Jimmy+Smith+Jazz+Organ+Respect+522473

Il disco di cui si parla oggi è Respect (Verve), ma discograficamente si può prendere due piccioni con una fava, nel senso che oggi la versione in compact offre accanto a questo ‘classico’ del soul-jazz un altro bell’album che completa la versatilità di un artista importantissimo nel sound del secondo Novecento. Jimmy Smith è un personaggio fondamentale nella storia del jazz e della musica afroamericana, di cui solo da un quindicennio si è iniziato a riconoscere l’importanza artistica: l’organista di Norristown (1925-2005) soprannominato The Incredible – in virtù di un solismo da non credere per tecnica e fantasia – è il poeta dell’hammond b-3, l’inventore del soul-jazz in formato hard-bop, il solista che più di ogni altro influenza le recenti stagioni nu-jazz ed acid-jazz. Ritenuto troppo commerciale all’epoca del maggiori successi, forse perché in parallelo scorreva il fiume rabbioso del free-jazz, Jimmy Smith è in realtà una figura poliedrica come mostra ampiamente questa ottima ristampa del 2010 che riunisce due celebri vinili ‘storici’ come Respect (1967) e Living It Up (1968). Sono due album che arrivano circa un anno dopo i due in coppia con il grandissimo chitarrista Wes Montgomery – The Dymanic Duo e Further Explorations – e in mezzo al fortunato live The Boss nella formula del classico organ jazz trio e tra l’altro sia Respect sia Living It Up risultano fra gli ultimi successi del leader che, per paradosso, nel momento in cui, proprio attorno al 1968 inizia a delinearsi il rock-jazz con Miles Davis e tanti altri, Jimmy Smith preferisce tornare all’originaria purezza del vero jazz, per essere di nuovo salutato come un ‘grande’ fra gli anni Ottanta e Novanta. Respect e Living It Up sono due Lp molto diversi tra loro: il primo in quartetto – anche se i musicisti a turno utilizzati sono sette, tra cui i notevoli Ron Carter, Eric Gale e Grady Tate – è un ottimo esempio di pop-jazz frizzante con echi bluesy, r’n’b, addirittura psichedelici, tutto molto funky, insomma; il secondo è inciso con un nonet – Conte Candoli, Tom Scott, Ray Brown tra gli orchestrali – più quattordici archi in un alternarsi di brani lounge (veramente da tappezzeria sonora) e altri decisamente virati al soul e al rhythm’n’blues. In alter parole, il primo sembra un 33 giri più per i giovani beat e i jazzofili moderni, il secondo invece per un pubblico indifferenziato, ma in grado di apprezzare gli svolazzi jazzy. Sembra una vistosa contraddizione, ma in realtà era la casa discografica a tentare gli artisti (come nel caso anche del sunnominato chitarrista Wes Montgomery) con il mescolamento delle atmosfere sonore: e l’organo hammond di Jimmy riesce ovunque a fare miracoli, al punto che ancor oggi è una musica che suona attualissima. Ma se proprio si deve spezzare una lancia a favore di uno solo dei due lavori – magari nell’ascoltarlo con il vinile originario, trovato ai mercatini o alle aste – allora il gusto propende senz’altro per Respect non solo per la buffa copertina in cui Jimmy Smith in sei fotografie veste i panni di judoka o karateca (forse simbolicamente alle arti marziali usate dalle Black Panthers come autodifesa ‘contro il sistema’) ma soprattutto per ribadire la filosofia del soul-jazz in formato hard-bop attraverso le scintillanti cover sia dei due minuti di una title track scritta da Otis Redding e all’epoca strepitoso successo di Aretha Franklyn, sia per l’aperta parimenti freschissima di “Mercy Mercy Mercy”, dovuta alla penna di Joe Zawinul quando militava nel gruppo di Cannonball Adderley, senza nulla togliere a “Get out of My Life Woman” (Allen Toussaint), a “Funky Broadway” (Arlester “Dyke” Christian) e a “T-Bone Steak”, unico original composto dallo stesso leader. Sono 94 i dischi ufficiali di Jimmy Smith a proprio nome e forse ce ne saranno anche di migliori di Respect (come affermano molti critici) ma questo, per usare un gioco di parole, merita assoluto ‘rispetto’ sul piano artistico-musicale.

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