Fango

(Foto di Alberto De Poli)

Sono nato in un piccolo paese della periferia di Treviso dove, alla fine degli anni Ottanta, i capannoni crescevano che parevano funghi. Finite le medie non c’era tempo per studiare,  figuriamoci per leggere. Mio padre aveva parlato con un uomo grosso, alto, barbuto, con la voce fine e fastidiosa, e la decisione era stata quella che sarei stato assunto in quel piccolo laboratorio grafico a fare pellicole per i montaggi litografici per trecento mila lire al mese.

A casa mia non giravano libri. Quando non  lavoravo la mia vita era sulla strada, al bar, tra gli amici, a ridere, a scherzare, e a non pensare a quello che sarebbe stato.

Pochi anni più tardi venni assunto da una grande industria grafica; c’era il cartellino, la macchinetta del caffè, le tute blu, e tutto odorava di inchiostro. Il padrone era una donna, e credo non avesse un’anima. Urlava, comandava, voleva che tutti abbassassero la testa al suo passaggio. Me ne volevo andare da quel posto.

Partii per il militare, e quando finii la naja, passai i miei anni tra discoteche, amici, ragazzine che ridevano, eccessi di ogni genere, fino a quando non lasciai quella maledetta fabbrica e fui assunto come magazziniere nella ditta dove tutt’oggi lavoro, nella quale, come si dice in gergo: ho fatto carriera. Ora ho una bella macchina, una bella casa, e una bella famiglia.

In famiglia siamo in tre: io, Nicola, e mia moglie Elisa.

Elisa la conobbi in quegli anni, e fu come una salvezza, magari non sarei qui a raccontarvi questa storia se non  l’avessi incontrata. Avevo 24 anni, era il 1997,e  cominciai a frequentare casa sua tutti i giorni. Dopo le prime titubanti occhiate di suo padre, venni accettato come un figlio, e di figli, i miei suoceri, ne avevano già cinque.

Una sera come tante altre suonai il campanello, faceva freddo, i grandi alberi del vialetto erano spogli. Mi aprirono il cancello. Entrai, il tepore dalla grande casa in campagna mi accolse, e sopra il grande tavolo di cristallo era appoggiato un libro. Il mio sguardo si appoggiò sul titolo,su quella scritta in stampatello e su quei crepi di terra che la cingevano, assomigliavano a quello che la mia vita era stata: FANGO, diceva. Lo presi tra le mani, salutai tutti, diedi un bacio alla mia ragazza, e aprii la prima pagina.

Quella sera non  parlai con nessuno, mi rifugiai dentro alla raccolta di racconti scritta da Niccolò Ammaniti. Ricordo ancora il primo: L’ultimo capodanno dell’umanità. Quella notte chiesi se me lo potevo portare a casa quel libro con la copertina che mi assomigliava, e lessi fino quando gli occhi non mi dissero che poteva bastare.

Quel libro appoggiato sopra il tavolo di cristallo, in un certo modo, cambiò la mia vita, non tanto per il contenuto – è un bel libro di racconti: L’ultimo capodanno dell’umanitàRispettoTi sogno, con terroreLo zoologoFango (Vivere e morire al Prenestino) e Carta e ferro, ogni tanto li leggo ancora con affetto – ma perché da quel giorno non smisi più di cercare storie dentro alle pagine.

Dopo anni di letture, decisi che era venuto il tempo di raccontare una storia. Quella storia trovò uneditore, e il mio primo libro, all’età di 38 anni, fu pubblicato: Incubi a Nordest – andata e ritorno.

Fango lo prestai ad un mio amico, lui lo prestò alla sua ragazza, che ora non è più la sua ragazza, e quel libro è sparito. Da quel giorno non  presto più libri.

Vi lascio con un consiglio: non prestate i libri, i libri si comprano, e per farlo dovete entrare in libreria, e se scorgetetra le copertine un titolo che vi assomiglia, prendetelo, aprite la prima pagina, e leggete.

***

Alberto De Poli è nato a Treviso nel 1973.

Ha esordito nel 2011 con Incubi a Nordest, seguito nel 2012 da Al di là del muro, entrambiper Edizioni La Gru. Per Biblioteca dell’immagine, nel 2014, ha pubblicato La Colpa. Nel 2016 uscirà Tu  non esisti, Edizioni la Gru.

I suoi romanzi raccontano prevalentemente il Nord Est, quello meno conosciuto, la società che si muove ai margini, i nuovi volti e le nuove voci di una “ribellione generazionale” al sistema socio economico che l’autore conosce bene, avendo iniziato a lavorare, ancora minorenne, come operaio.

 

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