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Nell’epoca del godimento – questa in cui viviamo – sovente si scrive per se stessi, per l’appetito di gloria, per il piacere di sentirsi dire ‘bravo’, con l’esito di creare un’interminata schiera di testi insufficienti e autoreferenziali. Ciò non accade in questo libricino tanto svelto quanto profondamente rispettoso e responsabile nei confronti del mestiere di scrivere, nel quale alla condotta del piacere volgare – anche in letteratura – viene preferita la pratica del desiderio dell’Altro, implicante un rapporto in cui lo scrittore dona al lettore qualcosa, lo cura e lo nutre. Demetrio Paolin in Non fate troppi pettegolezzi (LiberAria) imbandisce un desco, di quelli semplici ma genuini, umili e generosi, sui quali le pietanze s’alternano provvide e sane: “la scrittura è quindi un cibo, che bisogna offrire al lettore per saziarsi”. Si parla di umiltà, si parla di limiti, si parla di vergogna e di pudore in questo testo che sta a mezza via tra il saggio letterario (ma non lo è; in esergo si legge il motto di Benvenuto da Imola: “Non doctor, sed scriptor”), il memoir e la semplice pagina di prosa in cui chi scrive cerca di “dire qualcosa sulla dipendenza dalla scrittura”; che certo è quella dell’autore stesso, il quale tuttavia si pone umilmente al servizio di quattro grandi penne che ebbero in comune la sorte di essere nati o di aver vissuto a Torino e, lì, di essersi dati anche la morte: Emilio Salgari, Cesare Pavese, Primo Levi, Franco Lucentini.
Nonostante in copertina campeggino i profil à silhouette dei quattro, è innegabile che gli oggetti d’amore di Paolin siano cinque, e che il quinto sia forse il più sobrio ma anche il più durevole: il fascino torinese, fatto di “una misura, una sobrietà, un’algida lontananza” che rende il capoluogo piemontese “una città ritrosa, schiva” dove ogni cosa “avviene nell’ovatta di casa al riparo, dietro tende, mentre fuori scende la sera”. Ci sono di Torino le vie, le piazze, il verde e il cielo che a tratti “si fa azzurro chiarissimo” o “all’imbrunire è simile a un coccio di rame appeso in una cucina”. E del torinese, in questo libro, c’è il modo di prendere la vita in sordina, di affrontare il dolore, le gioie, i disagi, le passioni: abitudini che l’autore stesso ha evidentemente sperimentato nelle proprie carni anche grazie alla mediazione di chi quel contegno e quel decoro lo seppe portare con discrezione fino alla fine, fino al momento in cui i baluardi eretti contro il male hanno ceduto.

nonfatepettegolezzi
La vereconda Torino, “città pudica, il cui male è velato, nascosto lontano”, di tanto in tanto non ha però saputo elargire l’ultima goccia del suo tenace balsamo e ha lasciato che il dolore o l’eccessiva coscienza prendessero il sopravvento: così Salgari (suicida al numero 27 della strada Val San Martino Superiore, il 25 aprile 1911), la cui scrittura “simile a uno specchio consumato” creò, tra la fretta e la furia che sempre lo incalzarono, un personaggio splendidamente inattuale come Sandokan (virtuoso e pieno di coraggio quando intorno riddavano a schiera gli inetti e i flâneur della decadenza), finì per sentire l’incombenza di un male più profondo e sottile, quello che avrebbe aperto con la Grande Guerra il secolo breve, e che avrebbe ucciso l’epicità dei suoi personaggi e i mondi di avventura in cui aveva creduto per una vita.
E Pavese (Piazza san Carlo 60, il 27 agosto 1950), per il quale tutto è dolore, “fare il bagno nudi nel fiume è dolore, è dolore il sesso, è doloroso l’abbracciarsi”, dedica l’esistenza intera – novello Orfeo – per dare agli uomini poesia, faticosa e affliggente, che ferisce coi tormenti della verità ultima: la discesa agli inferi dell’animo umano svela che la vita è inutile e sempre uguale a se stessa, sempre in bilico “tra maturità e marcescenza”.
Come un testimone, il veleno della vergogna – la vergogna di sentirsi un nulla – si trasla in Levi (Corso Re Umberto 75, l’11 aprile 1987) nell’ignominia di essere sopravvissuti, “di aver usurpato l’esistenza di qualcun altro più meritevole”: e anche la medesima città di Torino diventa un corpo vergognoso, pieno di marche e di segni che inchiodano il superstite al ricordo e a “quel sentimento ambiguo di chi viene a patti con il male, e sopravvive per questo motivo”. Finché la sopravvivenza diventa intollerabile in quanto manifestazione più eclatante della vittoria del male, quello dei nazisti, gli unici forse che riuscirono a “mostrare il vero cuore dell’uomo, che non è né buono né tantomeno nobile”, ma sicuramente è tanto fragile (l’uomo è “l’uovo senza guscio, è la poltiglia cosmica iniziale del nostro universo”) da non reggere al “brutto potere della creazione”.
Meno tremenda ma altrettanto arrovellante è la piccola vergogna di Lucentini (piazza Vittorio Veneto, angolo via Po, il 5 agosto 2002) e del suo “magistero di leggerezza”, sempre mortificato dall’incapacità ontologica di fare sì che le parole seguano di conserva i pensieri senza scarto alcuno tra l’idea e la realtà. Il suicidio per Lucentini diventa allora il gesto finale, il salto leggero chiudente il cerchio che la vita ha lasciato perennemente aperto; la scrittura, che lo ha accompagnato a lambire solo i bordi scuri della verità, a un certo punto sfuma: perché scrivere, come disse Benjamin, è qualcosa di molto simile alla condizione di chi sta per andarsene, “si cammina in maniera più o meno consapevole come morituri; poi, infine, un giorno, quando tutto è chiaro, come le montagne a corona di Torino nei giorni di sereno, si salta”.
Demetrio Paolin ci consegna così una scrittura morale, solida e matura, un frutto succoso e “lucido come gli angeli delle chiese” (per usare ancora una stupenda immagine celata nelle pieghe del testo), un ‘lavoro ben fatto’, un antidoto al male, una piccola forma di salvezza.

Articolo apparso per la prima volta su Satisfiction http://www.satisfiction.me/non-fate-troppi-pettegolezzi/

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