Beppe, scrittore e partigiano

Tre anni fa avevo chiesto a Marisa Fenoglio di scrivere un ricordo del fratello Beppe per “l’Unità”.

Oggi, nel giorno in cui Beppe Fenoglio avrebbe compiuto 94 anni, ripropongo quell’articolo, uscito il 17 febbraio 2013.

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beppe fenoglio

«L’eredità di mio fratello»

Ricordi familiari: il molto che resta dell’autore scomparso cinquant’anni fa

di Marisa Fenoglio

Cinquant’anni ci separano dalla scomparsa di mio fratello Beppe Fenoglio. Da cinquant’anni noi famigliari conviviamo con la sua fama postuma di scrittore studiato e amato da più di due generazioni di lettori, critici letterari, studenti. I ricordi dell’uomo Fenoglio – figlio, fratello, studente dai brillanti studi classici, partigiano che vive la Resistenza come stagione assoluta, nel dopoguerra fatica a inserirsi in un modello civile e imbocca non la carriera, ma la scrittura – si sono affievoliti. L’uomo pubblico si è sovrapposto all’uomo privato. Sui nostri ricordi personali si sono depositati cinquant’anni di testimonianze, di interpretazioni e ricordi altrui. Nel 2013 sono io l’ultima di quella famiglia di cinque persone che abitava in piazza Rossetti, in quella casa «a venti metri dal Duomo di Alba, a cavallo di due piazze di mercato», dove si affacciava la macelleria dei nostri genitori; l’ultima a poter raccontare quella filigrana biografica che solo può conoscere chi ha condiviso l’intimo famigliare; l’ultima testimone della situazione di partenza della sua grande avventura letteraria, dello svolgersi dei fatti tra le pareti di casa, lontano da occhi estranei. Negli anni Beppe scrittore è diventato il coagulatore della nostra identità familiare, rendendoci fruitori di una esaltante eredità, mai disgiunta dal dolore per la sua morte prematura. In me in particolare, ha potenziato il senso di una mia forte radice di partenza, così preziosa per chi vive all’estero, dove, in quanto sconosciuta, essa non ha valore. Sono la sorella che, pur in formato ridotto, ne ha seguito le tracce scrittorie. Da quando anch’io mi cimento è cambiato del tutto il mio approccio alle sue opere. Il lungo tempo ha cancellato il vizio capitale della lettura da parte di un parente prossimo. Di uno scrittore il familiare è il lettore meno adatto, perché prevenuto, diffidente, restio anche nel dover riconoscere un talento che a lui è stato negato. Oggi non leggo più Beppe come lettura, sebbene particolare, emozionante, ma come officina, laboratorio di scrittura, impatto con una creatività familiare che avevo sempre guardato dal di fuori, mai pensando di poterne far parte, ma di cui talvolta mi sembrava di intravedere i meccanismi. Spesso per avvicinarmi di più al suo percorso ho sfogliato nelle pagine dell’edizione critica di Maria Corti, nelle appendici a Primavera di Bellezza, a Una questione privata, e mi è rimasto il rimpianto che pagine come queste non siano entrate nelle edizioni finali. Sono testi non ancora filtrati da una più consapevole strategia di scrittura e al contempo sono l’immagine più autentica di Beppe giovane, quello che ho conosciuto io. Tuttavia leggere nei frammenti, nelle fasi creative intermedie dove ancora manca la soluzione che accontenta, mi fa l’effetto di un passo furtivo, come entrare in un territorio privato, inviolabile, in un cantiere di cose ancora in movimento e perciò non valutabili giustamente. Quello che conta è l’assetto finale, costruito da chi sa arrivarci e lo riconosce, e non accetta per buoni gli stadi intermedi. È come vedere ammucchiati i requisiti per una rappresentazione di teatro, c’è ancora di tutto e molto di superfluo e di mal scelto, e mai si dovrebbe giudicare a questo punto. Ma chi conosce queste esperienze sulla propria pelle e sa guardare nel caos del momento creativo non può che provare un senso di solidarietà, non disgiunto da pena, per i faticosi e umili passaggi che portano alle vette. Da cinquant’anni Beppe offre a noi vivi – familiari, amici, lettori – infinite occasioni di riflessione, di studio, di rimembranze. Se la parola è memoria e raccontare è rivivere, Beppe ci ha regalato un patrimonio comune di ricordi. Per coloro, e sono tanti, che sanno apprezzare la suggestione che emana dai luoghi che furono culla di pensiero e di creatività, Beppe è diventato il compagno insostituibile di ogni camminata sulle Langhe, è l’occhio con cui guardiamo i paesaggi, sentiamo il tempo, le stagioni, è l’interprete delle nostre sensazioni, l’ispiratore dei nostri pensieri. Non ci può essere guida migliore. In ogni suo libro le pagine dedicate alle «alte colline» sono itinerari di assoluta poesia che sovrappongono le sue epiche descrizioni di uomini e paesaggi all’affollato presente del benessere e del turismo. Beppe ha lasciato le Langhe nel momento del grande trapasso: dalla «terra avara e aspra che spezza la schiena a chi la lavora», alla meccanizzazione e alla conseguente resa industriale della stessa, di cui noi tutti godiamo i benefici. Sono ancora lo stesso scenario naturale, le paterne Langhe, dove Beppe pensava di fare all’amore e invece gli toccò di fare la guerra. A noi il compito di non dimenticarlo.

