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Alan Bennett, Il gioco del panino, Adelphi, pp.132, euro 15

Di nuovo sei monologhi, questi riuniti da Adelphi (traduzione di Mariagrazia Gini) sotto il titolo di Il gioco del panino; sei monologhi che seguono quelli già usciti per l’editore milanese nel 2004 con il titolo di Signore e signori. In inglese sono la prima e la seconda serie dei Talking Heads scritti da Bennett per la BBC tra il 1988 e il 1998.

A leggerli si ride e si sorride, alternatamene, senza sapere dove fermare la smorfia della bocca; d’altronde sappiamo che la scrittura di Alan Bennett è questa, coglie in fallo perché tra una parola e l’altra spunta il dente furioso e, se non fai in tempo a togliere la mano, ti buca e il veleno prende a fluire. È un veleno che eccita e stordisce, la prosa di questi monologhi – come pure dei romanzi o dei racconti – è un continuo prelievo ironico dalla tristezza appannata della vita.

Che vita è quella narrata da Bennet? È la leggendaria e spassosa – se non fosse anche tragica – vita della gente ipocrita che – udite, udite! – non rappresenta un guasto del genere umano ma ne forse la regola. Il mondo di Bennett è ridotto a una pulita e ordinata periferia e gli eventi, drammatici, che egli narra scadono al livello di bagattelle da nascondere sotto la cuccia del cane. È lo stesso autore, in fondo, a ricordare nell’introduzione che “da qualche parte Proust dice che per le donne anche gli eventi più drammatici alla fine si risolvono nella ricerca del vestito giusto”. Non c’è misoginia, ovviamente; la donna è solo lo strumento più consono a chi scrive – “quand’ero bambino a casa mia parlavano soprattutto le donne, quindi sono più in sintonia con il loro modo di comunicare che con quello degli uomini” – per veicolare quel “grazioso contributo alla nostra ipocrisia nazionale” che, a mio parere, non è del solo Regno Unito ma calza bene all’essere umano di ogni dove. Al massimo possiamo dire che ci sono popoli che quella ipocrisia la sanno imbellettare e altri che te la sbattono in faccia.

Ma l’ipocrisia resta, e a essa si agganciano la sete di vendetta e la piccineria dei sentimenti; così nella Mano di Dio Celia, la saccente proprietaria di un negozio di antiquariato, cerca di mettere le mani sopra qualche pezzo di pregio al capezzale di Miss Ventriss; la nipote della moritura le offre una scatola di minutaglia all’interno della quale c’è il disegno di un dito. Un dito? Poca roba, vero? Celia apprezza la cornice in cui è custodito, la rivende per poco meno di cento sterline. Assieme al disegno. Ma quel dito è importante, è il dito della sorte che punisce l’ipocrisia (quindi esiste una forma di giustizia?), è un dito disegnato da Michelangelo. L’ipocrita Celia ha perduto una fortuna.

La contabilità del destino affligge anche la protagonista di Miss Fozzard a piede libero, una signora di mezza età che tra i piedi non solo si trova i calli ma anche un fratello, Bernard, che a causa di una trombosi cerebrale è paralizzato davanti alla televisione. La sorte vuole che il podologo a cui la donna affida gli alluci si trasferisce da Leeds a Scarborought, mentre il fratello perde le cure saltuarie di Mrs Beevers a favore di quelle continue della giovane Miss Molloy. Il malato ricomincia a parlare, ad alzarsi e a fare sesso, mentre Miss Fozzard si adatta a un nuovo podologo, Mr Dunderdale. Galantuomo, quest’ultimo, appoggia il piede della paziente “su un fazzolettone di seta” al posto dello squallido foglione dell’«Evening Post» al quale Mr Suddaby l’aveva abituata. Succede che il ringalluzzito e volgare Bernard resti senza soldi, maliziosamente sottratti dalla bella Miss Molloy, e che Miss Fozzard, impaniata dalle dolci maniere del podologo, finisca preda di imbarazzanti incastri del caso, in cui l’ingenuo candore viene interpretato come anticonformismo, e il piattume di una vita decorosa si cambia nel piattume di una vita – per molti – indecorosa.

Wilfred de Il gioco del panino (forse il più ambiguo tra questi racconti) lavora in un parco pubblico, “l’habitat naturale del delinquente”. È un delinquente lui pure, sì, ma non lo diresti mai, perché l’uomo ci assomiglia, non porta tratti lombrosiani o demoniaci. Forse Bennet ci vuole dire che siamo tutti delinquenti? O forse che il confine tra il lecito e l’illecito esiste per concedere ai finti moralisti di aprire il becco e di interessarsi a chi, nella società, è inerme solo nel momento in cui è lesa la loro innocenza? Non so.

Stuart, de Il cane deve stare fuori, fa invece un lavoro ‘sporco’: macella vacche a orario continuato. Un tizio così non poteva che avere una moglie, Marjory, ossessionata dall’ordine e dalla pulizia. Tra loro un cane, Tina, che al pari dell’uomo deve essere educato a non sporcare una volta entrato in casa. Ma lo sporco non sta sugli abiti da lavoro o tra le zampe dell’animale. Lo sporco sta nei gesti e nelle azioni dell’uomo. Non vi posso svelare che cosa faccia nella vita; sappiate che anche Stuart è un delinquente. E tanto ‘pulito’, moralmente parlando, non è neppure l’Henry di Notti nei giardini di Spagna: sotto un velo di finta ignoranza e indifferenza per le strane vicende che accadono nella casa accanto, Henry risulterà assai più disgustoso di Mrs Corquodale – assassina del proprio marito –, e della sua stessa moglie Rosemary, che stringerà una profonda amicizia con la disperata omicida, scoprendo così l’unica vera felicità provata in un’intera esistenza.

Chiude la raccolta il laconico monologo di Violet (Aspettando il telegramma), una vecchietta in carrozzella, il cui ictus l’ha piombata in una ironica afasia sulle cose dell’ospizio e in generale sulle cose del mondo. Un mondo ridotto a gerontocomio, a casa di (poco) sollievo mentale, a cella di uno zoo antropologico: “Siamo noi gli animali. Ci danno da mangiare e ci puliscono tutti i giorni. È un canile questo”. Perché, in fondo, il discorso sulla società che fa Bennett, in mezzo ai suoi lazzi e ai frizzi più sgargianti, è un discorso cupo, in cui l’ossessione per la pulizia diventa il simbolo di una mancata e autentica attenzione a ciò che è moralmente giusto: il “tortuoso confine tra sporco e pulito” che c’era nelle famiglie di una volta – e che è il giocoso punto di partenza di alcuni monologhi – si cancella, qui, o meglio, sfuma in altre distinzioni, diventando il confine, sempre più labile, tra il legale e l’illegale, tra il lecito e l’illecito, tra il bene e il male.

Articolo apparso per la prima volta su Satisfiction, http://www.satisfiction.me/il-gioco-del-panino/

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