Libri tanto amati: La recherche di Gennaro Oliviero

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Per l’appassionato proustiano, che Alla ricerca del tempo perduto sia – tra i capolavori assoluti della letteratura del Novecento – il più conosciuto, tradotto e letto, è un dato acquisito. Che poi da questo primato nasca – a livello soggettivo – il convincimento che l’amore per la Recherche abbia “cambiato la propria vita” (o che può “cambiarvi la vita”, come suggerisce Alain de Botton nel suo celebre libro) è questione tutta da verificare e chiarire. Chiarimento che non può che avvenire a livello del singolo individuo, così come singolare e irripetibile è l’opera di Proust (lo era anche per Virginia Woolf, che forse rivolgendo il pensiero all’inimitabile gigante proustiano scriveva: “Il nostro compito è di mettere insieme parole antiche in un ordine nuovo, perché sopravvivano e creino la bellezza, e la verità”). Ma veniamo al “je” (io) tanto proustiano, andiamo alla personale “recherche du temps perdu”. Quando avevo 14 anni (nel lontano 1954) mi innamorai di una ragazza di 19 anni, che vedevo la domenica mattina in chiesa: sorrisi, qualche parola, saluti furtivi, ecc. Era sempre accompagnata dalla madre, guardinga e sospettosa. Ma capitava talvolta che riuscivo a intrattenerla un po’ di più, quando la “suocera” si fermava dal parroco o dalle beghine della beneficenza. Attimi deliziosi e struggenti; indimenticabili attimi e desideri, sì, proprio desideri, ora, a distanza di anni, non solo in sogno, spesso “ritrovati”; ritrovati però in quel modo mirabilmente espresso da Proust: “I nostri desideri interferiscono via via l’uno con l’altro e, nella confusione dell’esistenza, è raro che una felicità giunga a posarsi proprio sul desiderio che l’aveva invocata”. Ma un triste giorno venne il momento della verità. Era la mattina di Pasqua, non c’era la “guardiana” (ammalata? connivente del mio “rivale”? ), ma c’era la mia morosa (si fa per dire…) in compagnia di un aitante giovane con una barba rossiccia da vichingo (io ero allora uno sbarbatello nel senso proprio del termine: avevo meno di 14 anni!): allacciati, mano nella mano, per me…inguardabili. Le passai accanto, ma non mi salutò neppure… la fedifraga. Capii che il sogno era svanito e caddi, per lunghe settimane, in uno stato di prostrazione che cercavo di mascherare nei confronti dei miei genitori. Se ne accorse però una mia zia, vorace lettrice, che mi disse: “leggi questo libro e forse guarirai”. Era Un amore di Swann: lo conservo ancora tra le mie reliquie più preziose. Quando lessi quell’explicit e quella amara conclusione sul rischio di “morire per una donna che non era il mio tipo” capii che era il momento di cambiar pagina: ma non cambiai quelle della Recherche, che diventarono, e lo sono tuttora, il mio “livre de chevet”. Poi vennero – molti anni dopo – la costituzione dell'”Associazione Amici di Marcel Proust” (ne sono il Presidente), la fondazione della rivista “Quaderni proustiani” che tuttora dirigo, la realizzazione del “Giardino di Babuk” (creato nella suggestione del Giardino di Illiers-Combray, paese d’infanzia di Marcel Proust), il premio letterario “Giardino di Babuk – Proust en Italie” e – ovviamente – la pubblicazione di tanti articoli e saggi proustiani. Cosa è oggi per me Proust? Un amico sempre presente, un interlocutore silenzioso, direi addirittura l’osservatore a distanza della mia vita: una sorta di “mise en abyme”, due specchi che si fronteggiano, immagini collocate nell’infinito; anche talvolta una “descente aux enfers” e tante – ma ora sempre più rare – risalite gioiose. Le tracce di questo percorso? Una l’ho trovata tanto tempo fa, nelle parole di Giacomo Debenedetti: “Per quanto singolare, per quanto differenziato, il protagonista della Ricerca era, tra tutti i personaggi che allora mi furono offerti, quello con cui si sentiva più forte la tentazione, più immediata e ricca, la possibilità di identificarsi”. E ancora: “Gli altri scrittori erano semplicemente scrittori, della stessa razza di quelli che avevamo studiato nelle storie letterarie, mentre Proust sembrava far parte direttamente del nostro destino, sembrava prendere la durata uniforme dell’esistenza e farne una fluida, stupenda, incessante calligrafia di luce”. Cambiare il proprio modo di vedere dopo la lettura della Recherche: per me ha significato anche – in molti momenti della mia vita e per lunghi anni – identificarmi con questo o quel personaggio. Oggi è diverso: sono convinto che la simpatia umana di Proust si esercita nella sua facoltà di non sopraffarci mai, anzi di farsi sentire vicino, confidenziale, fraterno, dovunque spinga – magari a un estremo che, a prima vista, potrebbe sembrare troppo sottile, prolisso, insaziato e farraginoso – la sua ricerca. Mi affascina ora – dopo varie letture del testo integrale (comprese le 3.000 pagine dell’edizione Pléiade), anche la docilità con cui l’opera proustiana – non solo la Recherche ma anche il Jean Santeuil, il Contre Sainte-Beuve, i “Saggi”, ecc. – si presta ad essere smembrata in “morceaux choisis” (brani scelti) malgrado il carattere di continuità che presenta, per il lettore, quell’ ninterrotto e quasi fatale fluire. Voglio concludere con un riferimento ad un aspetto dell’opera proustiana, che solo per brevità etichetto come il suo “côté” filosofico; la Recherche non è solo un travolgente viaggio nella memoria ma anche un germinare continuo di tematiche e riflessioni filosofiche che non hanno mai smesso di appassionare critici, studiosi e ovviamente lettori. Penso al riguardo che nessuno scrittore di nessuna epoca ha sentito più di Proust il conflitto, se non addirittura la contraddizione, fra l’ansia di una realtà oggettiva, evidente, e l’orrore di una deriva soggettivistica che trasformasse quella stessa realtà in un sogno elusivo, in una impalpabile proiezione di se stessi. Ecco perché l’opera, il pensiero e – perché no – anche il fascino che emana dalla figura di Marcel Proust mi hanno cambiato la vita: “Quel Marcel!”.

