cagna

Accostati da un vincolo geografico, che non da solo, come vedremo, giustifica l’abbinamento, quelli di Achille Giovanni Cagna aventi per tema la Valsesia sono due scritti, l’uno in prosa, l’altro in poesia, che appartengono alla produzione minore dell’autore. Boccioleto è un bozzetto di poche pagine, tolto alla prima edizione della Rivincita dell’amore1;Valsesia è invece una lirica che le notizie bibliografiche mi informano essere stata data alle stampe nel 1907 per i tipi vercellesi di Gallardi e Ugo[2]. Malauguratamente non ho potuto reperire copia di questa edizione (definita da alcuni, come Luisa Facelli[3] o Ermanno Paccagnini[4], una raccolta; nel catalogo dei Manoscritti della biblioteca Civica di Vercelli, a cura di Rosaldo Ordano, Vercelli, 1988, è scritto: “è stata edita [s.n.t.][5] con dedica al dott. Lino Malinverni”); presento quindi una trascrizione esemplata dal manoscritto intitolato Valsesia, conservato alla Biblioteca Civica di Ver­celli, con segnatura A-118[6].

Achille Giovanni Cagna (Vercelli 1847-1931) è stato scrittore prolifico: di lui si contano più di una dozzina di opere narrative, altrettante opere teatrali, alcune raccolte di versi, scritti di carattere pedagogico, un folto carteggio con Giovanni Faldella, saggi, opuscoli, articoli (senza considerare il materiale ancora inedito[7]). “Eterogeneo e indefinibile” lo definisce Giorgio Petrocchi[8] a fronte dei diversi toni che colorano le sue pagine tra “ il compiacimento lessicale caro al Faldella e il gusto realistico-sociale del Bersezio, tra l’umorismo bonario e pacioso del Giacosa e l’amara venatura della rappresentazione di amori e di condizioni sociali com’è nel De Amicis”. Certo a lui, come agli altri scapigliati piemontesi (“borghesissimi scapigliati”[9]; “cauti e costumati piemontesi”[10]) manca il furore, la tensione di rivolta che fece la cifra del gruppo milanese di Arrighi, Praga, Tarchetti, dei fratelli Boito, di Dossi; c’è in lui, ma ad intermittenza, quella “violenza linguistica”, quella “varietà di espressionismo” che Contini ha posto come formula per la ‘deputazione’ piemontese del movimento scapigliato, che si formava nella seconda metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, a Torino, intorno all’“ovattata” società «Dante Alighieri». Autore, dunque, dai toni differenti, e che non tutti convincono; particolare rilievo ha preso quello umoristico con cui seppe rendere estremamente piacevoli le pagine, a esempio, di Alpinisti ciabattoni, forse il più riuscito romanzo, sicuramente il suo più famoso, o dei Provinciali, mentre poco persuade il moralismo scontato che a volte trapassa la narrazione, soprattutto quando non è riscattato sul piano dell’ironia (la considerazione è di Giuseppe Zaccaria[11], ma ha ascendenze in Contini che parla di “infando sentimentalismo degli allarmanti inizi di Cagna”, in Petrocchi lamentante “lunghe tiritere sentimentali”, in Montale che, in una nota apparsa sul «Lavoro» di Genova nel 1925[12], in occasione della ristampa, da Gobetti, di tre romanzi di Cagna, scrive che a volte “può accaderci di sorprendere il nostro autore in peccato palese di falsetto”).

Abbandonati i luoghi borghesi di Villalbana-Vercelli dei Provinciali, o della riviera d’Orta dei Ciabattoni, il paesaggio è, negli scritti che qui si presentano, quello montano dove, all’austerità delle rocce, si associano le candide e semplici abitudini degli abitatori delle valli alpine. Il tema del paesaggio è una cartina di tornasole per accertare alcune caratteristiche del legame tra la letteratura scapigliata e quella romantica. Natura incontaminata, sublime, selvaggia, mistica, isolata, remota è quella entro cui passeggia il Wanderer  alla ricerca di sé in una comunione con la grandiosità del paesaggio. I forti contrasti, prediletti dal romanticismo, tra natura aspra e serena, tra fitte nebbie, infiniti e malinconici tramonti da una parte, e affreschi solari e ilari dall’altra, passano quasi integri nella sensibilità scapigliata, che anzi acutizza la percezione degli aspetti torbidi e inquietanti del paesaggio[13].

Boccioleto muove come bozzetto paesaggistico, prendendo a prestito modalità descrittive discese dalle guide turistiche ottocentesche; con un bonario consiglio veniamo invitati a visitare il paese (“Se volete farla en touriste, la strada è amenissima, svariata, seminata di graziosi paeselli, ricca di bellissimi paesaggi”), introdotti in un paesaggio fresco, carezzevole ma, direi, piatto e banale, tanto è vero che, iniziando dappresso la narrazione del primo viaggio compiuto dal narratore-protagonista in val Sermenza, il lessico per dire il luogo, che avanti era definito ‘bellissimo’, si volta in toni più cupi:

La prima volta che mi avventurai nella gola della Sermenza, provai una specie di rammarico lasciando la strada grande della Moglia per salire l’erta ombrosa e deserta di Boccioleto.

Ci saranno dei vivi colassù fra quelle strettoie di montagnaccie?

Il vetturino schioccava la frusta, e le frustate echeggiavano nel silenzio della valle.

Il torrente frusciava giù nel cavo petroso sprizzando sbuffi nivei spumeggianti sulle roccie viscide; io guardava un immane fianco del montagnone che mi sbarrava la via, e mi lasciava andare a pensieri poco allegri.

