GianMaria Testa,Bologna 23 Maggio 2011

di Guido Michelone

Ciao, Gianmaria…

Ho incontrato parecchie volte Gianmaria e benché amicizia sia una parola grossa, se rapportata a valori intensi, con lui si è trattato comunque di un rapporto paritetico di stima reciproca, di interessi comuni, di visioni del mondo a sinistra che, nel ventennio berlusconiano, ci rendevano pessimisticamente ragionevoli e razionali per usare un concetto di Antonio Gramsci. Gianmaria, che ho spesso incontrato in compagnia della moglie e dei figli, prima o dopo i concerti o i festival da lui organizzati (dove una volta mi ha incitato, comprandoni persino il mio libro di poesie, caso unico finora accadutomi da parte di un artista molto molto più famoso di me), era un tipo mite, cordiale, rilassato, che amava parlare in dialetto: ricordo benissimo una volta a pranzo, a Tortona, invitati entrambi da Alberto Bazzurro (grande organizzatore di eventi, nonché critico sopraffino) che mi facevo tradurre alcuni vocaboli perché il suo profondo piemontese langarolo è molto diverso dal mio varsleis quasi lombardo. Nel 2011 in occasione di un suo nuovo lavoro l’ho intervistato per il quotidiano ‘il Manifesto’ (e qui voglio riportare quell’intervista integralmente, tranne la premessa) e questa resta l’ultima occasione professionale in cui ci siamo incontrati. Ciao, Gianmaria…

 

Cosa stai facendo in questo momento a livello musicale?

Ho rallentato con i concerti e sto scrivendo canzoni che hanno come tema il lavoro. Stiamo preparando assieme al romanziere Andrea Bajani e all’attore Beppe Battiston, con la regia di Giorgio Gallione e la produzione di Paola Farinetti lo spettacolo Diciottomila giorni, un monologo – inframmezzato da canzoni – di uno che festeggia i suoi 18.000 giorni di vita (all’incirca cinquant’anni), persona con incarichi importanti in azienda, di colpo licenziato: allora compie un’analisi dei suoi cinquant’anni (o diciottomila giorni), chiedendosi come sia possibile arrivare a questo punto.

E com’è possibile?

Ho quasi la sua età e lasciando stare il berlusconismo e le sue conseguenze, oggi vedo una sorta di ricatto sociale del lavoro: guarda la FIAT a Pomigliano d’Arco! Rispetto alla mia generazione che combatteva e viveva di speranza oggi i giovani sono nel baratro: ci hanno venduto il precariato come valore, ma è una bufala colossale.

Forse è anche un problema che risale indietro nel tempo…

Penso a Craxi quando ha vinto il referendum per abolire la scala mobile; è come se facessimo un referendum per darci martellate sui piedi ogni giorno!

Oltre che politica è anche una questione culturale…

…che comporta una duplice perdita di dignità e di identità; una persona oggi a 35 anni è appesa a un lavo precario di tre mesi: e posso fare di lei ciò che vogliono, ricattarla tuta la vita… Sembra una catena di montaggio: nasci, ti istruisci (ma secondo le esigenze del mercato), diventi un consumatore e muori.

E come affronti il tema da cantautore?

Faccio parte di una generazione on cui molti oggi hanno le leve del potere. Ma è anche la prima generazione che vede le cose peggiorare, dopo averle viste cambiare, quando, attorno al ’68, eravamo alla ricerca di qualcosa di nuovo. Saranno in parte questi i temi…

E ci saranno anche i canti politici tradizionali?

No, non vogliamo un pamphlet, ma privilegiamo le considerazioni umane di una persona in crisi; il rischio sarebbe la demagogia, inutile anche in questi casi delinquenziali. Scrivo per ciò che sento, riflettendo anche su altre esperienze connesse al lavoro.

Altri temi dello spettacolo?

Ad esempio la generazione del protagonista (la mia) è stata la prima del divorzio, anche solo come idea, come via d’uscita.. I nostri genitori non l’avrebbero preso nemmeno in considerazione, marito e moglie andavano avanti per tutta la vita assieme, con rapporti di forza, dove l’uomo comandava e la donna subiva.

Ma perché proprio ‘diciottomila giorni’?

Cent’anni sarebbero 36.500 e forse solo Berlusconi li raddoppierà ‘alla grande’. Ma per molti versi sono pochissimi, Se vissuti consapevolmente. Il nostro messaggio è che le persone debbano vivere, non diventare tutti imprenditori, perché abbiamo bisogno del ferroviere o del professore, di chi lavora in fabbrica o nei campi. Un mio amico operaio giorni fa mi ha detto: ‘voglio lavorare per vivere e oggi purtroppo si vive per lavorare’; mi sembra l’emblema del giorno d’oggi, che si connette anche al discorso sul divorzio: se ci sono molti divorzi è anche perché si deve lavorare tanto e i tempi vissuti assieme dalla coppia restano pochissimi.

Mi stai descrivendo una realtà quasi apocalittica…

L’Italia oggi è forse il peggio dell’Europa: a differenza della Germania, dove vado spesso a cantare, non ci si è liberati dell’idea dell’uomo forte; sono cresciuto in una Nazione con il problema della Resistenza: prima i Partigiani erano tutti imbroglioni, poi tutti redenti, poi ancora da ridiscutere. Ma il primo a parlarne con cognizione di causa è un mio compaesano, il romanziere Beppe Fenoglio, che già negli anni Cinquanta ne raccontava con realismo e autoironia: e non a caso fu fortemente osteggiato, all’epoca, dall’establishment culturale di una sinistra stalinista. A scuola, nei programmi di Storia, non arrivavo mai alla Seconda Guerra Mondiale, poi di colpo qualcosa è cambiato, in un Paese che non ha mai fatto bene i conti con il fascismo, altrimenti non si spiegherebbero tanti post-fascisti oggi al governo.

Non sei nuovo alle collaborazioni dai comici (Banda Osiris) al jazz (Fresu, Rava, Coscia) alla poesia con Pier Mario Giovannone: rispetto a quest’ultimo cosa cambierà in ‘18.000 giorni’?

Sono due realtà diverse: conosco Pier Mario dall’infanzia, lui è un poeta con cui ho trovato notevoli sinergie. Dal vivo leggeva le sue liriche e io cantavo le mie canzoni. Ora si tratta soprattutto di un monologo, dove uno dei punti cruciali è trovare un linguaggio comune tra parola, teatro e canzone: infatti con Beppe ci scambiamo idee continuamente per stare sula stessa lunghezza d’onda.

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