Dire quasi la stessa cosa: Daniele Petruccioli

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Dire quasi la stessa cosa: è il titolo di un saggio di Umberto Eco del 2003. Lì, l’autore alessandrino parlava delle proprie esperienze di traduzione. Ora mi piace recuperare quella formula, e soprattutto mettere l’accento su quel QUASI, quel magico ‘quasi’ che è la linfa di ogni traduzione.

Per questo ho invitato alcuni amici traduttori a raccontare una loro esperienza nello splendido universo in cui si dice quasi la stessa cosa che altri, magari da un altro angolo del mondo, hanno scritto.

A inaugurare la rubrica è Daniele Petruccioli

Tradurre per bambini

Da un po’ di tempo in qua mi capita sempre più spesso di tradurre libri per ragazzi. Di solito, per una fascia d’età che varia tra i 6 e i 12 anni circa.

Per inciso, questa cosa delle fasce d’età mi è sempre suonata un po’ misteriosa. Dopo un po’ ho capito cosa intendono gli editori e fingo di essere d’accordo con la loro classificazione, però devo dire che i miei figli e tutti i loro amichetti tendono a leggere cose che secondo questi parametri sarebbero indirizzate a bambini molto più grandi di loro. Ora, siccome la probabilità che io frequenti solo piccoli geni è statisticamente prossima allo zero, mi viene da pensare che siano le classificazioni per età a essere rimaste un po’ indietro rispetto alla realtà che pretenderebbero di rispecchiare. Insomma, ho la sensazione che le nuove generazioni siano più adulte rispetto al nostro sguardo su di loro.

Sono storie di tutti i tipi, ma soprattutto sono storie. E, in quanto tali, sono pensate per essere lette da bambini o a bambini, indifferentemente. Questo dà loro immediatamente voce. Si viene presto a sapere, leggendo e traducendo per ragazzi, che il problema più grosso in questo tipo di letteratura è di ricordarsi di farla parlare.

Questo è vero per qualsiasi letteratura, almeno se si vuole andare un po’ oltre il minimo sindacale. Ma è anche vero che noi adulti dimentichiamo spesso che il testo può anche essere ascoltato, accontentandoci dei concetti che veicola e rinunciando alla musica che suona (oppure siamo abituati, da lettori, a supplire a eventuali cali nel recitativo del testo tramite integrazioni della nostra fantasia).

Per il bambino, invece, e in una certa misura anche per i ragazzi, una delle qualità principali di un libro è che sia godibile anche quando viene letto ad alta voce. I ragazzi, infatti, restano per un bel po’ di tempo ancorati alla lettura che gli veniva fatta dagli adulti fino a tutto sommato non molto tempo prima, e anche da cresciutelli capita di vederli leggere «forte» per se stessi, per un fratello, o per un compagno che si trovi a portata.

Le storie per ragazzi, insomma, devono conservare in maniera molto evidente innanzitutto una nostra qualità atavica nel raccontarle: l’oralità.

Per suonare bene ad alta voce senza trasformarsi nello scimmiottamento della confusione tipica di un discorso parlato, una traduzione per bambini deve mantenere bene la rotta tra il crinale del parlato e quello della lettura. Ci sono una serie di trucchi (ripetizioni, sintassi spezzata, diminutivi e accrescitivi, uso del «che» polivalente, paratassi, tutta roba da addetti ai lavori che fondamentalmente vuol dire «parla come mangi») a cui i professionisti possono ricorrere, ma bisogna anche stare attenti a non cadere nel popolare al limite dello sgrammaticato quando va bene, nel puramente e semplicemente incomprensibile quando va male. È un bell’esercizio: non è per niente facile mantenere salda la barra del timone tra lo scirocco stucchevole dei cliché del «bello stile» e l’uragano confusionario della sintassi in libertà.

Poi non bisogna sottovalutare la musicalità vera e propria di un testo, ovvero il suono delle sillabe, imparando a servirsi (sempre con una certa misura) di diminutivi, accrescitivi, peggiorativi («-ino», «-etto», «-uccio», «-one», «-accio») e poi assonanze, rime interne e ripetizioni, insomma tutte quelle cose che a scuola ci dicevano che in un testo elegante non si devono inserire mai mentre noi ci chiedevamo sempre perché, visto quanto fanno casa.

Un’altra cosa che si impara presto in questo campo è quali parole usare a seconda dell’età media dei ragazzi a cui il libro è rivolto (quelli bravi le chiamano «marche d’uso lessicali»). Anche qui, attenzione a non dare niente per scontato. Non è che i bambini conoscano per forza solo le 200 parole che pensiamo, né che non gli vada di impararne di nuove. Anche la semplicità delle parole, quindi, deve seguire un crinale tutto sommato abbastanza stretto. Non ridursi proporzionalmente al crescere dell’età, ma andare un po’ a macchie, a balzelloni. Inserire ogni tanto una parola un po’ più difficile per la fascia di età in favore della quale si sta lavorando significa dare uno stimolo alla curiosità del piccolo lettore, anche perché ricalca il modo in cui tutti noi abbiamo imparato praticamente tutto quello che sappiamo: imbattendoci in cose ignote, e chiedendo(ci) perché. Tutto sommato, si legge anche per imparare.

