ornette-coleman-free-jazz

Anche Vercelli festeggia l’International Jazz Day con una serie di iniziative che si svolgeranno in città (e non solo) dal 21 al 30 aprile 2016: musica dal vivo, tavole rotonde, conferenze, seminari e laboratori, il tutto sotto l’egida della Società del Quartetto e sotto la direzione artistica di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi.

Il blog giacomoverri.wordpress.com partecipa ufficialmente all’iniziativa pubblicando, ogni giorno, dal 21 al 30 aprile, dieci schede di ascolto per dieci straordinari album che hanno fatto la storia del jazz. Le schede sono ovviamente preparate dal grande Guido Michelone.

Oggi il quarto ascolto:

Ornette Coleman, Free Jazz, Atlantic, 1960.

Questo album, che solo su CD può essere ascoltato nella propria interezza, visto che l’originale versione a 33 giri deve purtroppo essere sfumata e spezzata in due parti all’incirca a metà, resta un’opera fondamentale, titanica, epicizzante nella storia del jazz, dando persino il nome all’omonima corrente, il free jazz. L’album viene registrato con un doppio quartetto pianoless che raggruppa i giovani migliori  jazzisti  della nascente epoca free: mettendo il padellone o il dischetto sullo stereo si può quindi ascoltare nel balance di sinistra lo stesso Coleman al sax alto, Don Cherry alla tromba, Scott LaFaro al contrabbasso e Billy Higgins alla batteria. A destra invece operano Eric Dolphy al clarinetto basso, Freddie Hubbard alla tromba, Charlie Haden al contrabbasso ed Ed Blackwell alla batteria. Il disco è composto da un unico omonimo brano, Free Jazz appunto, che dura trentasei minuti di improvvisazione collettiva, per un complesso rivoluzionario lavoro che al di sotto delle varianti estemporanee (o meglio libere dalle tradizionali strutture musicali di ritmo, timbro, armonia, melodia) cela un rigore formale unico. L’album Free Jazz, fin da subito, muta radicalmente gli spazi e i tempi di fruire, udire, percepire il jazz e cambia pure il rapporto fra i musicisti, non più costretti a obbedire alla netta separazione tra front line e rhythm section, ma attori paritari in un interplay democratico infinito. La novità è forte e sono molti, fra i critici, a parlare di action painting applicata o virata nella musica aleatoria, anche perché il quadro di Jackson Pollock in copertina non lascia dubbi o fraintendimenti. Alcuni musicologi scrivono che si tratta di atonalismo jazzistico o di equivalente ideale della Scuola di Darmstadt nel sound afroamericano; certo è che Free Jazz all’epoca fa gridare allo scandalo e anche ora, dopo mezzo secolo abbondante, è un album al centro di polemiche e discussioni, perché restano ancora pochi, tra i jazzofili, gli amici o i sostenitori di questa neoavanguardia. Dice Coleman a proposito di Free jazz durante un’intervista: “Si tratta proprio di un’improvvisazione. C’erano soltanto un breve arrangiamento iniziale e finale e un paio di appuntamenti nella parte centrale, nient’altro”. Sul valore anche politico di questa ‘improvvisazione’ occorrerebbe spendere fiumi d’inchiostro, perché si tratta di una svolta epocale persino nei rapporti tra bianchi e neri all’interno delle lotte per la rivendicazione dei diritti civili: Free Jazz è metaforicamente un inno di rivolta.

Annunci