Emil Cioran, Sulla Francia

cioran francia

Ho letto il libro cerniera di Emil Cioran, quello che avvicina, o divide, i lembi romeno e francese della sua vita. Alain Paruit che, dopo aver sistemato l’impianto del manoscritto originale, ha portato Despre Franţa nella lingua di Parigi (De la France, Paris, l’Herne, 2009), lo definisce un libro “strano” e “Kafkiano”. Eppure questa “collezione di esagerazioni morbose”, come recita l’esergo di Sulla Francia (ora in italiano per la cura e la traduzione di Giovanni Rotiroti), ha un alito di assurdità solo nella misura in cui l’uomo si nega “il fiero coraggio dell’irreparabile”. Cioran, al contrario, lo guarda in faccia l’irreparabile, quand’esso ha l’aspetto di un’elegante decomposizione, di una “vacanza degli ideali”, di una “intolleranza all’avvenire” (in corsivo nel testo). È la Francia, per Cioran, tra quelle europee la nazione che ha goduto sviluppi più naturali, che ha seguito un passo dopo l’altro l’itinerario che conduce dall’epopea all’elegia. Perciò essa può insegnare, a tutti quelli del vecchio continente, ma non solo, i modi in cui un popolo si spegne nella “noia profonda della chiarezza”. Sì, perché “la divinità della Francia” è il Gusto che non ama il sublime e, godendo dei limiti, scansa il tragico, nega l’infinito e rifiuta il mistero. “Non è forse più interessante realizzarsi in superficie che disarmarsi attraverso la profondità?”. Il Genio francese non è la grandeur napoleonica ma il salotto dell’“intelligenza merlettata” e dell’ornamento come “genere inimitabile dei dettagli sottili e rivelatori dell’esistenza nel mondo”.
Paese dell’ossimoro, la Francia è sempre stata una provincia universale, il suo Pascal “un rammendatore del frammento”, la civiltà da essa raggiunta una “nobile superficialità”, fatta di “pigrizia elegante” e di “cicaleccio sottile”. Ma questa sua sapiente frivolezza è il segno premonitore, lo è sempre stato forse, di un fatale magistero di decadenza e di cinismo; la Francia “ha creato degli ideali e li ha consumati, li ha sperimentati fino alla fine, sino al disgusto”. Mi viene in mente il Cardarelli degli anni Dieci, quello dei Prologhi (“io ho ecceduto nella carne fino all’ironia”) e della Decadenza del genio laddove parla dei “mezzi espressivi troppo assaporati e perfetti” messi a disposizione del poeta lirico, e della necessità, da parte dell’artista, posto di fronte alla tragedia dell’esistenza, di approdare a un inedito ‘genere d’arte’, comprendente in sé le andature disincantate e giocose di una ironica condotta della vita. Per la quale occorre stile. E Cioran scrive che “lo stile è l’architettura dello spirito”, lo stile è ciò che può salvare la dignità della Francia ora che – siamo nel 1941 – il popolo della Rivoluzione ha smesso di trasformare i concetti in miti e di “dare un contenuto sentimentale alle idee”.

cover sulla francia
I sentimenti decadono e restano le idee, perché la decadenza è un eccesso di razionalità, è il “dubbio che sostituisce l’estasi”, è la pratica smaliziatamente disamorata e logora dell’esistenza: le severe e titaniche proiezioni umane di un popolo in piena fase epica lasciano il posto al gioco, affatto serio, di una nazione squisitamente snob che, anziché vivere o morire, disquisisce sul piacere e sul dolore. “L’artista diventa un sapiente della percezione” e, se un tempo “respirava nei miti e in Dio”, adesso lo fa “nelle considerazioni fatte su di loro”. L’artista nuovo, dunque, corrotti prodigiosamente gli automatismi dell’istinto, trascende, per così dire, i limiti dell’essere uomo e giunge a conoscere gli abissi e le vette dell’esistenza, li sa così bene da poterli recitare a memoria (“I francesi si sono logorati per eccesso d’essere”), cambiando la vita in finzione di se stessa, che è poi il massimo grado dell’arte, intesa come un fare estremamente consapevole, cosciente e lucido che, toccata l’inedia nichilista della propria cognizione (“Quando non si crede più a niente, i sensi diventano religione. E lo stomaco finalità”), ne prende in qualche modo le distanze (“che lezione tonificante, quando non si è più amanti delle illusioni!”) e ci gioca artatamente e arbitrariamente, opponendo all’infinito l’eleganza della lucidità, quella che rivela il non-senso della vita e l’inanità di ogni organizzazione sociale: “la successione delle civiltà è la serie di resistenze che l’uomo ha opposto all’orrore della pura esistenza”.
Dalla Francia, cosa ha imparato, per il resto della sua vita, Cioran, “venuto da lande primitive, dal sotto-mondo della Valacchia”? Ha imparato che chi porta a termine le dissoluzioni, senza franare con esse, senza avvolgersi irreparabilmente con i resti della civiltà, può ancora ritrovarsi, può ancora premunirsi dai pericoli della vita attraverso il cinismo. La fine non è mai una fine. C’è sempre un respiro che segue all’irreparabile.
E quella non è una speranza ma è la proficua morte dell’innocenza dell’anima.

Articolo apparso per la prima volta su Satisfiction, http://www.satisfiction.me/sulla-francia/

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