Subito dopo l’ombrosità cede nuovamente a un’immagine solare:

Ad un tratto, svoltando il ciglione che chiudeva l’orizzonte, ecco aprirsi, affondare a perdita d’occhio la più verde e bella valletta che si possa sognare: una infinita prospettiva di ciglioni che sembravano quinte da teatro, ed in fondo un ampio, fresco e colorito scenario nel cui aere azzurro pareva aleggiassero i cori idillici della Sonnambula.

L’alternarsi di toni lascia spazio a una descrizione del paese, ad alcune generiche indicazioni sulle escursioni che è possibile fare da Boccioleto, e poi finalmente il testo entra in dimensione narrativa, quella che, secondo Petrocchi, “prevale alla formazione del bozzetto, non solo determina[ndo] le aperture e le chiusure di un paesaggio o di un ritratto di persona, ma costitu[endo] un suo tono aderente alla trama da sviluppare”[14]. Incorniciato il ritratto gustoso di un maestro comunale,

una faccia larga, disegnata a tratti rudi, uno sguardo mobilissimo, attivo, sguardo intelligente, avvezzo alla ginnastica di tutte le espressioni, un naso parrocchiale ed una bocca larga dalla quale erompe una voce secca e squillante. È un bel tipo di maestro, tipo fluttuante fra lo scagnozzo ed il cantore di cappella,

la vicenda si innesta sull’incontro tra questi e il narratore. Saputo che il villeggiante si diletta di musica, il maestro lo invita a “strappare una monferrina dalla tastiera dell’organo”; tra i due s’apre un dialogo umoristico ove il maestro carica l’eloquio di formalità fuori luogo, mostrando al contempo una non trascurabile ignoranza musicale e una adulazione sperticata che, se non fosse ingenua, parrebbe viscida: l’organista cerca “fra le rovine dell’organo uno schizzo della Casta Diva” e il maestro, allocco, domanda se la musica è sua; poco dopo, messe le mani su una tarantella napoletana, l’adulatore è così entusiasta da correre ad abbracciare l’esecutore, lasciando spirare la musica “in un miagolato”. Accertata l’affidabilità dell’organista, questi viene invitato dal maestro, per l’indomani, alla festa di San Rocco, dove potrà “dilettare con le sue sublimi armonie i nostri buoni montanari”; non solo, durante la “pia escursione” –  lo vellica il maestro –  vedrà “una sfilata delle più vezzose montanine”. L’invito fa presa e il giorno seguente, all’alba, il protagonista s’avvia nella processione verso la Madonna del Sasso: la salita al santuario è frizzante, salubre, fresca, ritorna in evidenza il paesaggio, risplendente nei lucori dell’alba:

la Sermenza si disegna in fondo del burrone come una lunga striscia argentea, le bianche spume vedute così dall’alto sembrano immobili, cristallizzate.

Il sole era da poco spuntato. I seni di montagna esposti a tramontana erano tuttavia immersi nell’ombra azzurra, trasparente, alcuni culmini, alcuni cigli protuberanti sbalzavano fuori netti con pennellate di sole carmi­nio da quella fitta di nebbia.

Laggiù in fondo Boccioleto rimpicciolito brillava soleggiato nella sua conca di verzura.

Segue la celebrazione della Messa e l’esecuzione organistica che ancora dà diversi toni umoristici alla narrazione:

Buttai la mano sulla tastiera, fiaccai un pedale, cavandone un accordo che pareva un miagolato di cento gatti.

Era un organo pieno di gemiti, di guaiti, di sospiri e di scricchiolii che mettevano i brividi.

Le trombe belavano trillando come agnelle, i pedali avevano una reucedine spaventevole, e per poco non mi spaurii io stesso che pur sono avvezzo agli enarmonici ed alle dissonanze più scellerate.

Tirai via tutta la batteria rumorosa, e mi acconciai alla meglio coi flauti e con le viole.

Infine, terminata la descrizione della festa, il bozzetto chiude fermando l’immagine al momento del saluto tra maestro e protagonista.

Se è vero che il paesaggio, per i romantici ma anche per gli scapigliati, è il riflesso dell’anima, e se è fondata la convinzione che la montagna è il regno della natura incontaminata, autentica[15], ecco che in Boccioleto (ma anche, e forse di più, in Valsesia) lo spazio naturale diventa il metro per misurare la dimensione etica degli individui. Già Giorgio Bàrberi-Squarotti ha annotato, per i Ciabattoni, come “la piccolezza morale dei personaggi borghesi sia esaltata dal paesaggio grandioso della montagna”[16]; i coniugi Gibella non riescono a godere la freschezza e la sincerità degli scenari naturali perché andati troppo oltre nel processo di ‘abbrutimento’ borghese, non possono accordare i loro pensieri “nell’armonia delle cose giuste e sane”, né distendersi in “visioni larghe comprensive della semplicità solenne della natura”[17]. Eppure la constatazione che tra le vette si possa rintracciare la probità dei costumi (piegando peraltro in direzione di un facile moralismo), o che la montagna rappresenti un sano distacco dalle mene del provincialismo, è spesso presente in Cagna: s’è vista nei Ciabattoni, dove il tema prende un grande spazio, ma c’è, ad accenni, anche in altre opere, come a esempio nell’insulsa mondanità dello Snob, nel momento in cui il protagonista, Carlo di Rosana, avvezzo a bagordi e crapule, e di quelli sazio, sogna “come un ideale il silenzio morto di una solitudine alpestre per riposare e obliare”[18]. In Boccioleto si muove un’umanità anonima, tutta compresa di un sentire onesto e salubre significato dalle “modeste casine del paese”, “un paesello pulito” dove torreggia un “campanile bianco, inquadrato, fresco”. Lì brulicano persone semplici, con “abitudini e gusti affatto primitivi”. Particolare rilievo hanno le donne, invitate alla preghiera dal batter delle campane, “placide montanine, che là sull’alpe solitario si coricano accanto alla loro mucca e si addormentano col pensiero del loro amico, del moroso che adesso è in Francia, ma che presto ritornerà, se Dio vuole”. “Vezzose montanine”[19], dice il maestro, ma l’accenno malizioso subito si scioglie nelle considerazioni del narratore:

