Dire quasi la stessa cosa: Anna Martini

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Io non sono brava ad analizzare il mio mestiere, a mettere in mostra gli strumenti, a descrivere i “segreti” di una buona traduzione.

Privilegio e responsabilità, fatica e divertimento, partecipazione e distacco, serietà e incoscienza, presunzione e modestia… C’è tutto questo, ma dovendo individuare una sola parola chiave, direi che è orecchio. Suona facile? Lo è. È un lavoro più complesso da spiegare che da fare, di volta in volta diverso. È fatto di decisioni continue da prendere, decisioni sul senso e sul suono, sulla forma e sulla sostanza. Può essere mortalmente noioso, faticoso, impegnativo, ansiogeno, lieve, divertente come un gioco enigmistico, entusiasmante e questo dipende da fattori vari, ma in primo luogo dal testo che si deve tradurre e di conseguenza dal suo autore.

Generalmente, quando comincio a rileggere una traduzione che ho appena finito, sono le mie goffaggini a rinfacciarmi che il libro mi è piaciuto poco: versioni troppo letterali, calchi, periodi involuti. D’altra parte è la naturalezza del testo di arrivo (quando mi succede di dimenticare, per qualche riga, che sono l’autrice della traduzione e di leggere – leggermi – con piacere autentico) a rivelarmi che ho lavorato con gusto, che mi sono spontaneamente “appiccicata” all’autore cercando di muovermi come la sua ombra, e il risultato è perlomeno accettabile. Per fare un buon lavoro non bisogna farsi notare, bisogna sparire.

In questi anni ho avuto la fortuna di lavorare anche con alcuni autori magari non grandissimi o famosissimi, ma bravi, e due o tre mi sono rimasti più di altri nel cuore e mi paiono essere più di altri “nelle mie corde”. Vorrei dire qualcosa su uno di questi, vorrei che vi incuriosiste di lui, che cercaste i suoi libri (anche quelli che non ho tradotto io!); mi piace pensare di rendergli un piccolo omaggio e regalare a qualcuno la gioia di fare la conoscenza con un narratore seducente.

Neanche due anni fa un linfoma si è portato via Graham Joyce, autore inglese di numerosi romanzi e racconti, pressoché sconosciuto da noi ma vincitore in patria di diversi premi. I due romanzi (soltanto due, purtroppo) suoi che ho tradotto per Editrice Nord, L’uomo dietro il vetro, 2005 e Forse questa è la vita, 2006, sono stati due bellissimi viaggi in un’Inghilterra che fu, e di cui ancora si sente l’eco. Nel primo siamo a Coventry negli anni della seconda guerra, in una eccentrica famiglia matriarcale che ha e coltiva in sé una vena di visionarietà e profezia, comunemente scambiata per follia; nel secondo troviamo ancora personaggi femminili memorabili, ancora realismo magico e ancora Inghilterra del passato (anni Sessanta del secolo scorso, forse il periodo storico in cui magia e realismo sono andati più volentieri a braccetto) e incidentalmente una delle scene di sesso più divertenti che mi sia capitato di tradurre. L’animale totem del libro, una lepre – che conosce i segreti della creazione, che tiene aperti i passaggi tra un mondo e l’altro e dunque, dico io, è certamente un po’ traduttrice – ancora mi sorveglia da sopra lo schermo del computer, e quando mi succede di dimenticare perché mai mi sono scelta questo mestiere, lei è lì a rinfrescarmi la memoria.

Sono passati diversi anni da quella esperienza, ho largamente dimenticato le trame (per quelle, comunque, si può sempre chiedere a Google) ma ricordo il calore con cui questi libri mi hanno accolta.

Nella prefazione a un suo racconto recente, Stephen King osserva che il genere fantasy rimane vitale e necessario perché consente di affrontare certi argomenti (l’aldilà, nel racconto in questione) in un modo che la narrativa realistica non permette. E chi sono io per dare torto a Stephen King? Però mi sembra che a Joyce (il mio Joyce, che si chiamava Graham e non James) interessino ben poco gli “steccati” del genere, perché la sua magia penetra e si spande nel quotidiano con fluida naturalezza.

Mi si spiegava davanti il panorama del suo mondo e a un certo punto mi sono detta: eccoti, sei entrata in questa storia da lettrice privilegiata, ma anche gravata dalla responsabilità di rispondere alla solita impossibile domanda: “Come avrebbe scritto, lui, se la sua lingua madre fosse l’italiano?” Appunto, è una domanda impossibile. Nessuno in Italia parla come una levatrice-maga di un paesino di campagna inglese, e “l’italiano di Graham Joyce” non esiste. Ho poi smesso di preoccuparmi troppo (tanto a che serve? Bisogna fare, non preoccuparsi!) e mi sono fidata, del testo e di me, lasciandomi guidare. Da lui e dall’orecchio.

Mi aiuta sempre spendere un po’ di tempo per andare a guardare i paesaggi e per fare conoscenza con le cose sullo sfondo o nella testa dei personaggi. Cercare foto di Coventry prima e dopo le bombe, per esempio, ascoltare le canzoni citate, o rileggere la storia della Gemini 8 che tanto appassiona Fern in Forse questa è la vita. Lavorare davanti a un computer è un vantaggio incommensurabile, da questo punto di vista; ma naturalmente non si chiede aiuto soltanto alle enciclopedie on line e a Google Maps: si chiede aiuto soprattutto alle persone. Ai colleghi, agli esperti di questo e di quello. Diventare bravi traduttori vuol dire anche imparare a farsi aiutare dalle persone giuste.

Direi che il mio incontro con questo autore è stato fortunato proprio perché non ho molto di interessante da dire sul lavoro fatto con e per lui: avevo un narratore trascinante, avevo personaggi pieni di spirito, avevo un bell’inglese pulito e appena un po’ ruspante/rurale. Non c’era la complicata toponomastica fantasy che ho dovuto ricreare, per esempio, da Scott Lynch; non c’era il Texas drawl (l’irriproducibile parlata strascicata di certi finti zoticoni texani) di Jim Thompson, un altro mio incontro fortunato. Tradurre la letteratura più strettamente “di genere”, nel mio caso soprattutto fantascienza e fantasy, può essere piuttosto complicato: quello che nel testo originale è invenzione sfrenata, geniale, esilarante può facilmente diventare in italiano qualcosa di ridicolo, improbabile e legnoso.

Non ci sono state, con Graham Joyce, le “vistose violazioni da negoziare” di cui parla Eco in Dire quasi la stessa cosa ma negoziazioni relativamente modeste. In altre parole, per ottenere una traduzione rispettosa e funzionante – così mi pare, almeno – non ho dovuto imporre a me e all’autore rinunce troppo grandi.

Sono felice di avere avuto anni dopo, grazie a Facebook, l’opportunità di scambiare qualche parola con lui, e mi manca, perché soltanto lui potrebbe raccontare le sue storie, e sono certa che ne avrebbe avute tante.

Se ognuno traduce il Joyce che si merita, io certo non mi vergogno (e anzi, con tutto il rispetto per James, sono perfino un po’ sollevata) di essermi meritata Graham.

Immagini copertine:

 

 

 

 

***

Anna Martini è nata e vive a Torino, dove si è laureata in lingue (tesi di letteratura nordamericana su Truman Capote) e ha poi frequentato la SETL, Scuola Europea di Traduzione Letteraria di Magda Olivetti. Da vent’anni traduce romanzi e saggi; ha lavorato tra gli altri per Sperling & Kupfer, Fanucci, Einaudi, Editrice Nord, Neri Pozza, Piemme.

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