Non molto tempo fa mi è capitato di tradurre un libro in cui queste due problematiche venivano a galla in maniera abbastanza evidente. Si tratta di Bisa Bia Bisa Bel, della brasiliana Ana Maria Machado (un libro degli anni Ottanta che è diventato storico in Brasile, per il modo pionieristico con cui già allora trattava le tematiche di genere e il rapporto dei ragazzi con la storia e la memoria), uscito l’anno scorso per la collana Best Seller dal Mondo della casa editrice Giunti. È la storia di una ragazzina moderna che, a seguito del ritrovamento di una vecchia foto della sua bisnonna, comincia a sviluppare un dialogo immaginario con quest’ultima sui temi più svariati: le bambole, le fotografie, gli elettrodomestici, i mobili, il cibo, i rapporti con i ragazzi, i genitori e gli insegnanti…

La sfida, in questo caso, è stata non soltanto di rendere due voci molto distinte, una moderna e una più antica (o antiquata…), ma di far capire quanto queste voci si fraintendessero e scontrassero – per arrivare a capirsi solo alla fine di un lungo giro – su base lessicale, culturale, di mentalità. Cioè: le due protagoniste, per intendersi, dovevano prima di tutto superare le loro differenze nel modo di parlare, poi quelle dei mondi in cui vivevano, infine delle loro idee sul mondo (in più, per il traduttore, c’era il problemino che molte delle cose di cui si parlava nell’originale esistono o esistevano solo in Brasile e non in Italia, per cui bisognava adattare un po’, ossia reinventarsi gli stessi inciampi in modo da renderli comprensibili anche per i piccoli lettori italiani).

C’è tutto un capitolo molto divertente, per esempio, in cui le due subiscono vicendevolmente una serie di «shock cronoculturali», perché a causa di come cambiano le cose nel tempo non riescono a capirsi parlando di mobilia e cucina casalinga. La bisnonna, per dire, chiama «servo muto» quello che per la bisnipote è un «ometto appendiabiti», scatenando la giusta ira di quest’ultima che pensa che a quei tempi si schiavizzassero addirittura le persone con disabilità. Dopodiché inorridisce definitivamente quando la nonna le parla con voce sognante di dolci come i «capezzoli di Venere» o le «teste di moro». Per parte sua, la nonna non sa cosa sia uno «snack» o un «hot dog» e per poco non le prende un colpo quando scambia un armadio a scomparsa per un passaggio segreto stile Frankenstein Junior.

Ma la parte più difficile è stata trovare le voci da dare a bisnonna e bisnipote, ovvero decidere come farle parlare, con che ritmo, con quanta chiarezza o confusione, velocità o lentezza, che è un lavoro che riguarda molto più i giri di frase che non le parole. Insomma, si trattava di lavorare sulla sintassi.

Per fortuna, in originale ci aveva già pensato Ana Maria Machado, che è una grande scrittrice, e in gran parte mi è bastato seguire lei, ma si trattava appunto di non lasciarsi sfuggire l’immediatezza un po’ confusionaria ma molto chiara della nipote a fronte della compostezza sorniona e vagamente ironica della bisnonna.

La soluzione è stata – per la giovane – di lavorare con frasi lunghe e brevi in alternanza (spezzando cioè il ritmo) e fare largo uso della paratassi (cioè frasi in fila uguali per importanza), tutto molto immediato, molto semplice come costruzione ma molto diretto e convincente, anche se a volte un po’ confusionario, tipo:

Sembrava quasi la storia del gigante che mi racconta sempre la zia. La conosci? Quella storia dove c’è una pietra in fondo al mare, e nella pietra c’è un uovo e dentro l’uovo una candela, e chi soffia sulla candela uccide il gigante. Ma no, non è saltato fuori nessun gigante, quella volta. E nemmeno uova.

Per contrasto, lavorando sulla bisnonna ho scelto di muovermi un po’ più sul lessico e su locuzioni desuete («buone maniere», «ragazzaccio di strada»), mentre sul versante della sintassi ho cercato di dare al suo modo di parlare un ritmo un po’ sentenzioso (frasi né lunghe né brevi, ma soprattutto dal ritmo quasi tutto uguale) con una chiusa sempre un po’ autoironica, per esempio così:

Ah, ragazza mia, non mi piace per niente vederti correre in questo modo e partecipare a certi giochi da maschiaccio. Mi piaci molto di più quando te ne stai buona e tranquilla da una parte, come una signorina brava ed educata.

Mi ha cambiato tutto questo? Un po’ sì, un po’ no. I trucchi che ho usato li sapevo già da prima, e li uso in parte anche quando traduco per adulti. Ma devo ammettere che tradurre per bambini (e ragazzi) mi ha riportato a un ascolto più intenso, forse più vicino ai miei inizi come traduttore. A quei tempi, non sapevo ancora dare niente per scontato e questo mi rendeva più goffo ma anche più immediato, fresco, viscerale. Procedevo in parte a tentoni in parte decisamente inciampando, ma sempre con le orecchie spalancate sul testo.

Si parla sempre molto male dei principianti. E cos’altro sono, i bambini, se non principianti assoluti? Infatti non sempre si parla benissimo neanche di loro, basti pensare alla polemica scatenata non molto tempo fa da quei ristoranti e locali che dichiaravano di non accettarli volentieri al loro interno. Certo, i bambini non si comportano come noi. Sono confusionari, onnivori, rumorosi e indiscreti. Ma troppo spesso dimentichiamo che il loro sguardo spalancato sul mondo ha molto più da insegnarci di quanto non abbia da imparare. Ecco, forse sarà un po’ scontato dirlo, ma tradurre per bambini mi ha allargato lo sguardo. Sulla traduzione, e anche un po’ più in là. Dài, diciamola tutta: forse mi ha fatto anche ringiovanire un po’.

***

Daniele Petruccioli è nato e vive a Roma. Lavora come traduttore, scout ed editor freelance. Tiene regolarmente laboratori di traduzione e insegna traduzione dal portoghese all’università di Roma Tor Vergata. Fra i suoi autori: Dulce Maria Cardoso, Alain Mabanckou, Will Self, Luandino Vieira. Nel 2010 ha vinto il premio “Luciano Bianciardi” per la traduzione del romanzo Lettere di Mark Dunn (Voland 2008).

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