Dire quasi la stessa cosa: Daniela Di Sora

FullSizeRender

La seconda puntata di ‘Dire quasi la stessa cosa’, la rubrica dedicata alle esperienze di traduzione, vede come protagonista Daniela Di Sora, fine conoscitrice della lingua e della cultura russa, nonché fondatrice della casa editrice Voland.

***

Da qualche mese sto lavorando a una novella di Jurij Tynjanov, Il sottotenente Enti. Quasi trentacinque anni fa era stata una delle mie prime traduzioni letterarie. Vivevo e insegnavo a Mosca, all’epoca, parlavo un ottimo russo, avevo amici russi competenti a cui eventualmente chiedere delucidazioni, insomma, mi dedicavo a quella traduzione nelle migliori condizioni possibili. Poiché penso sia un piccolo capolavoro, mi è venuta voglia di ripubblicarla e l’ho ripresa in mano, convinta che sarebbe bastata una rilettura attenta, una spolveratina.

Già il titolo russo prevede un gioco verbale di difficile soluzione. Si tratta in breve di questo: siamo all’inizio dell’800, un giovane scrivano è seduto a copiare un’ordinanza in cui si assegnano i turni di guardia, entra il messo imperiale, lo scrivano si confonde e commette un errore: ripete alcune sillabe dell’ultima parola che sta scrivendo. Nella lista degli ufficiali si infila dunque un nuovo nome, che altro non è che puro suono, parola senza corpo. Questo sottotenente inesistente fa una rapida carriera e diventa nella Russia di Paolo I un personaggio di rilievo, per ragioni di Stato contrae matrimonio e muore, le ultime immagini sono quelle di un memorabile funerale voluto dall’imperatore, con tutta Pietroburgo dietro a una cassa vuota.

Dunque il titolo, e di conseguenza il nome del personaggio, sono di estrema importanza. Già, ma quale nome? La ripetizione pura e semplice delle ultime due  sillabe? La novella si chiamerà Il sottotenente Ente? O, con una piccolissima variazione, Il sottotenente Enti? O magari una sillaba ripetuta ma con una sorta di parassita incollato, Il sottotenente Tipoi, come è peraltro riportata in alcune storie della letteratura russa? Ci sono altre possibilità? A tre anni di distanza dalla mia traduzione uscì da Sellerio un volumetto che conteneva la stessa novella, e il titolo era Il sottotenente Summenzionato. A me però questo titolo non è mai piaciuto, troppo lungo il cognome, troppo evidente il gioco verbale, perde ritmo, perde personalità.

Sospendo la decisione in proposito e comincio a lavorare procedendo così: traduco un capitolo (la novella è scandita in capitoli brevissimi) e poi rileggo la traduzione antica. Il risultato è sorprendente. Mi trovo di fronte a due testi totalmente diversi, diversi nel profondo, non nelle sfumature.

Una maggiore maturità? È indubbio. Una maggiore proprietà linguistica? Suppongo che anche questo non si possa mettere in discussione. Quello che mi inquieta però è che si sta manifestando proprio un atteggiamento diverso rispetto al problema stesso del tradurre. Un mio rapporto diverso con la traduzione, e dunque con la vita.

Oggi mi tormenta la necessità assoluta di cogliere il maggior numero possibile di sfumature, di non cedere alla tentazione di semplificare, di non trascurare il ritmo, sono ossessionata dalla correttezza nei confronti dell’autore. Ma dove risieda questa correttezza francamente non mi è del tutto chiaro. Mi sento un po’ il Pierre Menard di Borges che vuole riscrivere il Don Chisciotte, o l’asino di Buridano se volete, sempre indecisa tra due soluzioni. Mi sembra di aver perso la leggerezza necessaria a procedere. Di aver forse guadagnato in umiltà ma di essermi impantanata, proprio io che sostengo da sempre che tradurre vuol dire inevitabilmente perdere qualcosa, scegliere. Ecco, mi sento incapace di scegliere. E procedo molto, molto lentamente. Credo che l’editore non sarà contento di questa mia nuova consapevolezza.

***

Daniela Di Sora è nata a Roma. Si è laureata in lingua e letteratura russa con Angelo Maria Ripellino, alla facoltà di lettere della Sapienza, con una tesi sul poeta russo Sergej Esenin. Ha trascorso un anno a Praga in borsa di studio e, dopo la laurea, ha ricoperto il ruolo di lettrice di lingua a cultura italiana prima in Bulgaria e poi a Mosca. Ha tradotto dal russo e dal bulgaro per varie case editrici, fra cui e/o, Bompiani, Biblioteca del Vascello, e ha collaborato con varie testate giornalistiche sempre su temi riguardanti la cultura russa o bulgara. Al rientro in Italia ha insegnato letteratura russa e bulgara prima all’Università di Pisa e poi a Roma Tor Vergata, incarico che ha lasciato nel 2002 per dedicarsi solo all’editoria.
Infatti dal dicembre del 1994 ha fondato una casa editrice, la Voland, che tuttora dirige e che ha in catalogo ormai circa 350 volumi.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...