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Gennaro Oliviero è nato a Napoli nel 1940, dove attualmente risiede. È direttore della rivista annuale Quaderni Proustiani (l’unica bilingue – italiano/francese – tra quelle esistenti in Europa). Ha fondato l’ “Associazione Amici di Marcel Proust” nel 1998, di cui è Presidente. È autore di pubblicazioni riguardanti la figura e l’opera di Marcel Proust. Attualmente – dopo una lunga attività  di docenza universitaria svolta fino al 2007, durante la quale ha ricoperto numerosi incarichi istituzionali in organismi pubblici e privati – si occupa della promozione di iniziative culturali riguardanti la letteratura, l’arte, lo spettacolo, ecc., nell’ambito delle strutture  della “Saletta Marcel Proust” e del “Giardino di Babuk” (via Giuseppe Piazzi, 55 – Napoli; sito  www.amicidimarcelproust.it). Ha curato – nel 2013 – insieme a Philippe Chardin, il numero monografico su Proust della rivista francese Europe, celebrativo del centenario della pubblicazione di Du côté de chez Swann .

Tra le numerose pubblicazioni (Il travet perduto, Come Quando Dove, ecc.) segnala il volume La Babilonia imprigionata (Clean Edizioni, 1995), resoconto di due viaggi umanitari in Iraq “all’epoca di Saddam Hussein”; ma oggi preferisce ricordare i saggi sull’opera di Proust: Proust e le cattedrali. Les Cathédrales de la Mémoire, Apparizioni pittoriche nella Recherche, Frammenti proustiani: vita e opere, Da Illiers a Caboug, Il Tempo ritrovat : un po’ di tempo allo stato puro nell’atmosfera della grande Guerra (pubblicati nella rivista annuale “QUADERNI PROUSTIANI” e nel sito www.larecherche.it).

 

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