Il maestro aveva ragione; ho veduto dei visi freschi e rubizzi, delle forme agili, snelle, piene di vigore giova­nile. Vezzose montanine strette, costrette nel loro costume forte e pittoresco, salivano su pei greppi cantando inni sacri e disperdendo con leggiadre e agili movenze un fascino di ninfe boschereccie.

Nel mio pensiero rinascevano vive le Clori, le Amarilli, ingenue pastorelle dell’Arcadia; mi inebriava il pro­fumo silvestre degli idillii Metastasiani, mi ribollivano tutte le retoriche evanescenze della prima giovinezza irra­diata dalle vivide fantasie incoscienti del vero.

Gente schietta, abituata a trattar con le bestie, a dormirci accanto, un’umanità collocata in basso nella scala ascendente del processo di imborghesimento[20], un’umanità depositaria dei “valori naturali, che il mondo borghese ha tradito”[21], in tutto diversa dalle sofisticate fanciulle che nei Ciabattoni si imbarcano a Orta con la prospettiva di una “spedizione sui monti del Varallese”, e che vengono così descritte: “un crocchio di belle signorine foggiate da alpiniste, con sottane corte, calzari di pelle, e alpenstock elegantemente tornito”; e poco oltre: “La comitiva alpinistica imbarcatasi a Orta, si riversò tutta allo sbarco, e le eleganti signorine col loro cappellino brigantesco, l’alpenstock nelle manine inguantate, e gli occhi dardeggianti di letizia e di follia, presero la rincorsa schiamazzando e ridendo dietro ai giovinotti carichi di scialli, saccapani, borracini e bastoni ferrati”[22].

Tra le schiere dell’umanità originaria che troviamo a Boccioleto, l’unico a uscir di fila è il maestro; la spia della corruzione è nel linguaggio: egli parla sempre in italiano (e non in dialetto) ma, essendo da anni lontano dal consorzio intellettuale, “ha perduto la memoria dell’uso famigliare della lingua, il suo linguaggio è elevato, sorretto e infiorato di rettorica antidiluviana”, tanto che, quando parla, sembra voler dettare una lettera. Il tentativo di ascesa sociale attuato dal maestro riesce comico (ma non abbastanza, dal punto di vista della scrittura, da innalzare il bozzetto ai risultati migliori di Cagna), ridicolo, e infine penoso: è un uomo che si maschera, che vuole apparire diverso da quello che è, e dalla comunità in cui vive; non lo fa con arroganza e sdegno come i bellimbusti dei Ciabattoni, il ragioniere Ettore Rulloni e il lacchè Giuseppino Rodella, due borghesucci con l’uzzolo di farsi credere aristocratici; lo fa con bonaria ingenuità e per questo, al termine del racconto, tra le pieghe edulcorate dei buoni sentimenti, abbandona le intemperanze del linguaggio e in lui riaffiora la naturale e sensibile umanità:

Il maestro mi strinse la mano con effusione e, quando stavo per staccarmene, proruppe:

– Caro e illustrissimo signore, mi pregio assai significarle vie maggiormente la mia devozione, e speriamo che presto spunti il faustissimo giorno del suo dolce ritorno!

– Maestro, – sclamai, – questa è rettorica.

Mi guardò, sorrise bonariamente, e disse con molta naturalezza:

– È vero, ma mi rincresce proprio di cuore di vederla partire!

