Brubeck copertina

THE DAVE BRUBECK QUARTET “TIME OUT”

(Columbia Legacy, 1959)

Quando nel 1959 esce il long playing Time Out a nome del Dave Brubeck Quartet è subito un exploit commerciale immenso: il brano-guida, il celeberrimo Take Five, pubblicato anche come 45 giri, finisce immediatamente nella hit parade e resta a tutt’oggi il singolo più venduto nella storia del jazz. Eppure per molti anni la musica di Time Out e in genere il jazz del bianco, occhialuto, sorridente Dave Brubeck continua a lasciare dubbiosi i critici europei che consideravano il pianista di Concord (California) un esponente sin troppo lezioso dello stile cool, a sua volta ritenuto un abile compromesso yankee nei confronti del sound afroamericano. Poi, come spesso accade, la Storia con la S maiuscola provvede a riparare i torti e a rendere giustizia a musicisti solidi, veri, dotati persino di estro e di genio come appunto Brubeck. E oggi Time Out è un classico dei classici nel jazz non solo perché all’epoca vende e oggi continua a vendere milioni di copie in tutto il mondo, ma anche e soprattutto per il fatto che, riascontandolo, il fruitore contemporaneo si rende conto della bellezza di questa musica e dell’importanza che riflette nel percorso talvolta tortuoso del suono moderno (non solo nel jazz). Time Out è un album elegante, comunicativo, piacevole, addirittura spettacolare, eppure non è un album qualsiasi, non è un jazz consolatorio, non è una musichetta semplice o preconfezionata. Al contrario Brubeck – che da giovane studia pianoforte e soprattutto composizione al conservatorio con Darius Milhaud, gigante del Novecento – usa per la prima volta con estrema perizia i tempi dispari: in Blue Rondo A La Turk c’è un 9/8, oltre un esplicito richiamo a Mozart. Ma tutto il disco risulta intrigante, Strange Meadox Lark, Three To Get Ready, Kathy’s Waltz, Everybody Jumpin’, Pick Up Sticks, per le sonorità che, senza dimenticare il blues feeling, guardano alla lezione cameristica settecentesca (come già fa il nero Modern Jazz Quartet) in una prospettiva futuribile con uno swing morbido e carezzevole. Il merito in tal senso non è solo delle originali composizioni e dell’incisivo pianismo di Brubeck, ma anche del pastelloso sax alto di Paul Desmond, del puntuale sostegno di Eugene Wright al contrabbasso (unico afroamericano nel celebre Quartet) e del drumming perfetto di Joe Morello che alla batteria farà proseliti. Nella ristampa su Cd del 2006, oltre un’ottima rimasterizzazione a 20-BIT, si trova un’affettuosa memoria scritta dallo stesso Brubeck e molte foto inedite dell’allora grandioso Dave Brubeck Quartet. Ma forse è meglio procurasi la ri-ristampa su vinile, anche per godersi appieno la bellezza della copertina, dove campeggia un’opera d’arte astratta geometrica, quasi a simboleggiare la modernità visiva in simbiosi con quella musicale, in tempi non sospetti quando sia la pittura sia il jazz americani parevano ‘robe dell’altro mondo’, benché ancora oggi viste e sentite non persino nulla della loro intrinseca perenne attualità.

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