Roberto Bolaño: una verità che sa di merda

Roberto-Bolaño
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Recensione apparsa per la prima volta su Satisfiction, il 29 febbraio 2016

http://www.satisfiction.me/notturno-cileno/

Roberto Bolaño, Notturno cileno, Adelphi, pp. 123, euro 15

“Bisogna essere responsabili”, ma è difficile esserlo, sempre; è difficile perché a volte la nostra periclitante irresponsabilità ci piglia di sorpresa e ci rendiamo conto, quando ormai è troppo tardi, di aver mancato l’altezza delle situazioni che la vita ci ha imposto. “È colpa del giovane invecchiato”, certo, ma chi è quel giovane invecchiato? È il nostro specchio, nell’ora della morte: specchio terribile perché ci parla, proprio nei giorni del declino, senza rispetto per la debolezza che ci invade. Perché l’ora della morte non ferma la parola (“Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire”), purtroppo, è una tortura – forse, a volte – non essere risparmiati dal nostro cogitare, dal parlare irrimediabilmente anche in quell’ora del fato. Pure i silenzi salgono a Dio, confessa Roberto Bolaño in questo Notturno Cileno, ora in libreria per Adelphi nella traduzione di Ilide Carmignani, e che in Cile uscì nel 2000 in chiusura di millennio. Ma non prestiamo fede alla presunzione di purezza del narratore (“i miei silenzi sono immacolati”), perché il flusso dei ricordi del vegliardo Sebastián Urrutia Lacroix, poeta e critico letterario con lo pseudonimo di H. Ibacache, sacerdote e membro dell’Opus Dei, questo flusso di ricordi, dicevo, lambisce alcuni – forse troppi – momenti scomodi, miseri e deplorevoli aggetti di un’esistenza vissuta al riparo da equivoci compromettenti. Lo pseudonimo stesso del personaggio, Ibacache, e la risma di titoli, poeta, critico, padre spirituale, non sono forse una celante egida, come lo è, praticamente, la tonaca? Tutte assieme, queste maschere non possono preservarlo dallo sguardo accusatorio del giovane invecchiato; l’asilo dagli equivoci ne genera di più mastodontici, perché è la vita stessa a essere “una serie di equivoci che ci conducono alla verità finale, l’unica verità”.

notturno cileno

Una verità che sa di merda, lo scoprirà il lettore chiudendo la bocca sull’ultima parola del libro. Una verità affogata in un mare di parole – il mare di parole a cui ci ha abituati Bolaño, certo –, una verità che ha oscuri modi di farsi palese ma che, quando emerge, ha la chiarezza “dell’acqua pura sulla pietra”.
Ha qualcosa, forse molto, da nascondere il nostro poeta Sebastián Urrutia Lacroix; nonostante abbia scritto saggi e poesie, nonostante abbia “esorcizzato naufragi” (forse quelli altrui, più che i propri), nonostante sia stato probabilmente “il membro dell’Opus Dei più liberale della nostra repubblica”, tuttavia la sua reputazione, ora “assomiglia a un crepuscolo”. E non importa che l’inquisitore sia dentro di lui. Anzi è ancor più crudele perché l’accusa viene dal cuore e dalla coscienza, nell’ora della morte. Sebastián Urrutia Lacroix ha la coscienza sporca e a nulla – figurarsi – può aiutarlo, adesso, la sua vecchiaia, il suo letto che “naviga nei meandri della febbre”, la schiuma che gli esce di bocca. I pensieri lo conducono in un “vuoto intestinale, un vuoto fatto di stomaci e viscere”. La sua purezza è impossibile. Sebastián Urrutia Lacroix ha sbagliato. Notturno cileno è l’incedere lento ma inesorabile dell’errore nella coscienza dell’uomo; ed è un incedere che ha il passo del grottesco, a volte, del bizzarro, mette vicini l’infimo e il supremo, l’essere, a esempio, fianco a fianco del sommo Neruda, in una notte cilena con la luna gonfia, e l’andar lontano dalla patria, per mesi interi, impegnato in eccentriche, e forse ridicole occupazioni, come quella che gli viene affidata da Aruap e Oido, uomini dell’Istituto di Studi dell’Arcivescovado, che lo incaricano di apprendere con un viaggio in Europa, presso i sacerdoti falconieri, le tecniche per verificare lo stato di conservazione delle chiese. Nel libro ci sono storie surreali (o forse realisticamente magiche; ognuna di esse meriterebbe una pagina di riflessioni), storie come quella di Salvador Reyes e di Jünger, o quella del calzolaio che voleva edificare una collina per gli eroi di tutte le guerre asburgiche, storie che saltano fuori e ci distraggono da quella nodale (non sono una consolazione, badate: “non c’è consolazione nei libri”), storie che, tuttavia, non dimenticano la fine verso cui il narratore ci vuole condurre. Sebastián Urrutia Lacroix giunge a pentirsi delle proprie pochezze, delle viltà, delle folli richieste a cui si è piegato: come quella volta che ha impartito dieci lezioni di marxismo a Pinochet e a tutta la giunta di governo (il generale Leigh, l’ammiraglio Merino, il generale Mendoza), o quell’altra in cui tenne la bocca chiusa allorché seppe che nella villa della scrittrice Marìa Canales avvenivano cose strane. Maltrattamenti, torture, a volte uccisioni. Così finivano gli oppositori politici del regime. Ma tant’è. Sebastián Urrutia Lacroix avrebbe potuto dire qualcosa, ma non lo fa; io, dice, “non avevo visto nulla”; e così giustifica la propria omertà. Si giustifica, sì, dicendo che “da soli si può far poco contro la Storia”, ma è una coscienza spietata quella che lo aspetta, una coscienza che ha un fiato terribile, quando scende “la sera con un rumore di serpenti”. Li sentite?
È il rumore di un cuore il cui peso è divenuto insopportabile, il cuore di Sebastián Urrutia Lacroix sibila e striscia quando il rimorso che lo affligge è della qualità più nera: “il pentimento fuori tempo massimo […] è il peggiore dei pentimenti”.

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