Valsesia è uno scritto presumibilmente di una quindicina di anni più tardo. La poesia è composta da 29 quartine (un dodecassilabo[23] in apertura e chiusura della strofa e due settenari nei versi centrali), senza schema di rime. Se per Boccioleto possiamo pensare a una soluzione linguisticamente semplice, in Valsesia c’è una tendenza, non forse alla violenza linguistica, ma alla complessità, all’elaborazione formale che, a tratti, dà nell’espressionismo[24]: “da questi piani nel pelago annegati / di maremme mortifere / per entro cui diguazzano / bruchi immondi, biscie, rospi ed erbe macere” (vv. 5-8), oppure: “Gli echi lontani di ploranti squille / ondivagando flottano / per entro al bujo baratro, / note disperse, gementi “Ave maria”!” (vv. 101-104). Si sarebbe tentati di dire, con Contini[25], che il tono espressionistico in qualche modo produce la materia, e di ribadire, assieme a Petrocchi, che “la varietà lessicale ed espressiva incide non soltanto su di una questione tecnica, ma sullo ‘stile’ spirituale, quasi su di una diversificata aderenza e realtà del mondo etico-umano”[26]. Il tema della montagna è comune con Boccioleto, ma più sentito, e la sostanza dell’espressione s’è fatta intrigante al punto da torcere alcuni contenuti che già erano nel bozzetto. Di nuovo le vette sono simbolo di autenticità di vita, di severità e semplicità ma, in un certo senso, è come se qui, tolta l’atmosfera ironica che si respira nei Ciabattoni e, in maniera molto meno efficace, in Boccioleto (atmosfera che, in ogni caso, risulta la più collaudata tra quelle sperimentate da Cagna), le istanze morali si sgravassero quasi completamente dei sentimentalismi più vieti, per affilarsi in una visione ‘olimpica’ del “pondo di dolor che quaggiù si accumula” (v. 76)[27]. Non più la ricerca della mediocrità borghese facente capolino, per poi virare, nella figura del maestro (al quale potrebbe essere offerta Valsesia; quella del manoscritto, diversamente dalla dedica della versione a stampa, di cui si è detto, va infatti “a un maestro di montagna”), ma un disegno, uno scuro dipinto a olio che rappresenta la condizione umana. Vero interlocutore del poeta, sebbene l’apostrofe vada al “mite abitator de l’Alpe”, è il paesaggio, tra le pieghe del quale l’occhio indagatore del poeta scova i modi di una visione del mondo. Cagna si appropria del paesaggio attraverso una fine analisi delle cromie, degli sbalzi di luce, dei giochi d’ombre; già Montale parlava di pittura “a guazzo”, Efisio Aitelli di “un grande pittore”, Curio Mortari addirittura di “maestro fiammingo”[28]; Cagna dipinge en plein air scavando dalla natura sensi nascosti: sulla tela si incidono prime fra tutte due linee forti, una orizzontale, l’altra verticale. Le quattro strofe iniziali si stendono pesantemente sull’affossante distesa della pianura, nel cociore estivo, figurando presumibilmente il paesaggio delle risaie vercellesi, la “plaga palustre”, “la stagnante gora” che “spegne nell’afa greve ogni respiro”, le “maremme mortifere / per entro cui diguazzano / bruchi immondi, biscie, rospi ed erbe macere” (vv. 6-8); più puntualmente l’idea di risaia è suggerita dalla configurazione geometrica dei piani, di “questi orizzonti livellati, rasi / e casellati in rigide / figure geometriche, / da miseri filari di salci anemici” (vv. 9-12). Il senso veicolato è quello dell’asfissia, dello svilimento, dell’immobilità nei minimi scarti di moto di una natura esausta, in cui vivono bestie immonde al limite di una quasi-vita, o di una sub-vita: il rospo che solleva le sole palpebre e gonfia la parotide, il bruco, la biscia, le zanzare che riddano; regna l’idea di morte o meglio, di sopravvivenza, con un sussulto in più nei glauchi amori gracidati dal ranocchio, un effetto di stagnamento (significato anche dalla anafora quasi immutata nel verso iniziale delle prime tre quartine) in cui muove un ribollire senza direzione (i verbi di movimento indicano uno spostarsi confuso: diguazzano, riddano) che ricorda quanto diceva Camporesi a riguardo dell’“area associativa suscitata dal ‘brulicare’: porta irresistibilmente al malessere, all’inquietudine”[29].

Di qui lo sguardo si eleva all’umile bicocca dell’abitatore dell’Alpe; il lessico cambia pelle, toglie la pesante corazza dei rospi, l’immonda esuvia delle bisce, e assume il campo semantico della leggerezza e della vastità (umile, roseo miraggio dileguatesi nel prisma magico di sognate cose, sogno, volo, cosmiche iridescenze, vaneggiar sfondante del piano immenso). Viene in mente Leopardi, la teoria della visione che si nutre di ‘vago e indefinito’: qui il poeta travalica i limiti geometrici delle mortifere risaie per immaginare “in un’occhiata d’aquila / un mondo, una vertigine / di terre dileguanti all’infinito” (vv. 26-28). Ripreso il respiro che sembrava negato dall’esiziale brulichio, la vita riacquista vigore, tanto che perfino il casolare occhieggiante riesce animato nell’aria tersa che sgrana i contorni delle immagini. Nella modestia delle piccole cose (torna alla mente Pascoli), della semplicità (l’umile abituro, il casolare appiattato sul verde mammellone, il finestrel), lo sguardo si dilata e si perde nel silenzio incombente: qui pigliano le pennellate verticali che dai cacumi dei monti sprofondano giù nel “vallone bujo”, e qui muovono esseri primordiali, incoscienti del vero, atavici, la giovenca dall’occhio vitreo, le pastorelle che “con lunghi ohè si chiamano, / rinnovellando inconscie[30] / con ritmi strani e barbari[31] / gli echi canori delle genti primeve” (vv. 49-53), creature tutte che vivono forse ignare del male, tra suoni malinconici (la quattordicesima strofa è ricca di effetti sonori di ascendenza pascoliana), sullo sfondo della chiostra di monti che sfuma in un orizzonte coronante di porpore il Monte Rosa.

Proprio in corrispondenza dell’accenno alla vetta più alta torna l’apostrofe al “beato” abitatore dell’Alpe: “voi che sapete intendere / con vigile pensiero / le armonie del creato ignote ai volghi!” (vv. 66-68). Qui si raccolgono le considerazioni più importanti che segnano uno scarto nella concezione di montagna rispetto alle precedenti prove di Cagna; si vedano le tre strofe successive:

So ben che, anche sui greppi e le impervie cime,

rimbalza inesorabile

la flagellante aspergine

di lagrime e di sangue che l’uom travaglia;

ma almen nel vostro sereno romitaggio,

sperduto fra le nuvole,

non vi funesta l’anima

il pondo di dolor che quaggiù si accumula;

il bruto torpor dei volghi, la protervia

dei tristi che trionfano,

e le miserie innumeri

che striscian nel fango delle nostre vie.

