L’International Jazz Day di Guido Michelone (8)

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Anche Vercelli festeggia l’International Jazz Day con una serie di iniziative che si svolgeranno in città (e non solo) dal 21 al 30 aprile 2016: musica dal vivo, tavole rotonde, conferenze, seminari e laboratori, il tutto sotto l’egida della Società del Quartetto e sotto la direzione artistica di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi.

Il blog giacomoverri.wordpress.com partecipa ufficialmente all’iniziativa pubblicando, ogni giorno, dal 21 al 30 aprile, dieci schede di ascolto per dieci straordinari album che hanno fatto la storia del jazz. Le schede sono ovviamente preparate dal grande Guido Michelone.

Oggi l’ottavo ascolto:

Max Roach, We Insist! Freedom Now Suite,Candid, 1960

Max Roach è unanimemente considerato tra i maggiori batteristi novecenteschi, la cui fama e grandezza travalicano l’originalità del performer, giacché risulta altresì importantissimo nei panni di compositore, didatta, bandleader, talent scout. Influenzato agli esordi dal collega Kenny Clarke – inventore del moderno drumming – Roach diviene poi un influente percussionista sia del bebop sia dell’hard bop, ad esempio suonando nel dopoguerra con il quintetto di Charlie Parker oppure fondando con Clifford Brown un combo seminale. Musicista serio, colto, instancabilmente attivo, Max apre gli anni Sessanta da leader attraverso l’intero decennio come la stagione per lui più fervida, diventando un’autentica icona dei movimenti socioculturali afroamericani; il merito di questo militante protagonismo va ascritto in primis ai temi e ai problemi che vengono affrontati in questo disco, in cui impegno politico e suono ragionato sono inestricabilmente connessi e risultano parimenti su livelli altissimi di accorata partecipazione e indefessa creatività. A proposito dell’album è il leader stesso a rivelare al pubblico: “Quando la Freedom Now Suite, nel 1960, fu pronta, era stata ripresa da molti la dottrina di Marcus Garvey, per la quale tutti gli uomini di origini africane sparsi nel mondo dovevano unirsi. Le comunità nere sparse nel Nord e Sud America o in qualunque altro luogo, dovevano ritrovarsi, mediante i loro rappresentanti, per discutere la situazione dei neri in ogni parte del mondo, pervenire a delle situazioni e metterle in atto”. E, dopo un lungo resoconto sociologico, conclude: “Ecco, quelle mie composizioni volevano essere lo specchio di queste situazioni”. Ma nel disco c’è molto di più: la musica viene suddivisa in cinque parti che formano idealmente una lunga suite per narrare  la tragica epopea delle genti afroamericane in percorso storico-geografico che, lungo gli Stati Uniti, va dalle piantagioni di cotone nel Profondo Sud alle periferie-ghetto delle metropoli settentrionali. L’intero disco, fin dal titolo, è un incitamento al riscatto (We Insist!, noi insistiamo!), per arrivare a una presa di coscienza generale e consentire un moto di orgoglio da parte di una intera etnia che, a sua volta, giunge a un risultato concreto (Freedom Now, libertà subito). Per incidere l’album, Max si avvale della collaborazione di alcuni grandi solisti della scena moderna, dal veterano Coleman Hawkins, dai compagni di strada Booker Little, Julian Priester, Walter Benton, James Schenck, dai percussionisti africani e caraibici Michael Olatunji, Ray Mantilla, Tomas du Vall alla futura bellissima moglie, la vocalist Abbey Lincoln. Analizzando in dettaglio l’album, sul lato A, il brano d’apertura, Driva’ Man, si manifesta con il canto straziato della Lincoln che racconta le violenze sadiche e le molestie sessuali di cui sono vittime le schiave di colore da parte dei padroni bianchi nelle piantagioni fino a cent’anni prima. Freedom Day è ancora introdotta da Abbey con una voce declamatoria che ispira i frementi successivi assolo di tromba, sax tenore, trombone. Triptych: Prayer/Protest/Peace: pensato da Max a mo’ di un balletto strutturato in tre atti, impostato solo sull’incontro/scontro fra voce e batteria, dove la”preghiera” riproduce sommessamente il lamento dei popoli oppressi, la “protesta” urla contro ogni forma di sopraffazione, e infine la “pace” intona una melodia per spiegare che la vittoria è raggiungibile soltanto dopo una dura battaglia per i propri diritti. Sul lato B All Africa rievoca o meglio celebra le origini africane della comunità nero-americana e della stessa musica jazz, sottolineando l’atmosfera mediante l’impiego di percussioni etniche quasi tribali e ossessive da parte di un vero musicista africano. We Insist! Freedom NowSuite si conclude con l’esempio più contestatario e politico: Tears For Johannesburg, un’invettiva contro l’Apartheid nella metropoli del Sudafrica: non a caso il regime di Pretoria vieta la diffusione dell’album, che verrà liberamente ascoltato oltre trent’anni dopo.

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