Pierre-Yves Leprince, Il taccuino perduto. Un’inchiesta di Monsieur Proust

taccuino

 

di Mariolina Bertini

“Uno spettro si aggira per l’Europa…”.  Non lo spettro politico cui alludevano nel loro celebre incipit Marx ed Engels, ma uno spettro letterario, quello dell’autore di Alla ricerca del tempo perduto, che sembra imporsi all’immaginazione dei suoi lettori con una forza tutta particolare.  L’aura che circonda Marcel Proust può rendere favolosi, per i suoi ammiratori,  gli oggetti più prosaici:  lo conferma il successo del brillante libretto di Lorenza Foschini Il cappotto di  Proust (Mondadori 2010), che attraverso la lente dell’aneddoto  ci mette di fronte alla nascita e allo sviluppo di un mito biografico. Un mito che  si trasforma in ossessione per il narratore di Io e Proust di Michaël Uras (Voland 2014), resoconto deliziosamente autoironico  di un’infatuazione dagli esiti esilaranti e paradossali.  Pierre-Yves Leprince si muove sullo stesso terreno di Foschini e di Uras: in bilico tra narrativa e saggistica, come loro nutre di sostanziosa, ineccepibile erudizione un testo ricco di humour che non ha nulla di pedantesco o di serioso.  Ma a  differenza di Foschini e di Uras, le cui opere si focalizzavano sul mondo dei lettori di Proust, sulla sua fortuna postuma, Leprince tenta un’operazione più  rischiosa: mettere in scena il romanziere stesso,  riportare in vita quello “spettro” che  nel libro di Lorenza Foschini aleggiava sui collezionisti a caccia di manoscritti  e che nel racconto di Uras attraversava velocemente il cammino del narratore. Insieme a “monsieur Proust” , d’altronde,  Il taccuino perduto. Un’inchiesta di Monsieur Proust  (trad. di Elena Cappellini, ed. orig. 2014, Mondadori, Milano 2016) rievoca abilmente tutto un mondo del primo Novecento che incanta il lettore grazie alla sua peculiare atmosfera colta con una straordinaria, delicatissima giustezza di toni.

Lo sfondo scelto da Leprince per la sua rievocazione non è tra i luoghi proustiani per eccellenza: il suo racconto  non  ci conduce nelle celebre camera tappezzata di sughero, né tra i biancospini di Illiers-Combray, né a Cabourg, prototipo normanno dell’immaginaria Balbec. Ci porta invece a Versailles dove, ai margini dell’immenso parco della reggia ricco di suggestivi ricordi, Proust fece nel corso della sua vita diversi soggiorni, più o meno lunghi, installato in un albergo dal lusso un po’ desueto e appannato, l’Hôtel des Réservoirs. “Io mi sento felice – scriveva nel 1905  in una prefazione a Ruskin – solo mettendo piede in uno di quegli alberghi di provincia dai lunghi corridoi freddi dove il vento dell’esterno lotta con successo contro gli sforzi del calorifero; (…) dove ogni rumore serve soltanto a far sentire il silenzio cambiandolo di posto; dove le camere conservano un profumo di chiuso che l’aria lava ma non fa scomparire, e che le narici aspirano cento volte per recarlo all’immaginazione, la quale se ne incanta e lo fa posare come un modello per tentare di ricrearlo dentro di sé , con tutto quanto esso contiene di pensieri e di ricordi”. È il Proust dell’anno seguente alla stesura di queste righe il protagonista de Il taccuino perduto.  Ancora molto scosso per la morte della madre, avvenuta nel settembre del 1905, dal 6 agosto 1906 si stabilisce per cinque mesi a Versailles, in attesa di trasferirsi, a Parigi, dall’appartamento dove ha vissuto con i genitori a un nuovo indirizzo, il n. 102 di Boulevard Haussmann. Ha al suo attivo un libro di racconti e poesie, molti articoli e qualche traduzione di Ruskin, ma non è ancora uno scrittore celebre; su taccuini e fogli sparsi annota riflessioni, citazioni e spunti che annunciano di lontano la sua vocazione di romanziere, destinata a concretarsi a partire dal 1909. Questi i dati di partenza, rigorosamente storici, della finzione di  Pierre-Yves Leprince. Dal momento, però, in cui il protagonista della sua storia perde uno dei suoi preziosi taccuini e ingaggia, per ritrovarlo, Noël, giovanissimo galoppino di un’agenzia investigativa locale, la narrazione abbandona il terreno della biografia per smarrirsi felicemente nella foresta di un feuilleton fitto di personaggi inventati e di avventure immaginarie. Ritrovando, in base a un’abile deduzione, il taccuino smarrito, Noël instaura con Proust, che per lui è soltanto il generoso e un po’ stravagante cliente della suite 22, un singolare rapporto di complicità: insieme indagheranno su alcuni casi misteriosi e la capacità del futuro romanziere di  ricondurre i fatti a grandi leggi psicologiche e sociali permetterà loro di far luce su eventi apparentemente inspiegabili.

Il grande dono di Pierre-Yves Leprince è la capacità di sfumare i confini tra realtà e immaginazione con incredibile virtuosismo: nelle fittizie avventure di Proust detective e del giovane Noël, ad esempio, si inseriscono due figure tratte dalla cronaca del tempo, Miss Moberly e Miss Jourdain, appassionate di spiritismo. Nei viali del parco di Versailles, le due giovani inglesi sono convinte di aver incontrato la regina Maria Antonietta; la loro allucinazione fornirà materia di riflessioni importanti al futuro romanziere, che della ricerca del passato perduto farà il fondamento della propria poetica.

Nel corso del romanzo, inoltre, ogni enigma da chiarire farà emergere in una prospettiva diversa la vocazione di Proust ad interpretare il reale, la sua capacità di  muovere (come Freud) dalla decifrazione di particolari apparentemente minimi alla scoperta di verità fondamentali. È questo, si può dire, il cuore, il centro de Il taccuino perduto, il punto in cui si saldano un romanzo d’avventure che ricorda quelli di Gaston Leroux  e una riflessione per nulla superficiale sul pensiero dell’autore della Ricerca. L’apprendistato dell’indagine indiziaria sfocia per il Proust di Leprince nel progetto del romanzo futuro: “Sono felice di aver incontrato un detective come voi – dice a Noël il Marcel Proust del 1906 – ora che, dopo aver vagato a lungo in un’oscura foresta, comincio a intravedere lo scopo della mia grande indagine. Ho l’impressione di essere giunto al punto: scriverò un grande libro in cui mostrerò, alla maniera di un detective, come un personaggio riesce a “sbrogliare”, se così si può dire, la matassa ingarbugliata di ciò che accade intorno a lui e dentro di lui, risalendo alle cause, scendendo e risalendo, cucendo e scucendo il tessuto della verità…”.

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