Mingus

Anche Vercelli festeggia l’International Jazz Day con una serie di iniziative che si svolgeranno in città (e non solo) dal 21 al 30 aprile 2016: musica dal vivo, tavole rotonde, conferenze, seminari e laboratori, il tutto sotto l’egida della Società del Quartetto e sotto la direzione artistica di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi.

Il blog giacomoverri.wordpress.com partecipa ufficialmente all’iniziativa pubblicando, ogni giorno, dal 21 al 30 aprile, dieci schede di ascolto per dieci straordinari album che hanno fatto la storia del jazz. Le schede sono ovviamente preparate dal grande Guido Michelone.

Oggi il settimo ascolto:

Charles Mingus, The Great Concert Of Charles Mingus, America,1964

Dopo svariate esperienza tra bopper, swinger, dixielander, il contrabbassista Charles Mingus (1922-1979) opta per la strada impervia di compositoree bandleader in un modo sincero, ribollente, contraddittorio, personale che, grosso modo, durante un ventennio, fra il 1955 e il 1975, offre una musica genuina che egli stesso si rifiuta di chiamare jazz: in effetti è originalissimo il sound mingusiano che raggiunge i vertici creativi proprio con questo ‘grande concerto’ tenuto al Théatre des Champs-Elysées di Parigi, che in origine vede la luce su un triplo LP. La musica – comunque jazz contemporaneo – è non comunque ascrivibile a nessuna corrente, pur essendo artisticamente (e politicamente) in anticipo su alcune istanze free senza mai considerarsi esponente diretto o nume tutelare di questa rivoluzionaria apertura. Coma si ascolta in questo live registrato in due occasioni presso una festante sala Wagram rispettivamente il 17 e 19 aprile, iriferimenti estetici, filosofici, antropologici di Mingus sono il tardo swing Duke Ellington (Sophisticated Lady), il bebop di Bird (Parkeriana) e il gospel corale dai quali sa trarre una felice corpulenta sintesi. Personaggio scomodo (come si evince nel saggio-autobiografia Peggio che un bastardo) Charles riunisce in piccoli gruppi i migliori solisti afroamericani: qui è  assieme ai fedeli Jaki Byard al piano, Danny Richmond alla batteria, Clifford Jordan al sax tenore, Johnny Coles alla tromba, a cui si aggiunge l’indimenticabile Eric Dolphy al contralto, al flauto, al clarinetto basso, per il quale il leader scrive e dedica il brano So Long Eric. Alcuni pezzi, infine, come Meditation For Integration, dalla lunga durata, sono poi autentici manifesti per la lotta dei neri contro la segregazione razziale, qui eseguito con un pathos decisamente superiore all’incisions in studio. Senza mai ritagliarsi grossi spazi virtuosistici, il contrabbasso di Mingus da sempre riesce a sostenere,tra assoluta disciplina e imprinting ritmica, sia il ruotare di solisti sia i giri armonici inusuali e i tempi diversi spesso raddoppiati all’improvviso.

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