L’International Jazz Day di Guido Michelone (3)

for alto

Anche Vercelli festeggia l’International Jazz Day con una serie di iniziative che si svolgeranno in città (e non solo) dal 21 al 30 aprile 2016: musica dal vivo, tavole rotonde, conferenze, seminari e laboratori, il tutto sotto l’egida della Società del Quartetto e sotto la direzione artistica di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi.

Il blog giacomoverri.wordpress.com partecipa ufficialmente all’iniziativa pubblicando, ogni giorno, dal 21 al 30 aprile, dieci schede di ascolto per dieci straordinari album che hanno fatto la storia del jazz. Le schede sono ovviamente preparate dal grande Guido Michelone.

Oggi il terzo ascolto:

Anthony Braxton For Alto, Delmark, 1968.

Forse il Sessantotto nel jazz non ha una rivoluzione giovanile analoga a quella che agita gli studenti di tutto il mondo, perché la propria contestazione generale viene operata dieci anni prima con il free jazz di Ornette Coleman, Cecil Taylor, Archie Shepp. Ma di certo il Sessantotto, nel mese di marzo, vede un ventitreenne serioso chicagoano – quanto di più lontano dall’immagine stereotipata del jazzista tutto genio e sregolatezza – pronto a registrare il primo album a proprio nome: si tratta del seminale (e programmatico, fin dal titolo) Three Compositions Of New Jazz, insieme ai fidati Leroy Jenkins e Leo Smith. Prima di approdare nella rovente Parigi (su invito dell’etichetta francese Byg per documentare la lotta politica dei musicisti afroamericani), dove si fermerà alcuni mesi, Braxton avrà modo di incidere per la chicagoana Delmark, altri due album fondamentali in uno sviluppo artistico personale che inciderà a fondo nella storia del jazz: da un lato Silence (a lui intestato ma di fatto cooperativo) con i sopracitati Jenkins e Smith, dall’altro soprattutto For Alto che è appunto per sax contralto, ma resta in particolare il primo album di jazz interamente per sassofono non accompagnato. Braxton è tra i primi in un certo senso a operare una brillante sintesi fra il nuovo jazz (ormai post-free) ed esperienza colta di estrazione avanguardista tipica dei favolosi anni Sessanta, quando una sperimentazione diffusa è patrimonio condiviso sia del radicalismo afroamericano sia della musica classica contemporanea. Anthony non suona solo l’alto ma in pratica è da ritenersi un polistrumentista e in tal senso un deciso innovatore di quasi tutti gli strumenti a fiato che abbraccia, sicuramente di ogni famiglia di sassofoni e di clarinetti, con particolare impegno verso i sax soprano e sopranino e i clarinetti in si bemolle e contrabbasso. Ammirando tanto Charlie Parker quanto Paul Desmond, Braxton pare reintegrare le loro musiche in un contesto oltranzista privo di sezioni ritmiche; ed è inoltre tra i primi a suonare in solitario guardando alle doti acustiche dei luoghi dove si esibisce: è che ciò avviene persino negli studios con For Alto, dove è quasi palpabile una condizione spaziotemporale. Nel disco, inoltre, come negli album successivi, i brani equivalgono a composizioni rigorosissime dalle strutture matematiche e dalle formule astratte, poiché l’artista fa sì che il jazz si dipani in un rapporto quasi simbiotico fra scrittura e improvvisazione. Dice l’autore: “Quello che mi affascina del concerto in assolo è che rappresenta un linguaggio a se stante, mette in gioco due variabili fondamentali: il suono e il silenzio”. E For Alto in tal modo resta un caso emblematico del Sessantotto jazzistico.

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