Nei Ciabattoni v’era un distacco insanabile tra natura autentica e mondo borghese, tra spazio incontaminato e percezione distorta che ne hanno i Gibella; se è vero, come nota Zaccaria, che nell’episodio Alla ricerca del latte i paesaggi sono detti con tratti danteschi, con “l’impiego di un linguaggio ‘demoniaco’, ‘aspro’, che trasforma questi luoghi in una specie di ‘inferno’, sede di una disperazione che non attende soccorso e salvezza”, è giusto pensare che questa visione risiede tutta nella coscienza deformata di sor Gaudenzio e di Martina, mentre non è tale nel magnanimo professor Augustini, l’unico personaggio che “sembra poter ristabilire con la natura un contatto felice, quasi rousseauiano”[32]. In Boccioleto, seppur a volte veicolata da frusti sentimentalismi, è mantenuta l’idea che la montagna sia sede di valori spirituali autentici e, in conclusione, del bene. Il disegno si fa sfaccettato, complesso, in Valsesia, poiché neppure la montagna è esente dalla “flagellante aspergine di lagrime e di sangue che l’uom travaglia”. Certo il “pondo di dolor” tende a scivolare giù, nel mondo borghese, e lì, sulle vette, ci sono luoghi ove è ancora possibile essere sereni, ma solo nel romitaggio della casa, ultimo baluardo di illibatezza.

Immerse anche le cime nella dimensione della sofferenza umana (nelle quartine conclusive soffocano gli ultimi barlumi di luce, “il campanile bianco”, “il tremolo lucignolo / che la vecchierella accende alla madonna” (vv. 107-108), coperti dalla “silente coltrice” delle tenebre), significata da un lessico di dolore e di morte (ploranti squille, bujo baratro, gementi “Ave Maria”, spettri sinistri, torvi feretri, cieca caligine, funereo drappo), si redime, in parte, il tema della casa giunto a dissoluzione nei Ciabattoni e nello Snob[33], ove viene “ridotta a meschino ricettacolo degli interessi più gretti”[34]:

E quando il sole immergesi nei corruschi

cinabri del tramonto,

irradïando un ultimo

balenar di fiamme e di bagliori cuprei,

vi è dolce ristar dalle fatiche assidue,

e respirar la vivida

brezza agrigna del vespero,

assiso sul limitar della casetta.

E dentro intanto, nella stanzetta buja,

allegro foco crepita,

arrubigliando d’ignei

e guizzanti sprazzi le pareti fumide.

Certo non la casa manzoniana nella quale si forgiano l’etica e i pilastri del vivere sociale, ma un ricovero, vissuto in serena solitudine, attorno al quale, con toni che ricordano un Sabato del villaggio sconfinato in Pascoli, si stringe il cerchio della speranza, cadendo la sera, e ancora resiste la luce di un fuoco allegro: lì si abbarbicano le ultime radici di un sentire onesto, di un “vigile pensiero” che non elude i travagli dell’uomo (anzi, l’abitator dell’Alpe li ha sotto gli occhi stando “assiso sul limitar della casetta”) ma che ancora riesce a intendere “le armonie del creato”.

I Testo

Boccioleto

Non siete mai stati a Boccioleto? È proprio vero che le buone idee ci mettono del tempo a farsi strada..

Se date una capatina a Varallo per sboccare l’afa della pianura, ascoltate un mio consiglio: noleggiate un carrozzino, infilate la strada che conduce a Moglia[35] e, dopo una trottata di un’ora o poco più, scenderete a Boccioleto.

Se volete farla en touriste, la strada è amenissima, svariata, seminata di graziosi paeselli, ricca di bellissimi paesaggi. Da Varallo a Valmaggia, Morca, Vocca, Balmuccia si costeggia sempre la Sesia. A Balmuccia la strada si biforca, si lascia la Valle Grande, si entra nella valle Sermenza, detta anche Val Piccola, e dopo una mezz’ora di salita per una strada bella e fresca vi trovate in Boccioleto, proprio in faccia all’albergo della Fenice, che vi sorride con la freschezza del suo intonaco promettendovi ristoro e riposo.

La prima volta che mi avventurai nella gola della Sermenza, provai una specie di rammarico lasciando la strada grande della Moglia per salire l’erta ombrosa e deserta di Boccioleto.

Ci saranno dei vivi colassù fra quelle strettoie di montagnaccie?

Il vetturino schioccava la frusta, e le frustate echeggiavano nel silenzio della valle.

Il torrente frusciava giù nel cavo petroso sprizzando sbuffi nivei spumeggianti sulle roccie viscide; io guardava un immane fianco del montagnone che mi sbarrava la via, e mi lasciava andare a pensieri poco allegri.

Ad un tratto, svoltando il ciglione che chiudeva l’orizzonte, ecco aprirsi, affondare a perdita d’occhio la più verde e bella valletta che si possa sognare: una infinita prospettiva di ciglioni che sembravano quinte da teatro, ed in fondo un ampio, fresco e colorito scenario nel cui aere azzurro pareva aleggiassero i cori idillici della Sonnambula[36].

Una raffica di aria satura di profumi agresti mi ravvolse in una carezza refrigerante e, man mano che la carrozza saliva, dal grembo verdone cupo delle montagne sorgevano come per incanto gruppi di case, e villini e paeselli arrosati di sole.

Ecco Rossa, villaggio che si distende come cintola di nastro variopinto nel fitto verde vellutato della montagna; più in alto Raineri, altra borgata che fa capolino fra i fogliami dei frutteti.

