Libri tanto amati: Paolo Bottiroli, Jack Frusciante e i link del gruppo

Jack Frusciante

(Foto di Paolo Bottiroli)

Nel 1997 avevo sedici anni e leggevo poco. Pochissimo anzi. Per il compleanno mi avevano regalato Bastogne, il secondo libro di Enrico Brizzi dopo il felice esordio di Jack Frusciante, ma lo avevo lasciato lì, dopo una ventina di pagine sfogliate senza troppo entusiasmo. Avevo cose più importanti da fare, invece che avanzare su quelle righe. C’erano i videogiochi, il calcio e il Giro d’Italia da guardare in tv bevendo Estathè.
Qualche mese dopo, però, quella “pirata” di mia sorella mi aveva riproposto la sua copia di Jack Frusciante, provando a convincermi mi sarebbe piaciuto. Era o non era, quella, una storia d’amore, rock e bicicletta? Parlava o non parlava di ragazzi simili a me e ai miei compagni di classe? E Aidi, la protagonista, non mi avrebbe di sicuro ricordato la ragazza di “II D” con cui al tempo mi vedevo?
Per una volta mi ero fidato e avevo cominciato la lettura. Senza più riuscire a smettere.

Avevo sentito quella storia vicina e, come aveva detto qualcuno, mi era sembrato uno di quei libri che ti lasciano senza fiato, di quelli che quando hai finito di leggere vorresti che l’autore fosse tuo amico per poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.
Già, avete capito, sono le parole di Caulfield, il protagonista del Giovane Holden. E sapete come ero arrivato a conoscere quel libro? Proprio perché era uno di quelli citati in Jack Frusciante. Per me, insomma, il romanzo d’esordio di Enrico Brizzi era stato una sorta di vaso di Pandora, il modo per scoperchiare, scoprire con svariati link ante-litteram, altri libri, canzoni, autori e gruppi musicali di cui, al tempo, avevo una conoscenza solo vaga.

Era stato grazie a Jack Frusciante se avevo scoperto Altri Libertini e Camere Separate di Pier Vittorio Tondelli, i fumetti di Andrea Pazienza, Due di Due di Andrea De Carlo e il rock di Federico Fiumani e dei Diaframma. E ancora Should I stay or should I go dei Clash, Umberto Palazzo e il Santo Niente e i Marlene Kuntz. Sempre grazie a Jack Frusciante (il film, questa volta) avevo provato per la prima volta a ordinare in un bar un punch al mandarino e visto, anche se solo attraverso il filtro del tubo catodico, i lineamenti gentili di Violante Placido.

Finite quelle pagine tutto era stato in qualche modo diverso.
Avevo scoperto che a Bologna, distante solo qualche centinaia di chilometri da casa mia, c’era qualcuno che la pensava come me e aveva messo su carta le stesse emozioni che credevo di provare per gli occhi color castagna in cui mi perdevo ogni intervallo. Qualcuno, una sorta di fratello maggiore, che aveva scelto, nel suo secondo romanzo, di raccontare non più un amore tardo-adolescenziale, ma una storia di amicizia e tradimento, di battaglie combattute anche quando si sa già che andranno perse. Qualcuno che girava prima in bici e poi in vespa, frequentava stadi insieme agli amici e concerti rock con ragazze-cerbiatto con le quali era bello ballare fino a tardi. Qualcuno che ogni tanto, zaino in spalla, si allontanava a piedi dalla città, camminando tra boschi e prati verdi in cerca di nuovi posti da conoscere. Di tutto quello, poi, trovava il modo di scrivere parole che ogni volta riuscivano a colpirmi.
Da allora, l’idea che quello dello scrittore fosse un “lavoro” noioso è pian piano svanita dalla mia mente. Per scrivere, o almeno per farlo in un certo modo, bisognava prima di tutto vivere sulla propria pelle certe esperienze.
Ormai avevo vent’anni, era o non era arrivato il momento di mettermi alla prova?

***

Paolo Bottiroli, classe 1981, è cresciuto a Novi Ligure, ma ormai da dieci anni vive e lavora a Milano. Ha pubblicato racconti e reportage di viaggio su antologie, riviste e giornali oltre alla biografia del ciclista eroico Costante Girardengo (Girardengo, Il campionissimo, Italica Edizioni, 2012). A marzo di quest’anno è uscita la sua prima raccolta di racconti Questa è la mia casa (Edizioni La Gru).

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