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Ho avuto la fausta impressione, leggendo il pugno di racconti di Paolo Bottiroli, che l’occhio del lettore – assieme a quello del narratore – fosse dietro all’obiettivo di una Reflex, anzi dietro a uno di quegli irrevocabili teleobiettivi che portano lo sguardo a cogliere anche i più piccoli scarti cromatici. Ogni testo – o quasi – mi ha restituito la sensazione di una esperienza di questo tipo: leggevo, procedevo tra le vite dei personaggi, sentivo lo scosto millimetrico delle dita sulla ruota del cannocchiale, cercavo la perfetta messa a fuoco. E la trovavo, assieme al narratore, a un certo punto di ogni vicenda.

Una messa a fuoco che è, in queste pagine, sempre la rara sintesi tra luogo e tempo, esemplata dal titolo esibente non per nulla il dimostrativo ‘questa’: Questa è la mia casa (Edizioni La Gru, pp. 91, euro 11). Simbolo per eccellenza degli affetti, la casa di Bottiroli è un luogo dell’anima; perciò, i luoghi qui hanno sempre a che fare con il tempo – con i tempi diseguali dell’esistenza: non c’è mutamento di luogo che non sia anche mutamento di tempo, tempo interiore, non forma a priori della sensibilità. I luoghi di Bottiroli – molto spesso, le case – hanno a che fare, midollarmente, con i segreti cunicoli del sentire, con i momenti di irripetibile e irrevocabile felicità, o tristezza, o malinconia, perché quei luoghi fanno deragliare il tempo nel nostro cuore.

“Un paese vuol dire non essere soli”, scriveva Pavese (e poi Mario Pogliotti per i Cantacronache, e adesso Bottiroli lo ripete nel racconto proemiale); ci vuole un posto, nella vita, “da chiamare casa. Un luogo dove tornare”. Il narratore introduce al concetto di casa come luogo interiore a partire da questo primo racconto, quello di Rudy, quello del bambino del circo. La vita è un circo, potremmo allora dire, perché essa ci spinge, nostro malgrado, anche molto lontano (è il caso dell’Amerigo Vespucci), oppure in luoghi assai vicini ma che, a un certo punto, diventano stranieri al nostro cuore e straziatamente malinconici (Le chiavi di Mattia, “La tua casa senza te sono stanze piene di un vuoto che sempre mi sarà caro”). Lì è necessario prendere le distanze da quelle pericolose possibilità più grandi di noi, lì occorre “inventarsi una nuova vita, come chiunque è costretto a fare quando le cose finiscono”.

Questo libro insegna, dunque, a “tornare a casa anche se una casa non c’è”. Lo fa conducendoci in luoghi affascinanti, lungo “sentieri color castagna”, lungo attese “lente come saliva”, tra “tronchi storti e sottili come dita d’anziano”. Nel novero dei miei preferiti c’è il racconto Ogni sera sotto un tetto diverso: i protagonisti sono due uomini, letteralmente in itinere, due viandandti sul loro persocorso, in divenire. Perché in divenire? Perché quella potenza non ancora in atto serve a mantenere una promessa, serve per continuare a sperare, per essere migliori.

Saper trovare la ‘propria’ casa significa, infine, saper stare leggeri sul tempo, riuscire a sospendersi: “vivere davvero nel limbo che separa una città dall’altra, senza essere né in partenza né in arrivo” è forse la soluzione migliore, perché quel luogo e quel tempo ‘in potenza’ ci possono sollevare dalla pesantezza degli atti. Il che non significa disimpegnarsi (lo vediamo bene nel racconto partigiano La Benedicta di Dino), ma vuol dire, al contrario, avere il coraggio di “ricominciare, scommettere su se stessi, ripartire da zero anche nelle piccole cose” (Parigi è una finestra sul futuro).

Il teleobiettivo, a quel punto, ha fissato il luogo con precisione. Lo vediamo nitido, croccante. Ed è allora che il cronotopo si fissa, che i tempi tornano ad agganciarsi, che il passato torna ad essere il naturale antecedente del futuro. Solo quando si comprendono a fondo i luoghi si può viaggiare nel tempo, conservando fruttuose malinconie, proiettando timidi sorrisi verso quel volto chiamato futuro.

Reecensione apparsa per la prima volta su Satisfiction: http://www.satisfiction.me/questa-e-la-mia-casa/

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