I dischi di Guido Michelone: The Jazz Modernists 1924-1933

Modernist

Autori Vari

The Jazz Modernists 1924-1933

Challenge Records

Questa straordinaria antologia nel dicembre 2009 giunge a fagiolo, come si suol dire, in un momento di studi e dibattiti attorno alla modernità del jazz: due anni prima del CD The Jazz Modernists 1924-1933 – ovvero 2007 – una grande mostra al MART di Rovereto (Il secolo del jazz a cura di Daniel Soutif) e dal novembre 2009 un mio piccolo contributo (Breve storia della musica jazz, Zedde Editore, Torino) hanno forse sgombrato definitivamente il campo da ambiguità o revisionismi sull’intero argomento. Benché, nel secondo dopoguerra, si sia parlato con insistenza di modern jazz a proposito del bebop e degli stili successivi, la modernità nel jazz è sempre esistita, perché è il jazz stesso a essere moderno modernista, nascendo e sviluppandosi, discograficamente, negli stessi periodi delle cosiddette avanguardie storiche e delle numerose rivoluzioni estetiche che andavano attuandosi in ogni campo: ad esempio Picasso in pittura, Joyce nel romanzo, Schoenberg o Stravinsky nella musica colta. In quegli stesi anni Venti i neri d’America con Louis Armstrong, King Oliver, Jelly Roll Morton, Bessie Smith e tanti altri incidevano dischi stupendi che, ascoltati attentamente, non sono affatto tradizionali (come invece vennero ingiustamente etichettati). Anche il pendant bianco di quel periodo, con solisti del calibro di Red Nichols, Miff Mole, Hoagy Carmichael, Red Norvo, Bix Beiderbecke, Frankie Trumbauer, gli Original Memphis Five, come vengono indicati in copertina per 24 brani complessivi), operanti in piccole o grandi formazioni dai buffi nomi – Wolwerine Orchestra, Hitch’s Happy Harmonists, the Red Heads, FvePennies, Six Hottentos, Chakleston Chasers –sono ‘molto avanti’: si potrebbe dire quasi musica di ricerca o sperimentazione, se non si vuol ridurre l’hot jazz ai clichés di canzonette per le comiche del muto o a evocare il proibizionismo e i gangsters di Chicago. Non è però un caso che, tranne una, tutte e 24 le registrazioni vengano effettuate a New York che proprio dal 1924 (l’anno della Rapsodia in blu di George Gershwin) inizia a diventare l’epicentro anche per la musica jazz, un jazz già consapevolmente proiettato verso la scoperta di un’identità del suono di una grande America.

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