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(Foto di Andrea Nicolussi Golo)

Servirebbe la giusta dose di prudenza quando si chiede a un lettore compulsivo come me di parlare del libro più amato. Se glielo chiedi semplicemente, senza dargli il tempo di difendersi, è come prenderlo alle spalle e costringerlo contro un muro. Uno come me, quando deve scegliere quale sia stato il libro a cui ha appeso i suoi anni più belli, sente il fiato aggrovigliarsi tra la lingua e il palato. Secchezza delle fauci, direbbero in questo caso i bugiardini dei farmaci. La prima tentazione è quella consueta: oh, non potrei mai dire quale sia il figlio prediletto, ma lo sai che è risposta da codardi, tu sai bene dove e quando la tua anima ha incontrato le sue parole, quelle scritte solo per lei e per lei solo. È sicuro che dovrai prima toglierti la pelle a pezzetti ma alla fine ti sarà chiaro quale, tra i mille e millanta libri amati, sceglierai: il più amato.

Dovrò dunque, per dire del più amato dei miei libri, rinunciare a chi mi è stato maestro di scrittura ed esempio di vita. Rinunciare a chi, con generosità senza pari, mi ha regalato le sue parole per il mio primo libro. Non scriverò quindi di Mario Rigoni Stern e del romanzo di cui ho scavato dentro ogni singola parola, sino a ridare ai protagonisti la loro lingua antica, la mia lingua così amata; la lingua cimbra. Non scriverò allora della Storia di Tönle che racconta la mia terra, la mia gente e l’Europa, non sceglierò il romanzo che racconta l’Odissea di un popolo in centonove piccole pagine Einaudi (quando Einaudi valeva) e questo, forse, non è pelle ma carne viva, fatta a brani.

Io sono un esule in questo tempo, lo sono sin dagli anni della mia infanzia, perché se nasci in un paese dove si fronteggiavano due osterie, una con l’insegna verde, bianca e rossa chiamata Al Tricolore Italiano e l’altra con l’aquila bicipite con il nome scritto in bianco e rosso, Andreas Hofer; beh se nasci in un paese così e non ti schieri con l’uno o con l’altro, sei esule prima ancora di nascere. È la maledizione di chi abita i displuvi delle montagne dove le acque scendono verso mari diversi, la maledizione di chi vive sui confini, lo sapeva bene il Hoffnungsträger, Alexander Langer.

Se poi sin da quando hai il potere di ricordare, non ricordi che racconti “di allora” di quando noi stavamo dall’altra parte e della guerra, quella grande, così grande che l’orrore perseguita, ancora oggi, i nipoti di chi l’ha combattuta, e quando arrivi a compiere sedici piccoli anni leggi: “Sopra i calici dai quali noi bevevamo la morte invisibile incrociava già le sue mani ossute” allora sei certo che quel libro è stato scritto solo per te. Hai trovato il tuo specchio.

Un Joseph Roth esule e disperato, nel 1938 scrive il suo capolavoro: Die Kapuzinergruft, La cripta dei cappuccini (Gli Adelphi 1989, traduzione di Laura Terreni). Il grande narratore austriaco racconta la fine del suo tempo come paradigma di ogni fine e oggi più che mai, di fronte a un’altra epoca che respira i suoi ultimi fiati, le sue parole suonano nuove e potenti. Nella Cripta dei Cappuccini giacciono morti i sogni di chi ha creduto in un’Europa consapevole della sua storia, degli orrori che l’hanno tenuta prigioniera per secoli, un’Europa capace di essere nuovo principio di umanità, dopo averla rinnegata. Nella mia ideale Cripta dei Cappuccini giace l’ebreo askenazita Joseph Roth, giace la mia anima divisa: 100% italiana e 100% germanica.

La Cripta dei Cappuccini, dove giacciono i miei imperatori, sepolti in sarcofagii di pietra, era chiusa. Il frate cappuccino mi venne incontro e disse: «Che cosa desidera?».
«Voglio visitare il sarcofago del mio imperatore Francesco Giuseppe» risposi.
«Dio la benedica!» disse il frate, e fece sopra di me il segno della croce.
«Dio conservi!» gridai.
«Zitto!» disse il frate.
Dove devo andare, ora, io, un Trotta?…

Dove devo andare, ora, io, un Trotta?… Quante volte mi sono chiesto, dove? A oggi nessuna risposta è pervenuta, ma nella sola domanda c’è tutto il mio amore per questo libro e il suo autore, che sento fratello.

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Andrea Nicolussi Golo (1963) lavora come operatore culturale presso l’Istituto Cimbro di Luserna/Lusérnar Kulturinstitut. Da dieci anni scrive in lingua cimbra sui maggiori quotidiani locali del Trentino e su varie riviste, ha collaborato con la rivista di montagna “Alp”. È accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna (GISM). Nel 2010 per le edizioni Biblioteca dell’immagine ha pubblicato il libro di racconti Guardiano di Stelle e di vacche. Nel 2011 gli è stato assegnato il prestigioso premio “Ostana Scritture in lingua madre”.  Nel 2013 su autorizzazione Einaudi Editore ha dato alle stampe la traduzione in lingua cimbra del capolavoro di Mario Rigoni Stern Storia di Tönle. Nel 2014 ancora per Biblioteca dell’Immagine ha pubblicato il romanzo Diritto di memoria. Ha pubblicato varie fiabe per ragazzi.

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