Libri tanto amati: Andrea D’Urso e la Metamorfosi di Kafka

metamorfosi

(Foto di Andrea D’Urso)

Non so se si tratti del libro che mi ha cambiato la vita, ma senza dubbio sono cambiato io. Estate 1988, San Felice Circeo, ero stato bocciato e tutti in famiglia mi tenevano il muso, paradossalmente mi ritrovavo la giornata interamente libera, non avendo materie da portare a settembre, sinistri verbi da declinare, effimeri teoremi da dimostrare. Mi annoiavo clamorosamente.

Nei meandri di questo scenario, si rende doverosa una premessa: non è che leggessi poco, io non leggevo mai. Fin da adolescente i miei premevano perché leggessi qualcosa, qualsiasi cosa, insistevano con dei fantomatici libretti gialli che narravano di tre giovani investigatori. Nulla da fare. A volte, per farli contenti, saltavo direttamente al finale della storia, in modo da raccontargli qualcosa e non sentirli più. Solamente in un caso, durante un paio di giorni passati a letto con la febbre, lessi un libro fino alla fine – un libro al quale oggi non saprei risalire, perché mancava la copertina con le prime pagine, mi ricordo solo che era corto, era scritto grande e raccontava di un ragazzo che combinava un sacco di casini ma finiva tutto bene – ma appunto tenevo la febbre. Allora non esistevano cellulari e tablet, ma io ero un precursore, non riuscivo minimamente a concentrarmi sulla pagina, mi stancavo immediatamente, pure con i fumetti guardavo solo le figure.

Insomma quell’estate del ’88 avevano realmente passato il segno, non tanto per come non mi parlavano (quello era il meno), quanto per come mi guardavano, ridevano tra loro e poi quando entravo io in stanza si scurivano di colpo. Era troppo, mi avevano rotto, dovevo dimostrare qualcosa, non avendo neanche teoremi da dimostrare per settembre. Così una mattina accompagnai mio padre che doveva tornare in città per una faccenda di lavoro, svuotai metà libreria del salotto e infilai i libri in un mega- borsone con mio padre che mi guardava strano. La sera di ritorno al mare svuotai il tutto con mia madre e le mie sorelle che mi guardavano ancora più strano di mio padre. Sospiravano, ecco un’altra delle sue, domani si sarà già stancato e toccherà rimetterli a posto a noi tutti quei libri. Si sbagliarono.

Potrà apparire una cosa un po’ letteraria, ma non è detto che talvolta pure la realtà lo sia, perché che ci crediate o meno il primo libro che lessi fu la Metamorfosi di Kafka.

Con ogni probabilità ci compresi poco, pochissimo, eppure fu proprio quello il libro in questione. Prendendo a leggere (e pure di brutto) mi illudevo che i libri potessero dirti chi sei. No, quello te lo può dire solo la vita, se te lo dice. In compenso però i libri possono dirti una cosa non da meno: chi non sei. Non ero quindi quello scarafaggio che mi sentivo di essere alcune mattine sull’autobus diretto a scuola, con i miei coetanei che si prendevano a sputi e cartellate. Non ero neanche però il ragazzo che sarebbe fuggito in California, avrebbe lavorato in un bar sulla spiaggia, poi il bar se lo sarebbe comprato con i risparmi, avrebbe inventato cocktail su cocktail per poi finire a spassarsela tutto il giorno. Non ero neanche quell’uomo che voleva diventassi mio padre, qualsiasi uomo andava bene, purché mi sistemassi una volta per tutte.

Chi ero ? E chi lo sa chi ero … ma qualsivoglia cosa fossi, io ascoltavo. Ascoltavo il violino di Grete, ascoltavo il violino della letteratura che per la prima volta si faceva strada in me, quei morti che ti parlavano e con i quali mi trovavo meglio che con i vivi. Eppure la cosa straordinaria rimaneva un’altra: al di là del violino, al di là dei libri, al di là della letteratura, al di là di Kafka, mio scrittore di sempre, io ascoltavo.

***

Andrea D’Urso é nato a Roma, dove vive e lavora. Ha scritto racconti e poesie, pubblicati e tradotti in vari paesi. Nel 2014 esce per le Edizioni E/O il suo romanzo d’esordio, , finalista l’anno precedente al Premio Calvino.
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