Nostalgie sovietiche in 25 oggetti

 

Storie sovietiche
Rozalija Rabinovič Il palazzo dei Soviet tecnica mista, 27×39 cm, 1932

Articolo apparso per la prima volta su “l’Unità”, il 7 febbraio 2013

Venticinque storie da un altro mondo è il sottotitolo di un libro di straordinario interesse, La vita privata degli oggetti sovietici (Sironi editore, pagine 206, euro 19,80), ultimo di una nutrita schiera di volumi e di saggi che Gian Piero Piretto ha dedicato alla cultura e alla letteratura russa. È davvero un altro mondo quello descritto qui, e non solo perché dice l’al di là della cortina di ferro, ma perché, oltrepassatala, s’avanza così a fondo nella vita delle cose sovietiche che riporta sul fiore dell’acqua anche quelle tante e piccole tessere del quotidiano che il discorso della cultura ufficiale aveva chiuse nelle regioni dell’oblio. Piretto non fa un’operazione prescritta da una grossolana e indiscreta Ostalgie (così, ci spiega lo stesso autore, è definita in Germania la nostalgia per l’Ost, ovvero per l’Est) che tra l’altro, decontestualizzando gli oggetti che appartennero a una certa epoca storica, attribuisce loro delle «responsabilità che, spesso, non sono in grado di affrontare o sopportare». Lavora piuttosto sull’onda di quella che Svetlana Boym ha definito come «nostalgia riflessiva», quella cioè che «si sofferma sui ruderi, sulla patina del tempo e della storia» col disegno, certo più delicato, ma eticamente solido, di «contrastare la convenzionalità e i luoghi comuni» che troppo spesso caratterizzano il nostro sguardo sulle cose del passato.

La-vita-privata-degli-oggetti-sovietici

Piretto non parla di oggetti che denotano funzioni pratiche ma piuttosto di «cose» che hanno assunto connotazioni affettive anche molto forti, che, vorrei dire, hanno stabilito con l’uomo sovietico (e, prima ancora, russo) una «corrispondenza di amorosi sensi». Sono cibi e bevande, le Kotlety (polpette), a esempio, o la Pascha, sformato pasquale di ricotta a sagoma di piramide tronca (a ricordare il sepolcro di Cristo); oggetti minimi, testimoni del continuum del quotidiano, in taluni casi ancora d’impiego abituale (certi profumi, come l’ormai mitico Krasnaja Moskva, Mosca Rossa), in tal’altri ormai di una desuetudine a tratti commovente (i distributori automatici d’acqua gassata, la borsa a rete per la spesa o la moneta da due copeche per i pubblici telefoni, con la quale era possibile inaugurare chiamate urbane senza fine); in altri casi ancora l’attenzione si posa su oggetti dalla lunga storia, e sulle alterne sorti da questi subite: avventura luminosa è quella del Samovar, la cui vita privata (nonostante le severe resistenze dell’intransigenza bolscevica), dalla Russia degli zar a quella post-sovietica, è l’esempio distintivo di un oggetto che ha saputo mantenere nella sfera famigliare una tonalità di significato autonoma rispetto alle retoriche ufficiali. E ci sono infine i «pezzi unici», quelli che nel tempo hanno accolti o subiti i maggiori investimenti ideologici (il cadavere di Lenin, ad esempio), quelli ai quali fu affidato il compito di rappresentare agli occhi del mondo il prestigio dell’Unione (lo Sputnik o la spettacolare e sontuosa metropolitana di Mosca). Ma a fine lettura l’interesse si appunta maggiore proprio sulle cose apparentemente insignificanti – le galoscie o il bicchiere a faccette – perché sono queste a offrire il racconto più suggestivo e insolito intorno a quell’altro mondo, perché su di esse si sono addensati i fitti strati delle connotazioni della sfera privata, dell’intimità domestica, quelle dimensioni insomma che il protocollo della Rivoluzione aveva messo, più o meno forzatamente, fuori legge.

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