13129087_1181368438574830_2070219914_o

(foto di Alessandro Bertante)

Per anni l’ho visto schierato insieme agli altri nella biblioteca di mio padre Nando. Aveva il colore carta da zucchero sbiadita dell’Einaudi anni Sessanta, gli Struzzi. Di fianco a lui c’erano Delitto e Castigo, il Maestro e Margherita, le Memorie di Adriano e tanti altri romanzi. Ma era proprio quel titolo ad attirarmi, I fiori blu, forse perché a una certa ora del pomeriggio sul dorso ci batteva sempre il sole, o forse perché il blu era il mio colore preferito di bambino. Lui, comunque, mi stava aspettando. Diciassette anni pazientò, finché un giorno di tarda primavera presi coraggio e cominciai a leggerlo. Le prime nove pagine furono una vera e propria rivelazione. Non avevo mai incontrato una scrittura così brillante, imprevedibile, ricercata e perfino scherzosa. C’era questo duca francese che distribuiva poderose manate e s’interrogava sulla storia e sullo scorrere del tempo, c’erano cavalli parlanti e alchimisti in cerca dei segreti del mondo, c’erano gli Unni, o due, i gran Saraceni, i Saracineschi che chiudevano persiane, i Franchi che suonavano lire e i Normanni che bevevano Calvados. E poi c’era Cidrolin, bonario fannullone, che sul suo barcone seduto sulla sdraio beveva liquore, cancellando scritte ingiuriose e aspettando che la storia finalmente lo raggiungesse per un’ultima avventura finale. E per me questo doppio viaggio circolare era il sogno perduto dell’infanzia, era quello che dovrebbe essere la letteratura: una scoperta continua, uno stupore che diventa meraviglia.

I fiori blu di Raymond Queneau è un capolavoro europeo del Novecento, ancora oggi  lo leggo ai miei allievi che – nonostante la velocità dei tempi, e la loro fragilità, la soglia di attenzione e tutto quello che è successo nella comunicazione e nell’arte – rimangono sbalorditi dalla ricchezza e dall’eleganza della sua lingua, dalla sua capacità inventiva, dall’intelligenza dei suoi calembours. E questo strepitoso romanzo forse solo un grande scrittore come Italo Calvino poteva tradurlo, capace di riportarci senza strappi nel mondo magico dell’incanto,  alla fine della nostra storia, dove «Uno strato di fango ricopriva ancora la terra, ma qua è là piccoli fiori blu stavano già sbocciando».

21300312252

***

Alessandro Bertante è nato ad Alessandria nel 1969, vive a Milano. Fra i suoi romanzi ricordiamo Al Diavul, (2008, Marsilio), vincitore del Premio Chianti, Nina dei lupi, (2011, Marsilio), finalista Premio Strega e vincitore del Premio Rieti, La magnifica Orda (2012, Il Saggiatore), Estate crudele (2013, Rizzoli), vincitore del Premio Margherita Hack. Il suo più recente romanzo è Gli ultimi ragazzi del secolo (Giunti).

Annunci