le due formazioni in gara. Come si vede non certo una “Canzonissima” del jazz, quanto piuttosto una pedana artistica di tutto rispetto, addirittura complessa nella sua articolazione. Forse è per questo che i musicisti non solo non protestarono per l’insolita gara ma si dimostrarono addirittura entusiasti”. Il verdetto finale affibbia 96,27 punti al Gil Cuppini Quintet, 94,63 al Quintetto di Torino, 90,77 all’Enrico Intra Trio,88,33 alla Modern Jazz Gang, ma al di là delle cifre resta tanta buona musica e un’Italia che si scopre moderna anche nell’amore e nella pratica verso un jazz sempre più nuovo e moderno, come Gianni Dosio a Vercelli persegue fino all’ultimo per oltre mezzo secolo.
Ora domenica prossima, il 28 febbraio, il sassofonista, a un mese dalla scomparsa, viene commemorato nel vercellese Teatro Civico da un gruppo di musicisti e due voci recitanti: anziché essere un momento di aggregazione di tutto il jazz vercellese (e di quello affine per spirito collaborativo) i ‘soliti’ egoisti preferiscono escludere invece di includere, quasi a giocarsela tra pochi intimi, con esclusioni clamorose: un gesto che non fa onore ala memoria del buon Gianni, il primo in vita a tener sempre presente ogni jazzista, jazzofilo, jazzologo di valore.

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