IMG_1581

(Foto di Mario Capello)

Avevo letto Running Dog e I nomi, ma nulla poteva prepararmi a quello che mi aspettava. Fin dall’incipit capii di aver trovato il romanzo che avrebbe cambiato tutto. Ogni singola frase incisa nella pagina. Ogni pagina, una sorpresa. La storia delle persone che si fonde con quella delle nazioni senza perdere nulla della propria unicità – il mondo visto da un dio che crede nel principium individuationis. I rifiuti come emblemi della storia segreta del mondo e la camera da letto di J. Edgar Hoover. Le partite a scacchi nei parchi di NY e l’eroina fumata su fogli di stagnola. Le serate sui tetti di un’artista concettuale e le lezioni di vita di un gesuita innamorato delle parole. L’esistenza di una casalinga degli anni ’60 e il baseball. La paranoia come strumento per leggere la realtà e le epifanie contro le facciate di Hell’s Kitchen.

Dentro Underworld c’era tutto questo e c’era anche la scrittura più precisa, lirica e trattenuta, più sfumata, ambigua e intelligente che avessi mai letto (che abbia mai letto?), capace di frasi come questa: “In città, ti costruisci un linguaggio pieno di circospezione e di tatto, di mille piccole implicazioni, di sfumature che hanno il baluginio del bronzo lucidato.”

Ecco, quella di DeLillo [1]era una lingua fatta per quella città che è diventato il nostro mondo, levigata e scintillante come una lega metallica. Ed era quella che cercavo.

 ***

Mario Capello è nato nel 1976. Vive e lavora a Torino. Si occupa di libri. Nel 2015 è uscito il suo ultimo romanzo, L’appartamento (Tunué).

[1] E di Delfina Vezzoli, che questo libro l’ha tradotto, non dimentichiamolo.

Annunci