È un giallo la nave delle illusioni perdute

nave giapponese

Recensione apparsa per la prima volta su “l’Unità”, il 18 aprile 2014

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La tradizione dei polizieschi ha abituato il lettore a plot architettati secondo i più bizzarri e cervellotici schemi, dalle schiere di piccoli indiani alle trombe dell’Apocalisse. Non diversamente, al centro del Cargo giapponese di Giorgio Manacorda (pp. 168, euro 14, Voland ci sono una lirica di Ingeborg Bachmann e una nave nipponica battezzata Tokyo Blues, che «è il titolo italiano di un romanzo giapponese che ha un titolo inglese: Norwegian wood che a sua volta fa riferimento a una canzone. Il caso è grottesco, l’enorme cargo si è sbandato andando a schiantarsi su una banchina del porto di Cagliari; attorno alla nave, una grande Moby Dick d’acciaio nei cui intestini labirintici è sospesa una puzza di merda e di Zyklon B (l’agente fumigante usato dai nazisti nei Lager) e del cui equipaggio si è persa ogni traccia, indaga l’estroso commissario Sperandio, un po’ segugio, un po’ poeta, che cita Murakami e i Beatles, Coleridge e Kraus, investito dall’amico di lunga data Gavino Zurru, questore di Cagliari, del compito di «riempire con una storia» la pancia disabitata dello spettrale relitto. Affiancato dall’inseparabile maremmano Scotch, Sperandio – che già Manacorda presentava al pubblico nel precedente Delitto a Villa Ada – è un reietto della polizia, «confinato» a Gavoi, in Barbagia, senza donna, senza speranze se non quella della gloria poetica, troppo sopra le righe, solitario e irsuto come un selvaggio, pindarico nelle deduzioni grazie a un sodalizio ancestrale tra istinto e ragione: «io leggo e sento la puzza di quello che leggo». Ai piedi del cargo si stende l’ombra della mafia giapponese, la Yakuza, ma anche di una misteriosissima Signora. Tutti hanno intenzione di «scrivere» attorno al relitto una loro storia segnata dal ritmo di morbosi omicidi, di uomini che si schiantano da vertiginose altezze e di donne le cui schiene sono spaccate e inchiodate alla prua della nave per assomigliarle a polene. Con quest’indagine Sperandio – nome parlante – nutre gli ultimi miraggi, che sono insieme quello di cogliere l’amore di Francesca, «il suo agile balenottero con il sedere alto e gli occhi brillanti» e di riscattarsi dal destino di fallimento a cui una carriera di inciampi sembra averlo inchiodato. Per mezzo di dialoghi fulminei e sempre rivelatori, il romanzo mette in scena una lunga teoria di efferati delitti che a un tempo assomigliano a delle disperate preghiere. La soluzione arriverà, certo, ma sarà dal gusto amaro, ché la nave delle speranze (il sol levante) finirà per essere la nave delle illusioni perdute, dell’occaso tremendo e nostalgico.

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