langhe

di Giacomo Verri

«Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano. Mi pare d’aver fatto meglio questo che quello. E non ci sarà pericolo che il vento spezzi la mia lapide, perché giacerò nel basso e bene protetto cimitero di Alba». Così Beppe Fenoglio nella V annotazione del Diario – pubblicato, come molte opere sue, postumo – prefigurava, stagliandolo tra incorrotte tinte epiche, il disegno affilato della sua stele. Parole che si caricano di tanta maggiore splendidezza se messe al fianco di quelle tenaci righe consegnate al fratello Walter poco prima di andarsene: «Funerale civile, di ultimo grado, domenica mattina, senza soste, fiori e discorsi» (quasi come il padre di Agostino nella Malora) Oggi, a cinquant’anni da quel 18 febbraio 1963 in cui si spense in una camera delle Molinette di Torino, ricordiamo la figura solitaria del partigiano e dello scrittore che seppe, come scrisse l’amico Italo Calvino, conservare più e meglio di altri, forse di tutti gli altri scrittori della loro generazione, la forza di «quella prima frammentaria epopea» scaturita dalla portentosa esperienza della vita partigiana. Beppe Fenoglio non toccò i quarantun anni: un cancro ai bronchi lo costrinse in letto, colpito da tremende crisi di soffocamento. Ma ancora a poche settimane dalla morte seguitò a intagliare quell’universo dove forgiava la propria personalissima lingua. Fu partigiano della letteratura, attraverso la fatica dello scrivere temprò l’uomo, così che chi legge le sue pagine raffina il proprio odio sulle ingiustizie, spunta la propria mortale indifferenza sulle crudeltà infinite che fanno il genere umano. I suoi sono personaggi solitari: Johnny, Milton di Una questione privata sopra tutti; forse perché nella stregata solitudine d’una stanza o in quella d’una somma collina si guadagna il raffinamento dello spirito; quello che pure lo scrittore carezzò di continuo, non contentandosi mai, agognando gli apici, sempre («Partigiano, come poeta, è parola assoluta, rigettante ogni gradualità»). Le sue pagine raccontano un sacro conato di vita contro i guasti dell’esistenza, contro il male, contro l’asprezza ancestrale dei contadini della Malora o quella assurda e lubrica del fascismo. Anche la lingua che utilizzò è il risultato dell’estenuante tenzone contro la sua incontentabilità: lo racconta egli stesso dicendo la fatica dello scrivere («la più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti») e torna a parlarne oggi Marisa Fenoglio, la sorella piccina, l’ultima rimasta di quel nucleo familiare che vide i primi passi dello scrittore. Del fratello non ricorda i capitoli della vita quotidiana – su cui peraltro ha scritto pagine felici in Casa Fenoglio (Sellerio) e, qua e là, nel Ritorno impossibile (Nutrimenti) -, ma racconta come egli è divenuto il «coagulatore dell’identità familiare», e pure – per lei che ha intrapreso la carriera di scrittrice e s’è affrancata dal «vizio capitale della lettura da parte di un parente prossimo» – l’esempio da seguire, il maestro da rispettare. Molte le iniziative in ricordo dello scrittore, in specie quelle allestite dal Comune di Alba (nel settembre scorso la Maratona fenogliana con lettura dei Ventitre giorni della città di Alba a cui seguirà in autunno un’altra Maratona con Primavera di bellezza e un Convegno nazionale coordinato da Walter Boggione dell’Università di Torino). Il 18 febbraio, alle ore 15, l’omaggio alla tomba dello scrittore nel cimitero di Alba.

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