roth

Durante la mia adolescenza per niente inquieta (purtroppo, con il senno di poi), l’unica forma di ribellione che avevo deciso di portare avanti era quella di rifiutare ciò che mio padre (un uomo barbuto e nervoso che allora aveva più o meno l’età che ho io adesso) mi consigliava. Ricordo di aver rifiutato Il male oscuro di Berto, La montagna incantata di Thomas Mann e forse L’uomo senza qualità di Musil – con il tempo, ho rimediato solo all’ultima mancanza, lasciandomi le altre due per quando sarò più vecchio. Avevo invece accettato di buon grado un libro che mi aveva regalato in occasione di non so quale ricorrenza: era Lamento di Portnoy di Philip Roth, un libro esilarante e irriverente sul sesso, la masturbazione, il rapporto con i genitori e le donne. Nella versione che avevo c’era anche una foto di lui, sulla quarta – un tizio con la barba che sembrava essere un professore universitario – e si raccontava che, dopo il grande successo di quel libro, aveva inanellato una serie di flop abbastanza clamorosi. Qualche anno dopo, convinto di fare una cosa simpatica, ne regalai una copia a un amico che si era da poco sposato: non gli piacque perché, mi disse, trattava troppo male i genitori del protagonista. Ma non era forse questo il motivo per il quale valeva la pena leggerlo?

Poi, crescendo, ho imboccato un percorso di letture del tutto personale. Sono ripartito dal basso, dalle storie di Grisham, i suoi legal thriller, per passare poi a Follet e Forsyth, e quindi Le Carrè: in pochi passaggi ero andato dall’intrattenimento alla letteratura. A trent’anni ho ripreso in mano Kundera e me lo sono riletto tutto; poi Salinger, Ian McEwan, Coe, sempre più contento di scoprire nuovi mondi.

Nel 2004 Mauro Gagni, un collega con il quale avevo iniziato a parlare di libri, mi regalò un romanzo di Baricco, che non conoscevo; in cambio, gli presi Lamento di Portnoy: a distanza di tanti anni, ero ancora convinto che fosse una delle cose migliori in circolazione. Prima di darglielo, lo sfogliai un po’, per vedere quanto mi ricordavo di quelle pagine. Mi tornò così la voglia di leggere un suo nuovo libro e non sapendo cosa scegliere (ero ancora in una fase della mia vita in cui i miei interessi erano tutti orientati verso l’informatica) comprai Pastorale americana per la bellezza di una simmetria: nella quarta, infatti, compariva un commento di Baricco.

Fu una folgorazione, la scoperta di una nuova dimensione dello spazio, e non semplicemente l’estensione di quello conosciuto. Ricordo chiaramente come mi sentivo quando stavo arrivando alla fine: ero in cucina, alle sette di mattina, nella casa di Gorgonzola, nella primavera del 2005, mio figlio ancora piccolo che ciucciava la colazione nel seggiolone, due colombi che tubavano in terrazza, io già vestito per il lavoro, con il libro in mano, e intanto pensavo: “e dopo?”

Quel libro ha cambiato tutto: gli obiettivi della mia lettura, la consapevolezza della mia nuova identità di padre, l’importanza dell’educazione filiale. Mi fece anche voglia di iniziare a scrivere – un’attività che, a trentacinque anni, non avevo mai preso in considerazione, se non mentre andavo a scuola, tanto tempo prima, a intervalli molto irregolari. Ma soprattutto quel libro fu l’inizio di un lunghissimo rapporto (strettamente unidirezionale) con Philip Roth. Nel corso degli anni ho letto tutto quello che ha scritto, comprese certe cose che in Italia non sono mai uscite. Ho riletto anche Lamento di Portnoy, nella primavera del 2008, mentre tornavo da Novara dove avevo appena venduto le quote di una società che avevo fondato, e lo apprezzai più della prima volta. E questa mattina, dodici anni dopo Pastorale americana, trenta dopo la prima lettura del Lamento, seduto nell’anticamera del dentista, ho finito Roth scatenato, la sua biografia uscita da poco per Einaudi. Ora Philip Roth ha 83 anni e da sei o sette anni ha smesso di scrivere. Ogni tanto rileggo i suoi libri (con la Pastorale sono arrivato alla quarta rilettura) ma quando guardo il suo scaffale, che va da Goodbye, Columbus a Nemesi non posso non pensare, con tristezza: “e dopo?”.

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Paolo Zardi (Padova, 1970), ingegnere, ha esordito nel 2008 con un racconto nella raccolta “Giovani cosmetici” (Sartorio) curata da Giulia Belloni. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Antropometria” (Neo, 2010) e “Il giorno che diventammo umani” (Neo, 2013), i romanzi brevi “Il signor Bovary” (Intermezzi, 2014) e “Il principe piccolo” (Feltrinelli, 2015), e i romanzi “La felicità esiste (Alet, 2012) e “XXI secolo” (2015, Neo), finalista allo Strega 2015. E’ stato curatore dell’antologia di racconti “L’amore ai tempi dell’apocalisse” (Galaad, 2015)
Ha partecipato a numerose raccolte di racconti collettive e suoi racconti sono stati pubblicati in “Nuovi argomenti”, “Nazione indiana” e “Primo amore”. Nel 2015 e nel 2016 due suoi racconti sono stati tradotti da Matilde Colarossi e pubblicati nella rivista californiana “Lunch ticket”.
Cura il blog letterario grafemi.wordpress.com
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