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È un simbolo L’appartamento di Mario Capello: il simbolo di un’ansia, di un segreto e di un affetto diruto.

Angelo ha tentato di essere un giovane rampante professionista dell’editoria: “facevo bozze e revisioni. Per case editrici dal passato glorioso. Ma soprattutto leggevo manoscritti e libri stranieri per potenziali traduzioni”. Poi, però, il matrimonio, quello con Marzia, si è guastato, lei forse di lui più matura, di un pelo, quel che bastava per inchiodarlo ai mancati doveri paterni: “le invidiavo la confidenza con i gesti che, fino ad allora, avevamo attribuito agli adulti”. I loro tempi smettono di coincidere, l’appartamento dove per sette anni convivono non basta a mantenerli all’unisono. Hanno un figlio, Marco, e egli neppure riesce a rimetterli in pari, ché sono i genitori, piuttosto, a spegnere qualcosa in lui. L’appartamento, scarnificato dall’assenza della vita famigliare, è allora il simbolo dell’ansia, “rimasta acquattata come un ricciolo di polvere”, chissà dove, irrevocabile.

Da Torino, quindi, Angelo torna al paese, Cortemaggiore, dov’è “un reticolo di sguardi reciproci” che fatalmente ricorda i silenziosi incontri e le magnetiche sorprese della calviniana città invisibile di Cloe. Lì, tra riti consunti e abitudini da periferia, Angelo tenta di oliare quel complicato ingranaggio che dal passato dovrebbe traslarlo al futuro, cambiandolo in uomo adulto. Ma le cose non funzionano in maniera semplice, anzi esse appaiono “sfarinate nel loro essere lì, senza pretese né costruzioni”. Il protagonista, che nel frattempo ha abbandonato gli slanci artistici della vita da editor, si è messo a vendere appartamenti, che è come vendere ossi di seppia, ossature di esistenze altrui abbandonate per nuove vite, altre mete, sogni diversi. Gli appartamenti vuoti – ovvero l’appartamento ideale – diventa perciò il segno di un affetto mancato, di “uno struggimento dolcissimo per quello che tutti siamo stati, e non saremo più. E per tutto quello che avremmo potuto essere e tutte le cose che non faremo più per la prima volta”.

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Ed è proprio tra i muri stinti di un appartamento che Angelo incontra Ferrero, il personaggio che segna la svolta della vicenda, colui che riempie gli spazi vuoti della vita di Angelo con una apparente normalità. È un uomo anziano, Ferrero, malinconico, paterno, flemmatico. Apparentemente alla ricerca di un alloggio per il figlio, in realtà desideroso di affidare ad Angelo un manoscritto, e assieme a quello, una storia che scardinerà l’inane ricerca di un eterno presente. Raccolta nelle inedite pagine di Ferrero è una vicenda misteriosa, un segreto, il Segreto di una vita intera che buca il presente con schegge di passato. Non innocuo, non banale.

Angelo, come gli appartamenti che vende, diventa infine un contenitore, un testimone in cui far transitare l’essenza di una storia che non è solo personale, ma è la storia d’Italia nel secondo dopoguerra, in quei gangli in cui i funerali dello Stato furono per essere celebrati (o ci si arrivò davvero?), in cui, in realtà, “non era successo nulla”, ma avrebbe potuto, in cui “questa possibilità conficcata a forza da qualcuno nell’ordine delle cose era ciò che faceva la differenza”.

E, magicamente, la potenza del romanzo di Mario Capello sta proprio nella narrazione di questa ‘differenza’.

Articolo apparso per la prima volta su Satisfiction, http://www.satisfiction.me/lappartamento/

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