PIZZARELLI Meet The Beatles

Per questo raffinato e al contempo divertentissimo Meets the Beatles (1998) di John Pizzarelli occore subito una premessa, onde ricordare che i Beatles, qui di nuovo splendidamente reinterpretati, da mezzo secolo in qua, o magari già durante l’epoca dei loro primi successi, sono il fenomeno artistico più riletto, citato, eseguito, da innumerevoli altri musicisti. Gli Homage To Beatles o Beatles Tribute appartengono a stili talvolta eterogenei o comunque lontanissimi dall’originale assunto british beat, che altro non è che un felicissimo connubio tra pop e rock: chiunque infatti può aver oggi visto e sentito i Beatles suonati in chiave jazz, salsa, fusion, neoavanguardista, persino o addirittura gregoriana e barocca e nel senso che un coro ha interpretato il canzoniere di Lennon-McCartney come antiche monodie oppure un compositore cecoslovacco ha scritto quattro concerti alla maniera di Bach, Handel, Mozart, Haydn utlizzando come temi per i movimenti proprio le melodie delle celebri songs beatlesiane.
Il tributo che invece, nel 1998, per la RCA Victor il chitarrista John Pizzarelli all’epoca trentottenne – figlio d’arte, con il padre Bucky alla semiacustica impegnato nel mainstream – rende ai quattro baronetti di Liverpool, riguarda anzitutto la copertina e il titolo dell’album, quasi a identificarsi con il ‘bel tempo che fu’ musicalmente parlando; sul piano sonoro anche l’approccio di Meets the Beatles, rispetto alle solite pedisseque cover, è di tipo nuovo, anche se pesca anch’esso nel passato. Si tratta infatti di una riproposizione di dodici famose canzoni di Lennon-McCartney, “Can’t Buy Me Love”, “I’ve Just Seen a Face”, “Here Comes the Sun”, “Things We Said Today”, “You’ve Got to Hide Your Love Away”, “Eleanor Rigby”, “And I Love Her”, “When I’m Sixty-Four”, “Oh! Darling”, “Get Back”, “The Long and Winding Road”, “For No One” selezionate da un po’ tutti i periodi e gli stili dei Fab Four.
Su questi temi allegri e meditabondi, veloci e lenti, gioiosi e malinconici a seconda dei casi, Bucky cantante e chitarrista – memore che papà Bucky Pizzarelli, jazzman moderato, gli ha molto insegnato – interpreta tutto alla maniera del vecchio swing: in un’atmosfera rétro, con il sound delle orchestrone degli anni Trenta, benché scelga, quale organico, il minimalismo ovattato e camerista del trio con pianoforte (Ray Kenedy) e contrabbasso (il fratello Martin Pizzarelli). In Meets the Beatles Pizzarelli, divertendo e divertendosi, sa dunque intonare e improvvisare su brani anche molto diversi tra loro, rimanendo fedele all’immagine di un Nat King Cole dell’incombente Duemila e riuscendo perfettamente a swingare o persino a fare dell’autentico jazz d’antan con un repertorio che sembrava abusato, ma che grazie a questi sempreverdi usati come standard risulta ancora più vivo di tante stanche celebrazioni.
Non a caso nel 2012 Paul McCartney per l’album Kisses On The Bottom, in cui rifà il repertorio hot e swing dagli anni Venti ai Quarnata, lo vuole alla chitara accanto a sé, in compagnia di altri grandi jazzmen come la pianista Diana Krall. E John Pizzarelli da par suo restituisce il favore licenziando nel 2015 un altro bel CD, Midnight McCartney, dove interpreta il soongbook del beatle solista.

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