Più a destra Solivo, slanciato là in mezzo alla verzura, e più in su le ampie praterie, i pascoli di muschio denso e morbido dell’alpe.

Ecco la torre geologica[37] di Boccioleto, sentinella della valle, monolito solitario ergentesi come spettro nell’azzurro del cielo. E laggiù nel fondo i lontani meandri della Sermenza già tuffati nella nebbia frigida del tramonto.

Boccioleto può essere centro, pied à terre di escursioni alpine. In cinque ore di strada comoda e svariatissima si scende a Fobello. In tre ore, valicando le alture di Solivo, si arriva a Secchio, paesello antichissimo. Rimontando la Sermenza per la strada della valle si arriva a Fervento in meno di un’ora, e di là a Rimasco, Rima, Rimella[38], Carcoforo[39].

In meno di sei ore si può dar fondo ad Alagna.

La passeggiata da Boccioleto a Fervento è una delle più belle, delle più fresche, delle più variate che si possa immaginare.

Boccioleto siede in mezzo a quella valletta incantevole. Un paesello pulito; una viuzza che comincia dalla chiesa parrocchiale e finisce in un sentiero mingherlino. La chiesa sovrasta a tutti gli edifizii, è isolata ed ha tutto all’ingiro una specie di terrazzo che spazia nella valle.

Il campanile bianco, inquadrato, fresco, torreggia sulle modeste casine del paese e, quando il sole è tramontato e la valle si raccoglie nella bruma, i rintocchi dell’Ave Maria riempiono i silenzi vespertini di squilli argentei, invitando alla preghiera le placide montanine, che là sull’alpe solitario si coricano accanto alla loro mucca e si addormentano col pensiero del loro amico, del moroso che adesso è in Francia, ma che presto ritornerà, se Dio vuole.

Boccioleto è un paese poco frequentato, i suoi abitanti cresciuti in mezzo a quell’isolamento hanno abitudini e gusti affatto primitivi.

Conobbi il maestro comunale, uomo già maturo, ma robusto, forte, pieno di vitalità.

Ha una faccia larga, disegnata a tratti rudi, uno sguardo mobilissimo, attivo, sguardo intelligente, avvezzo alla ginnastica di tutte le espressioni, un naso parrocchiale ed una bocca larga dalla quale erompe una voce secca e squillante. È un bel tipo di maestro, tipo fluttuante fra lo scagnozzo ed il cantore di cappella.

È maestro comunale, organista, giudice conciliatore e negoziante di latte e formaggi.

Un po’ di tutto, insomma, ma un brav’uomo di piacevole compagnia.

Parla sempre in italiano ma, essendo da tanti anni chiuso nelle sue montagne e lontano da ogni consorzio intellettuale, ha perduto la memoria dell’uso famigliare della lingua, il suo linguaggio è elevato, sorretto e infiorato di rettorica antidiluviana.

Quando incomincia un discorso, sembra che detti una lettera, con lo stile, la forma, e le esuberanti frondosità in uso negli epistolari del secolo passato.

Appena mi vide, mi venne incontro con un sorrisone lungo e acuto, dicendomi:

Suo umilissimo e devotissimo servitore.

Quando venne a salutarmi per la partenza: – Le porgo, – mi disse, – i miei più fervidi e rispettosi ossequii.

Appena seppe che anch’io ero dilettante di musica, e che al caso poteva strappare una monferrina[40] dalla tastiera dell’organo, volle subito mettermi alla prova; mi condusse su nella cantoria della chiesa parrocchiale, lui fece il tira mantice, ed io a suonare, o meglio, a ricercare fra le rovine dell’organo uno schizzo della ‘Casta Diva’[41]. E, quando ebbi finito, il maestro corse a dirmi:

– Bravo, bene, optime, che bell’andante! È sua quella musica?

– No, –  risposi senz’altro, un po’ sbalordito di tanta ingenuità.

Volle che suonassi ancora, e provai una tarantella napolitana: ed il maestro, preso da entusiasmo, corse ad abbracciarmi lasciandomi la tastiera senza fiato. La tarantella spirò in un miagolato.

Bella, arcibellissima questa marcia. È sua anche questa?

– No.

Ma lui, imperturbabile, esclamò:

Lei è un grande improvvisatore.

Mentre si scendeva dalla cantoria, il maestro mi disse:

– Domani si celebra nella chiesa della Madonna del Sasso la festa di S. Rocco. Se la signoria sua volesse intervenirvi, potrebbe dilettare con le sue sublimi armonie i nostri buoni montanari. Farà lei la mia parte sull’organo, ed io cederò di buon grado il posto a tanto maestro.

E sì dicendo, mi guardò con un’occhiata che pareva una supplica per entrare in paradiso.

– Accetto, –  risposi, – proprio per il desiderio di stare in sua compagnia.

– Noi saremo superbi di averla nella nostra pia escursione. Vedrà una bella processione, una sfilata delle più vezzose montanine.

– Badi maestro, – risposi, – ella sottolinea troppo quelle vezzose montanine!

– Sottolineo per lei, che è giovane, e può ancora compiacersi di cotali osservazioni; per me, – soggiunse con aria compunta, – a quest’ora non mi compiaccio che delle sue belle inspirazioni musicali; –  e alzando le mani borbottò:

Exultat levitate puer, gravitate senectus!

La Madonna del Sasso è un piccolo Santuario che par buttato sulla cima della montagna da un colpo di balestra.

Da Boccioleto si scende giù lungo la Sermenza sino al ponte di Piaggiono[42]; di là dell’acqua incomincia l’erta e si sale per un paio d’ore.

