Pierpaolo Vettori: La vita incerta delle ombre

incerta ombre

Non vi dico come va a finire Miranda Montelimar, ma sappiate che la sua storia mi ha fatto salire i brividi, a fasce veloci, lungo le gambe e poi sulla schiena. Di Miranda Montelimar ci si innamora; forse anche Alessandro, un ragazzo fragile e tormentato dagli incubi, l’avrebbe voluta vedere da vicino, per scoprirle i lineamenti del volto, per udire la sua voce, o per sorprenderla nuda tra le rovine del tempio di Asclepio. Ma di Miranda non può che conoscere la vicenda attraverso le parole di ‘zia’ Severina, che la conobbe di persona e ne conserva il segreto.
Miranda Montelimar è il fulcro lattiginoso della Vita incerta delle ombre di Pierpaolo Vettori, che torna in libreria, sempre per Elliot, dopo il forunato Le sorelle soffici. È una storia in quattro tempi, scanditi da titoli che ricalcano con naturale sapienza le disadorne qualifiche di alcune tra le più celebri composizione chopiniane, come preludio, studio e notturno. Sì, perché Miranda Montelimar, una silfide ragazzina reclusa, in qualità di orfana, tra le surreali stanze del collegio Sacré Cœr, è anche un’amante degli Studi di Chopin, una musica che per lei, e in misura minore per le amiche, rappresenta l’avvio più impalpabile verso la scoperta di quelle forze invisibili che urtano il sangue delle donne e a cui gli uomini si rivolgono, per citare il Proust presente in esergo, “come a oscure divinità”.
È un romanzo bello, questo, sul senso del confine e sul suo superamento, sul fragile divario che separa nella vita di noi tutti il divino e l’umano, la femmina e il maschio, l’amore senza limiti e quello che i limiti li pone, la vita incerta da quella vera; e Vettori, con una maturità che lo trattiene vicinissimo (più che nelle Sorelle Soffici), e con maggiore sofferenza, alle soglie di quello che Calvino chiamava il ‘fantastico quotidiano’, dal presente degli anni duemila ci sprofonda, con una struttura a cornice, in una torrida estate del 1962, tanto lontana nell’atmosfera e negli ambienti da risultare remota. La struttura è quella dell’imbuto, e nella disposizione cronologica dei capitoli, e nella collocazione spaziale dei luoghi. C’è un lago al centro, il lago di Malvento che ribolle in basso, con le acque dense e glassate dal mistero. Delle piccole isole ne punteggiano lo specchio, tra la vegetazione di una di queste fiorisce la cupola gialla del tempio di Asclepio, “colpita da frustate di ori antichi e rossi cupi”. Lì è il centro dell’imbuto (di un inferno, di un paradiso?), il luogo di confine verso cui convergono gli sguardi e le passioni delle ragazze del Sacré Cœr e dei cadetti della scuola militare di Boccafolle. Giovani fanciulle e aitanti ragazzi. Unica occasione di incontro il ballo annuale nella cittadina di Malvento Riviera. Per il resto del tempo l’isolamento: le femmine in “un edificio art nouveau con numerosi avancorpi e bovindi simili a bozzoli” (che nulla avrebbe da invidiare alle architetture di Gaudì), i maschi in una fortezza che avrebbe tutte le carte in regola per chiamarsi Bastiani.
L’estate, cardarelliana, fatta di grandi mattini e di giorni identici e uguali, in cui si svolge la vicenda, è il tempo dell’attesa, è la linea di confine sulla quale premono gli istinti delle ragazze  e dei ragazzi. Eppure, buzzatianamente, sembra non succedere nulla. Neppure durante il tanto sospirato ballo in cui i maschi avrebbero voluto immergersi nel gruppo delle femmine, “amarle tutte come se fossero state un unico organismo, un insieme indistinto, odoroso e morbido chiamato ‘ragazze’”. Per questo alcuni maschi, Stern, Sforza e Zomer, si decidono per una prostituta del paese, Velma; mentre le femmine forzano la mano fuggendo, di notte, verso l’isoletta del tempio di Asclepio, munite di gin e del mangiadischi con i vinili degli Studi di Chopin: lì attendono di diventare le adepte del dio, di scorgerne la coda, di farsi spiare dai vogliosi occhi dei ragazzi del forte. Ma è come se qualcosa li tenesse sempre lontani, irrimediabilmente separati, forse a causa di quella “maledizione dell’adolescenza, che li condannava alla vergogna e alla paura di essere inadeguati”.
Cosa accade? Che la coda del dio appare forse davvero e “quando vedi la coda di un dio, non torni più indietro. Questo mondo non esiste più per te”. La misteriosa e splendida Miranda Montelimar si volta in una specie di divinità per i cadetti; alcuni di essi divengono furiosi, per amore, per struggimento, per la malinconia della loro lunghissima attesa, del loro eterno corteggiamento. Il mondo attorno sembra crollare, gli adulti si eclissano, ammalati o spariti, i giovani desiderano senza freni, riducendosi infine a ombre, dalla vita incerta, ammaliati da chimeriche ossessioni, folli per le splendide menzogne che tra loro si raccontano, e incapaci di tornare alla realtà, quella realtà in cui la scuola rappresenta tutto ciò che è loro rimasto. Sognano: e con i sogni fanno una sacra rappresentazione della loro felicità, sperando di non essere solo degli “ospiti della vita”, ovunque disperati, senza essere stati felici da nessuna parte.
Poi accade l’irreparabile.

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A raccontarcelo, con una lingua che ripete delle screziature del lago la gamma infinita dei toni e delle modulazioni, è la voce esterna del narratore, focalizzata sul personaggio di una ragazza, Severina, dall’ingombrante apparecchio per i denti. Un’apparente gregaria della vicenda che sarà invece il legante di tutti gli ingredienti, il filo rosso che aggancia il passato al presente. Un presente in cui Severina sembra l’unica superstite di quel mondo lontano, di quell’estate bruciata; e non solo l’unica superstite: direi anche la staffetta di un messaggio che deposita nelle mani di Alessandro, un’eredità che dipinge l’amore come un dio pericoloso da guardare in faccia, che “ti rapisce, ti trascina e ti lascia come un guscio vuoto”. Ma al quale è impossibile sottrarsi.

Articolo apparso per la prima volta su Satisfiction

http://www.satisfiction.me/la-vita-incerta-delle-ombre/

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