sole italia

Recensione apparsa per la prima volta su Satisfiction

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Protetti da una coperta che da sola stuzzica la curiosità del lettore, i tre racconti di David Herbert Lawrence riuniti dal titolo generale di Sotto il sole d’Italia (Elliot, pp. 71, euro 9) rappresentano davvero un breve ma delizioso antipasto alla Ragazza perduta, il grande romanzo ‘italiano’ che l’autore dell’Amante di Lady Chatterley volle ambientare in Ciociaria, e che torna in questi giorni sugli scaffali delle librerie. Entrambi i testi escono per Elliot: la breve silloge nella traduzione di Claudio Marrucci, con un’introduzione di Antonio Veneziani; l’epopea di Alvina, la Lost girl, nella storica versione di Carlo Izzo, già per Mondadori nel 1948.
I tre racconti – Mercurio, Sole, L’uomo che non muore – vibrano tutti per una comune tensione verso l’ignoto e l’inconcluso. Nel primo testo, gli escursionisti invadono coi loro chiassi e la loro provvisorietà il corpo scuro del Monte Mercurio che, silenzioso, mostra tutt’intorno le “colline raggomitolate” e il “riverbero argenteo del fiume”; altrettanto silenziosamente sopporta le spavalde presenze umane, la torre, il ristorante, il giardino roccioso fiorito. I visitatori ci salgono in cima per gettare lo sguardo a pedice e nient’altro; è come se la Natura annichilisse ogni facoltà: lassù “non c’era proprio niente da fare. Non c’era niente da fare da nessuna parte, nulla che si potesse fare”. Il narratore allinea anafore – “tanto, non c’è niente da fare” – che si riuniscono in quella che potrebbe sembrare un’olimpica atarassia: “non ci preoccupiamo neppure di raccogliere i mirtilli polposi e bruni”. Ma è invece la nemesi che la Natura compie su chi ne nega la possanza: prima annullando qualità e doti d’ognuno, riducendo gli uomini a numeri di una folla che compie gesti omologati, poi sollevando i muscoli del vento, pennellando nel cielo “una tenebra enorme e piatta”, infine scagliando fulmini come messaggi divini (forse non a caso il monte si chiama Mercurio).

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La vendetta si compirà, perché la natura non può che vincere ogni tenzone; anche quella giocata in Sole nei confronti del grigiore che ha umiliato l’indole e l’anatomia di una ricca americana di New York, Juliet. Lasciatasi alle spalle l’Hudson “greve e nero” e il broncio della Statua della Libertà, giunge in Sicilia, nella villa in piena luce, accompagnata da madre e figlia. Il medico le ha prescritto dei bagni di sole, completamente nuda, ma non è facile per lei trovare il balsamo che scioglie i livori, libera dalle convenzioni borghesi e conduce all’essenza delle cose. Lo conquisterà, ponendosi addirittura al di sopra di ogni altro essere, contadini compresi, quelli dalla pelle sempre cotta dal sole; le nasce “una specie di sdegnosa tolleranza per gli esseri umani nel loro insieme”, perché lei si unisce all’astro infuocato, coglie nelle vene il sangue che urta deciso e che alza e rinforza le mammelle e apre il fiore del ventre, mentre in tutti gli altri seguita a resistere “un nocciolo tenero e bianco di paura”, il “timore per il calore naturale della vita”. Nelle fattezze di un contadino silente, riscopre la sessualità tonda e robusta che squarcia i vincoli e pone l’istinto come più alto valore. Eppure c’è un ‘ma’, anche in fondo a questo racconto, il più esteso della silloge: le dita lunghe e avvizzite delle consuetudini riescono a gettare un’ultima, ambigua ombra su quel corpo nudo che di tanto in tanto torna a fasciarsi con il kimono color tortora e i sandali. Allo stesso modo, sebbene in tutt’altro ambito, un ‘ma’ segna i gangli pure dell’ultimo racconto, L’uomo che non muore, una narrazione orale della tradizione yiddish giunta nelle mani di Lawrence attraverso l’amico traduttore Samuel Koteliansky. Due sapienti, Rabbi Mosè Maimonide e Aristotele, scoprono il modo di creare l’uomo che non muore mai: per generarlo ci vuole una piccola vena; l’uomo a cui la si toglie perde però la vita; quell’uomo è Aristotele che pone come unica condizione per il suo sacrificio quella di non interferire mai con la crescita della piccola vena. Il circolo si chiude, ma la coscienza di Maimonide non è salda. Così il disegno di chi era considerato tra gli uomini più saggi al mondo, un disegno che pareva perfetto, si incrina, “ed ecco che allora”… Lawrence non fece in tempo a terminare il racconto, ma l’ellissi genera un fremito nel lettore che benedice l’incompiutezza e torna a scorrere di nuovo i primi righi in cerca dei tanti significati secondi.

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