La processione muove da Boccioleto: il parroco col suo Alpenstok[43] precede la comitiva, biascicando di quando in quando preghiere. Segue una codiata di donne, di ragazze e fanciulli, e, man mano che il corteo avanza, ingrossa per le nuove venute, che scendono da tutti i casolari della valle.

Il maestro aveva ragione; ho veduto dei visi freschi e rubizzi, delle forme agili, snelle, piene di vigore giovanile. Vezzose montanine strette, costrette nel loro costume forte e pittoresco, salivano su pei greppi cantando inni sacri e disperdendo con leggiadre e agili movenze un fascino di ninfe boschereccie.

Nel mio pensiero rinascevano vive le Clori, le Amarilli, ingenue pastorelle dell’Arcadia; mi inebriava il profumo silvestre degli idillii Metastasiani, mi ribollivano tutte le retoriche evanescenze della prima giovinezza irradiata dalle vivide fantasie incoscienti del vero.

M’era compagno nella salita un vecchio settuagenario che volle ad ogni costo e con squisita compitezza essermi di scorta.

Durante la salita egli mi raccontava l’istoria della bella Isolina44e del Leone di S. Marco45, e, dico il vero, la sua amena e semplice narrazione mi rese meno fastidioso e lungo il cammino.

Al santuario della madonna spira un’aria così frizzante e gelida che rende necessaria una buona fiammata per asciugarsi il sudore.

Non si aspettava che me per incominciare, ed il maestro mi venne incontro sclamando: – San Rocco quest’oggi sarà ben contento del nuovo organista.

La chiesuola è costruita proprio sul culmine di una roccia che precipita giù a picco verso la valle.

Dal peristilio si domina su tutta la vallata; la Sermenza si disegna in fondo del burrone come una lunga striscia argentea, le bianche spume vedute così dall’alto sembrano immobili, cristallizzate.

Il sole era da poco spuntato. I seni di montagna esposti a tramontana erano tuttavia immersi nell’ombra azzurra, trasparente, alcuni culmini, alcuni cigli protuberanti sbalzavano fuori netti con pennellate di sole carminio da quella fitta di nebbia.

Laggiù in fondo Boccioleto rimpicciolito brillava soleggiato nella sua conca di verzura.

La chiesuola della madonna è piccola ma allegra e risplendente di luce. Non ci sono panche, il parroco tesseva il panegirico di San Rocco, e le donne ascoltavano accoccolate sul pavimento. Salii la scaletta dell’organo; il maestro era là e mi fece un inchino, una riverenza che pareva fatta per un Arcivescovo.

Quando il prevosto terminò il panegirico, il maestro mi toccò sulla spalla sussurrandomi:

– Suoni un’introduzione, piuttosto allegretto.

Buttai la mano sulla tastiera, fiaccai un pedale, cavandone un accordo che pareva un miagolato di cento gatti.

Era un organo pieno di gemiti, di guaiti, di sospiri e di scricchiolii che mettevano i brividi.

Le trombe belavano trillando come agnelle, i pedali avevano una reucedine spaventevole, e per poco non mi spaurii io stesso che pur sono avvezzo agli enarmonici ed alle dissonanze più scellerate.

Tirai via tutta la batteria rumorosa, e mi acconciai alla meglio coi flauti e con le viole.

Il maestro per cortesia si era messo in entusiasmo, e quando io, sgomentato dei suoni orribili che mi scappavano dalla tastiera, mi arrestai, egli esclamò con enfasi – Bene! – Si può essere più umano, ma non certo più compiacente.

La seconda suonata mi riuscì meno perfida, alla terza ero entrato decisamente in carreggiata e già cominciava ad esserne contento io stesso.

Dopo la messa il maestro si assise al mio posto ed intuonò accompagnandosi con l’organo le litanie dei Santi. Egli proponeva con assolo la prima parte del versetto, e le donne di sotto rispondevano la seconda.

Quanta mestizia soave, quanta innocenza, quanta poesia in quei canoni sacri della tradizione cristiana! Il coro di voci femminine saliva come profumo e, prima che spirasse la cadenza, balzava fuori di nuovo la proposta del mio maestro, il quale cantava con voce nasale da presbiterio, dondolandosi con vezzo sul suo scabello.

La festicciola terminò con una piccola refezione fatta in casa del sacrestano in compagnia del vecchio che mi fu compagno nella gita, e del parroco venuto gentilmente a ringraziarmi della mia partecipazione alla festa.

Poche ore dopo scendeva a Boccioleto molto contento della mia gita, e ben disposto per il buon pranzo che l’albergatore mi aveva preparato.

Mi fermai ancora pochi giorni, ma finalmente dovetti a malincuore abbandonare quel delizioso soggiorno.

Salutai i miei nuovi amici i quali tutti espressero il desiderio di rivedermi.

Il maestro mi strinse la mano con effusione e, quando stavo per staccarmene, proruppe:

– Caro e illustrissimo signore, mi pregio assai significarle vie maggiormente la mia devozione, e speriamo che presto spunti il faustissimo giorno del suo dolce ritorno!

– Maestro, – sclamai, – questa è rettorica.

Mi guardò, sorrise bonariamente, e disse con molta naturalezza:

– È vero, ma mi rincresce proprio di cuore di vederla partire!

Nota al testo

Nel trascrivere il testo ho riformato l’uso della punteggiatura, secondo le norme odierne: ho, a esempio, inserito la virgola per separare due aggettivi, o per evidenziare un inciso, o, se necessario alla intelligenza del testo, per sceverare due subordinate o una subordinata dalla principale.

