charlie haden liberation music

Anche Vercelli festeggia l’International Jazz Day con una serie di iniziative che si svolgeranno in città (e non solo) dal 21 al 30 aprile 2016: musica dal vivo, tavole rotonde, conferenze, seminari e laboratori, il tutto sotto l’egida della Società del Quartetto e sotto la direzione artistica di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi.

Il blog giacomoverri.wordpress.com partecipa ufficialmente all’iniziativa pubblicando, ogni giorno, dal 21 al 30 aprile, dieci schede di ascolto per dieci straordinari album che hanno fatto la storia del jazz. Le schede sono ovviamente preparate dal grande Guido Michelone.

Oggi il sesto ascolto:

Charlie Haden, Liberation Music Orchestra, Impulse, 1969

Il contrabbassista dell’Iowa, morto a Los Angeles nel 2014 a settantasette anni, si impone già a fine Fifties come uno dei più originali freemen bianchi, al punto che lo si ascolta quale compagno di Ornette Coleman nel seminale Free jazz. Come leader Haden debutta proprio con quest’album, il cui titolo servirà in seguito a dare il nome alla propria big band che a momenti alterni durerà fino al 2005: Liberation Music Orchestra insomma risulta un disco-cardine nella cultura musicale degli anni Sessanta/Settanta per i tanti interrogativi che apre nel controverso dibattito su jazz e politica; a livello artistico il long playing nell’album si distingue invece per la forte carica emotiva e il grande solismo lirico dei molti protagonisti, da Gato Barbieri (tenore) a Don Cherry (cornetta e flauti), da Dewey Redman (alto e tenore) a Roswell Rudd (trombone), da Mike Mantler (tromba) a Carla Bley (pianoforte). Ispirandosi direttamente ad alcune canzoni dell’esercito repubblicano antifascista nella guerra civile spagnola (ma c’è pure un accenno al celebre inno cubano su Che Guevara), Charlie realizza una sorta di concept-album dove la militanza ideologica e l’impegno sociologizzante vanno di pari passo con la perizia individuale e l’impatto collettivo, mentre la passionalità delle composizioni viene stemperata nel linguaggio sperimentalistico. L’album verrà considerato alla distanza un evento storico e una testimonianza fondamentale per i giovani jazzmen del Vecchio Continente, proprio nel solidale bilanciamento tra jazz e politica, dove il mito, il pathos, l’azione e il mordente circonda questo esordio sui generis, davvero unico e magistrale.

 

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