Boileau-Narcejac: I diabolici

diabolici

“Ora deve ridiventare un’ombra. Era troppo difficile essere un uomo. Non vuole più sapere”: siamo all’epilogo dei Diabolici, uscito nel 1952 dalle formidabili penne del duo Pierre Boileau-Thomas Narcejac (al secolo Pierre Ayraud), autori, tra gli altri, del celebre La donna che visse due volte; siamo all’epilogo della vita di Fernand Ravinel, piccolo rappresentante di commercio di attrezzi da pesca della ditta Blache e Lehuédé, inventore lui stesso di mosche artificiali, fatte di setole, penne e metallo, che portano il suo cognome. Un’esistenza semplice, la sua, vissuta nella provincia piccoloborghese della Francia a cavallo tra la fine del secondo conflitto mondiale e le speranze degli anni Cinquanta. Una moglie, Mireille, un’amante fredda e determinata, Lucienne, “sempre all’erta, sempre pronta a intervenire, a raddrizzare il corso del destino”. Ci sono i segni di un omicidio, premeditato, architettato nei dettagli minimi, e rappresentato con tratti raccapriccianti sotto agli occhi del lettore; c’è un sapore di morte, che aleggia assieme alla nebbia (“la nebbia ha soffocato ogni forma di vita”) e si infila negli interstizi della vita quotidiana – la casa, le stoviglie, la vasca da bagno – e della coscienza, come una micidiale “cenere sospesa”.

Questo delizioso coup de maître, nella raffinata traduzione di Federica di Lella e di Giuseppe Girimonti Greco, è ora di nuovo in italiano per Adelphi, che inaugura così una serie di pubblicazioni delle opere più significative del sodalizio Boileau-Narcejac. Un libro che non solo è ormai un classico della letteratura noir, non solo è un gioiello di ansiose attese, ma è un viaggio ipnotico del protagonista – e, con esso, del lettore – nelle regioni velate di ciò che pare a prima vista inconfutabile e che, a un esame ulteriore, seguita a esserlo, ma con l’evidenza di chi farnetica e con l’irrefutabilità di chi è perduto. Ed è allora che i conti non tornano e la realtà non collima più con la ragione. È la discesa verso la follia (lontana da banali sensi di colpa), che conduce al parossismo della razionalità sbalordita, della disperazione dell’assassino che si cambia in vittima, divorato dagli effetti-nebbia della coscienza e artigliato dagli “aculei luminosi” di una pioggia che erode il guscio di “indifferenza disperata” in cui il protagonista si vorrebbe rinchiudere. E mentre la tensione del plot viene continuamente convogliata in un punto per poi prendere, inaspettatamente, una direzione diversa, Ravinel scopre che gli fa male la vita e che, con ciò che di profondo e di irrimediabile ha compiuto, gli farà male per sempre, nonostante “il suo delitto sia dovuto a una concatenazione di circostanze insignificanti, di piccole viltà a cui ha ceduto per indolenza”.

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È un romanzo di genere con il respiro del capolavoro, avvilente nella lucidità con cui accerchia il protagonista, assediato nella cittadella del terrore e del delirio, e condotto  in un mondo ove le leggi dell’esistenza non valgono, o non valgono fino in fondo, o non valgono per tutti alla stessa maniera. Opera portentosa, insomma, che fece in Italia la sua prima apparizione tra i Classici del Giallo Mondadori nel 1981 (nella traduzione di Sarah Cantoni), e che sul grande schermo fu consacrato nel 1955 dalla pellicola diretta da Henri-Georges Clouzot, Les diaboliques (soffiando da sotto il naso, secondo la leggenda, i diritti cinematografici del libro a Alfred Hitchcock).
Per gli amanti del noir e della letteratura psicologia, una bibbia imprescindibile.

Articolo apparso per la prima volta su Satisfiction, http://www.satisfiction.me/i-diabolici/

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