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Dinamitri Jazz Folklore & Amiri Baraka, Live in Sant’Anna Arresi 2013 (Rudi Records, 2016)

Questo disco registrato il 29 agosto 2013 durante la rasegna “Ai confini tra Sardegna e jazz”, ma uscito solo ora, tre anni dopo, segna l’incontro fra il settetto dell’alto sassofonista italiano e il grande autore e sociologo afroamericano all’insegna della jazz-poetry, secondo un rituale già esibito nel free jazz storico e qui ripreso ed esaltato dalla cornice del noto festival controcorrente. Assieme al leader Dimitri Grechi Espinoza, Emanuele Parrini (violino) Beppe Scardino (sax baritono) Pee Wee Durante (organo) Gabrio Baldacci (chitarra) Andrea Melani (batteria) e Simone Padovani (percussioni), grazie al celebre intellettuale black (al secolo Leroi Jones) prende forma da un rituale di voce e campane, e con metodica lentezza si dipana fra gli echi dell’Africa ancestrale, i richiami del blues dolente, le schegge del jazz moderno, gli omaggi a Sun Ra. La drammaturgia sonora costruita intorno alle parole del poeta emerge attraverso un flusso continuo di altissima densità emotiva. Si tratta insomma di una perfomance (ben restituita su disco) che risulta da un’inestricabile combinazione di forme poetiche, di arrangiamenti musicali, di improvvisazioni soliste da cui fiorisce l’intensa narrazione proprio dell’indimenticabile Amiri Baraka.

E dunque Live in Sant’Anna Arresi 2013 diventa altresì il pretesto per ricordare un grandissimo afroamericano, nato nel New Jersey, a Newark, il 7 ottobre 1934 e morto, sempre a Newark, il 9 gennaio 2014. Assai noto come critico musicale, Jones/Baraka è però decisivo nella storia della jazz-poetry che dalle prime esperienze beatnik con lui passa decisamente a un ruolo afro, come dimostrano i tre lavori su disco a suo nome: It’s Nation Time – African Visionary Music (1972, con un proprio gruppo), New Music – New Poetry (1982, con David Murray e Steve McCall), A Black Mass (1999, con Sun Ra And The Myth Science Arkestra). Ma è soprattutto dell’Amiri Baraka operatore culturale che occorre qui parlare, onde rimarcare ad esempio l’eccezionalità di un suo libro – Il popolo del blues uscito da Einaudi in pieno 1968 – che fa epoca ormai da quasi mezzo secolo.

Leroi si laurea ad Haward in Letteratura e si rivela al pubblico statunitense con il saggio Cuba Libre. In Italia viene conosciuto con quattro poesie grazie all’antologia curata da Fernanda Pivano Poesia degli ultimi americani (1963), mentre qualche mese dopo nel LP The New Art Quartet (1964) recita il poema Black Dada Nihlismus accanto ai freejazzmen Roswell Rudd, John Tchicai, Lewis Worrell, Milford Graves. A parte Il Popolo del blues, le uniche apparizioni editoriali risalgono entrambe al 1971: con due liriche nella raccolta Poesia e rabbia (Accademia Sansoni) a cura di Gianni Menarini e per Einaudi con Quattro commedie per la rivoluzione nera, ossia Morte sperimentale unità Nr. 1, Una messa nera, Gran bontà della vita, Cuore matto.

Assunto il nome africano di Amiri Baraka negli anni Settanta, diviene l’intellettuale afroamericano di maggior prestigio sulla ribalta statunitense e internazionale, benché il termine ‘intellettuale’ gli possa andare stretto o risulti equivoco e fuorviante. Intellettuale è, ma non nel senso tradizionale e snobistico che il termine connota nella cultura moderna, perché, nell’esperienza di Baraka, si trovano via via la letteratura, il teatro, la musica, la sociologia, la politica, che a loro volta vengono declinate nella poesia, nella narrativa, nella commedia, nella saggistica, nella critica musicale, nella storia del jazz, nella performance, nella jazz-poetry, nella disamina un po’ filosofica della black comunity con l’ausilio delle scienze umane (etnologia e antropologia comprese).

Oltre un convegno a lui dedicato nel 2006 e un libro (di cui si parla più avanti) che gli rende piena giustizia, il nome di Amiri è quasi rimosso dalla cultura italiana, che di fatto, lungo quasi mezzo secolo, lo sostiene attraverso un unico libro, il citato Il popolo del blues, prontamente tradotto dall’editrice torinese a cinque anni dall’uscita originaria, da Shake ripubblicato solo nel 1994 con nuova traduzione e nuova premessa dell’Autore.

Nel nostro Paese insomma il mondo letterario lo ignora, salvo includerlo, con qualche poesia, in un paio di antologie sulla beat generation, quello musicale si limita ad ascoltarne la voce nei reading su alcuni LP d’importazione oppure a seguirne il pensiero fra le righe delle polemiche sorte attorno ai concetti di negritudine e di jazz nero. Tuttavia basta un solo libro, a Baraka, a far mutare il corso della storia nel nostro Paese e sull’intero continente europeo: come negli Stati Uniti Il popolo del blues irrompe nella scena artistica rivoluzionaria, presentandosi quale péndant teorico del free e della new thing, così lo stesso libro, più o meno direttamente, serve, in Italia e in Europa, a forgiare nuove agguerrite generazioni di studiosi, critici, fans, improvvisatori.

E ora l’intensa voce di Amiri Baraka si può ascoltare Live in Sant’Anna Arresi 2013 con Dinamitri Jazz Folkore, il cui capogruppo Dimitri Grechi Espinoza così descrive l’importante esperienza: «Dopo la recente scomparsa di Amiri Baraka abbiamo deciso, con la Rudi Records e il festival di Sant’Anna Arresi, di rendergli omaggio attraverso questa registrazione che testimonia il nostro ultimo concerto insieme nell’edizione 2013 dedicata a Sun Ra. Il nostro breve viaggio in sua compagnia era iniziato nel 2008 grazie alla Akendengue Suite nella quale Amiri aveva magnificamente recitato alcuni brani tratti dal suo libro Wise, Why’s, Y’s: The Griot’s Song Djeli Ya dando voce alla nostra musica; una voce profonda e umana come solo un vero “Griot” poteva fare».

E quindi Dimitri prosegue e conclude: «Abbiamo così avuto modo di conoscere e apprezzare un autentico poeta della cultura afroamericana, un uomo mite e combattivo che attraverso la voce modellava storie sociali che si trasformavano in “Miti” per l’uomo contemporaneo. Da “Afroamericano” aveva preso coscienza che nel jazz il significato simbolico del suono/gesto africano di “ispirazione sovraumana” era stato dimenticato per essere rimpiazzato da uno di “ispirazione umana.” Grazie al libro Il Popolo del Blues, Amiri ci ha fatto conoscere un punto di vista della storia del jazz dall’interno, senza inutili orpelli e considerazioni, una storia essenziale e onesta. Per tutto questo, noi del Dinamitri, gliene saremo sempre grati».

E I dieci brani del disco, fin dai titoli (qui disposti in ordine alfabetico) sono eloquenti per capire non solo la filosofia di un personaggio, ma l’importanza di un grande incontro nel jazz sempre più cosmopolita: Akedengue, Amiri’s Blues, Aria, Baraka, Kongo Bells, Sun Ra, Terra, There Really Was An Africa, The Slave Singing, When Amiri Was in Africa.

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