Simone Weil e il lavoro: una storia attuale

 

singolare femminile

di Maria Rosa Panté

Bisogna immaginare una ragazza di 25 anni, dalle mani piccole, maldestre e delicate, da professoressa. Per la precisione professoressa di filosofia.
Bisogna immaginare una ragazza che ci vede poco, che ha spesso mal di testa devastanti e che, mentre sta alla pressa, per il dolore piange, sommessamente e continuamente.
Bisogna immaginare una ragazza curiosa di tutto, che si interessa tanto alle persone, quanto alle macchine. Che fa le domande giuste. Ma che non riesce a seguire la cadenza, la maledetta cadenza che il lavoro le impone. E resta indietro perchè è fragile, maldestra, donna. Ma resiste, resiste otto mesi, lavorando in almeno tre fabbriche metalmeccaniche, a Parigi. Nel 1934.
La ragazza è Simone Weil.
Non so che dirvi di Simone Weil perchè c’è troppo. Io ne leggo le parole, ne sento ormai quasi una voce che immagino, da quasi 20 anni. Simone Weil mi ha cambiato la vita.
Sono stata recentemente a uno spettacolo su di lei messo in scena da Cesar Brie: sia Cesar Brie che Catia Caramia, che interpreta la Weil, mi hanno detto la fatidica frase “Simone Weil mi ha cambiato la vita”.
Per dire che ora parlerò solo di un aspetto della sua esistenza e della sua ricerca: la sua analisi del lavoro. Quanta gente ha scritto di lavoro, anche legiferato, ma lei ha scritto del lavoro standoci dentro, ha scritto della fabbrica direttamente dalla fabbrica non per sentito dire.
Già questo dovrebbe dirci molto su di lei.
Simone è andata in fabbrica per capire non solo le condizioni dei lavoratori, ma anche la struttura della fabbrica e persino le macchine, il loro funzionamento. Pensava a una scienza e una tecnologia orientate a fare macchine che tenessero conto del benessere del lavoratore, purtroppo non pare sia stata ascolata.
Da questa esperienza di Simone è stato tratto un libro La condizione operaia, edito postumo in Francìa e in Italia edito nel 1956 dalla casa editrice di Comunità, quella fondata da Adriano Olivetti, nella traduzione del poeta Franco Fortini.
Dati che scrivo perché importanti.
Leggere La condizione operaia è dare voce al mondo del lavoro, una voce immutata, l’opera, le osservazioni della Weil sono così vive e attuali che fanno persino timore. La crisi ha tolto diritti e così il testo del 1934 è più valido oggi di qualche anno fa.
Un altro tema della Weil è quello della cultura: portare la cultura a tutti. Elevare tutti alla cultura. Dunque per esempio tenere corsi per gli operai, dunque scrivere una traduzione della tragedia Antigone per una rivista operaia…
Su questa linea si pone l’idea di parlare del lavoro attarverso le parole della Weil, ma calate in una storia contemporanea. E per rendere il tutto più divulgativo possibile, non l’idea di un testo teatrale, ma di un film. Un corto, perché i soldi non ci sono.
I pazzi che tentano l’impresa di fare un film sul lavoro e Simone Weil sono: Maria Rosa Panté, Lorenzo Debernardi, Bianca Pizzimenti, Lara Princisvalle, Eugenio Paglino, Manuel Maccarrone. Con l’appoggio, la presenza di Lucilla Giagnoni.
A parte me, vorrei dire che l’età media è intorno ai 20 anni.
Tornando a Simone Weil di questa esperienza lei scrisse in una lettera: “Questa esperienza ha mutato in me non questa o quella delle mie idee ma infinitamente di più, tutta la mia prospettiva delle cose, il senso stesso che ho della vita. Conoscerò ancora la gioia, ma una certa leggerezza di cuore mi rimarrà, credo, impossibile per sempre.
In senso generale, la tentazione più difficile da respingere, in una vita simile, è quella di rinunciare completamente a pensare: si sente così bene che questo è l’unico mezzo per non soffrire più.”
Per fortuna Simone non ha smesso mai di pensare e alla fine della sua riflessione ha dato a tutti un obiettivo, che pare irraggiungibile, ma chissà: “Non basta voler evitare le sofferenze dei lavoratori, bisognerebbe volere la loro gioia.”

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