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“Come un individuo di lignaggio incerto in una tomba non ancora scoperta, ho tutti gli arredi e le comodità che mi saranno necessari per l’aldilà disposti con cura intorno a me. Se non fosse che sono viva e ho quarant’anni. E, a differenza di te, non credo in nessun tipo di vita dopo la morte”. La vita è qui, dice dunque Liz, la voce narrante di questo malinconico romanzo: la vita era qui e adesso non c’è più. La ‘tomba’ da cui la donna parla è quella che rievoca l’infanzia, perduta tra i giorni identici dell’estate e le impuntature del leggendario zio Stanley, “famoso frutticoltore del lago Erie”; è quella che narra le mille storie – a tratti degne di un novelliere trecentesco – della famiglia Butler, il cui cammino ha prima lanciato gli uomini della stirpe dall’Irlanda al nuovo mondo, dividendoli sulle due sponde del vasto lago, tra la vita agricola e la guardia dei fari, e li ha cambiati ora in fantasma di se stessi.

Liz è così rimasta sola. Il lavoro al centro di ricerca del Sanctuary Point, dove osserva e segue la migrazione delle farfalle monarca, l’ha ricondotta alla grande e decaduta fattoria: lì si confronta con l’assenza, lì rievoca tutto quanto, tra ricordi levigati come la superficie dell’immenso Erie: idealmente lo guardi e lo vedi piatto, ma se ci passi le dita sopra senti le increspature. Quella di Santuary Line (Nutrimenti, pp. 238, euro 17, traduzione di Nicola Manuppelli) è la storia di cose che sarebbero potute accadere ma che non sono accadute: lo zio, ad esempio, “avrebbe potuto passare il resto dei suoi giorni a guardare tutto ciò che ammirava invecchiare attorno a sé e divenire irrilevante”; invece il caso, che è più forte del fato, ha prescritto a lui, e non a lui solo, un destino diverso. Irrimediabilmente diverso.

Le vite si interrompono, gli amori non si realizzano. Liz riaggancia continuamente – e ossessivamente – il passato, quel passato che va dall’infanzia all’adolescenza (“mi mancano i bambini che noi tutti eravamo prima che ogni cosa andasse in pezzi); del mondo d’allora non resta che la madre di lei, Beth Crane, ricoverata nella casa di cura Golden Field; del resto non c’è più niente e nessuno: né la cugina Mandy, prima accanita lettrice di Stevenson e di Emily Dickinson, poi brillante ufficiale dell’esercito canadese, né lo zio Stan, né Teo, ragazzo messicano tra i tanti al servizio della fattoria nel periodo della raccolta della frutta, primo e indimenticato amore di Liz (“Molto di un primo amore – forse di ogni amore – cresce nella solitudine e nell’assenza”).

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Come le farfalle, anche Mandy, zio Stan e Teo sono, per certi versi, creature toccate dalla grazia e dal dramma della metamorfosi; nella crisalide che essi furono, nascosero qualcosa, e quel qualcosa è il succo del romanzo. Jane Urquhart, con una scrittura che vibra sotto pelle, tocca con leggerezza i gangli più riposti delle loro personalità, ne svela “l’odore delle debolezze”, ne coglie i meccanismi delle trasformazioni, i riti di passaggio che bruciano (non solo in allegoria) le distanze tra gli adulti e i bambini, e la micidiale ricetta che, in tutti e tre i casi, li ha condotti alla disfatta e alla decisione di non farsi salvare.

Mentre lega la storia al luogo che l’ha generata, Sanctuary Line dice le fatali arbitrarietà e le fragilità “che governano il formarsi delle famiglie umane”, quei focolari non solo gravati dalle passioni – che alle farfalle mancano – ma pure colpiti – come le farfalle – dai naturali e improvvisi salti di vento che mettono fuori rotta. La vita è così una spettacolare serie di naufragi, e il romanzo pure, tra storie che annegano nel passato (tremende e gelide come quella dei bambini irlandesi al faro, o la storia di Butler il guardiano) e ricordi che rendono il presente un malconcio groviglio di atti mancati, solo a tratti reso più lieve dall’ironico sorriso di una stirpe votata alla tragedia e alle folli imprese.

Jane Urquhart discute, faticosamente, con gli spettri del passato in una quieta conversazione che ha perduto l’umorismo potente e la forza disperata dello zio, l’amore poetico di Mandy e la passione di Teo. Liz erige la sua storia su una assenza, su più assenze, ricama il vuoto e conserva, dentro, il senso d’incompiuto, conducendoci all’epilogo di tutto, che è una vetta di “indicibile violenza” e di “vergognosa immobilità”. Il vacante presente lascia infine il posto a un probabile futuro fatto di piccoli rumori, di luci sbiadite ma irrinunciabili, di silenzi e di malinconie che palpitano e remano lontane.

Articolo pubblicato per la prima volta su Satisfiction: http://www.satisfiction.me/sanctuary-line/

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