I dialoghi, che non sempre erano distinti dal resto del testo, sono stati normalizzati con l’uso dei trattini lunghi.

All’interno dei dialoghi ho mantenuto le singole parole o le intere frasi che nell’originale comparivano in corsivo, utilizzato, evidentemente, per conferire enfasi al linguaggio comico del maestro.

In pied à terre ho inserito l’accento grave che nell’originale mancava.

Infine ho corretto i refusi palesi, consistenti in tre articoli indeterminativi maschili davanti a parola che inizia per vocale, i quali, nel testo, comparivano con l’apostrofo.

II testo

Valsesia

a un maestro di montagna

Da questa plaga palustre che si adima

giù nei vapori plumbei

della stagnante gora,

e spegne nell’afa greve ogni respiro;

da questi piani nel pelago annegati

di maremme mortifere

per entro cui diguazzano

bruchi immondi, biscie, rospi ed erbe macere;

da questi orizzonti livellati, rasi,

e casellati in rigide

figure geometriche

da miseri filari di salci anemici;

mentre il ranocchio gracida i glauchi amori,

e nel pantano i putridi

fondacci al sol fermentano,

e le zanzare infeste riddano a nembi,

a voi ripenso; e l’umile vostro abituro

mi appar sì come roseo

miraggio, dileguantesi

nel prisma magico di sognate cose.

Quasi appiattato sul verde mammellone,

occhieggia il casolare

per il nereggiar di larici

e faggi e pini, anelanti agli aspri culmini.

Dal finestrel che è sotto la gronda, abbracciasi

in un’occhiata d’aquila

un mondo, una vertigine

di terre dileguanti nell’infinito.

Un sogno, un volo, nel balenar di cosmiche

iridescenze! e un fascino,

quasi un tremor dell’anima

al vaneggiar sfondante del piano immenso.

Alto silenzio incombe da le granitiche

cervici, e ovunque impera:

solo nei muschï, un tenue

frullare di locuste saltellanti. [fine recto foglio 1]

La giovenca si inerpica su pei greppi,

e figge l’occhio vitreo

lungo i ciglioni ripidi

che giù sprofondano nel vallone bujo,

ove il torrente precipitando abbattesi

sovra le rocce viscide,

e spumeggiando sperdesi

lontan nei cupi meandri della valle.

E una fresca raffica d’aure fruscianti,

di effluvï alpestri satura

e di vapori linfei,

sale, squassando le chiome ai vecchi pini.

Le pastorelle con lunghi ohè si chiamano,

rinnovellando inconscie

con ritmi strani e barbari

gli echi canori delle genti primeve:

E il roco tintinnabulo de le mucche

abbandonate al pascolo

risponde al malinconico

canto, con monotono squillo discorde.

Sui circostanti culmini aridi e brulli,

il sol dardeggia fulgido,

e l’ombre grigie scendono

giù pei crepacci delle scoscese falde:

l’ampio orizzonte sfuma nell’etere,

e sullo sfondo cerulo,

altolibrato, olimpico,

torreggia il Rosa, di porpore fiammante.

Beato voi, mite abitator de l’Alpe,

voi che sapete intendere

con vigile pensiero

le armonie del creato ignote ai volghi!

So ben che, anche sui greppi e le impervie cime,

rimbalza inesorabile

la flagellante aspergine

di lagrime e di sangue che l’uom travaglia;

ma almen nel vostro sereno romitaggio,

sperduto fra le nuvole,

non vi funesta l’anima

il pondo di dolor che quaggiù si accumula; [fine verso foglio 1]

il bruto torpor dei volghi, la protervia

dei tristi che trionfano,

e le miserie innumeri

che striscian nel fango delle nostre vie.

E quando il sole immergesi nei corruschi

cinabri del tramonto,

irradïando un ultimo

balenar di fiamme e di bagliori cuprei,

vi è dolce ristar dalle fatiche assidue,

e respirar la vivida

brezza agrigna del vespero,

assiso sul limitar della casetta.

E dentro intanto, nella stanzetta buja,

allegro foco crepita,

arrubigliando d’ignei

e guizzanti sprazzi le pareti fumide.

Cade la sera: nella penombra azzurra

i verdi cigli imbrunano:

ricinge ancor la nivea

cervice del Rosa un casco di ori e porpore.

Giù nella valle si abbuja il paesello:

entro le nebbie plumbee,

a stento si discernono

le case aggruppate e il campanile bianco.

Gli echi lontani di ploranti squille

ondivagando flottano

per entro al bujo baratro,

note disperse, gementi “Ave maria”!

Dileguante nelle brume, ancor si scorge

la cappelletta rustica

e il tremolo lucignolo

che la vecchierella accende alla madonna.

Poi delle tenebre la silente coltrice

ognora più si accumula:

i monti alto nereggiano,

spetri sinistri di immani e torvi feretri;

ed ogni orma di cose, ingojata sperdesi

nella cieca caligine

che lentamente stendesi,

funereo drappo sulla sommersa valle!

Nota al testo

Il manoscritto consta di due carte sciolte (mm. 370 x 145), più volte piegate, fascicolate assieme a una terza carta (A-118 bis) su cui è vergata la lirica Rassegnazione edita in Povera Cetra!, Barbini, Milano 1874, pp. 55-8. L’autografo di Valsesia, firmato dall’autore, steso a penna con una grafia godibilissima, appare su fogli oblunghi, evidentemente ottenuti da pagine di dimensioni più vaste, passate in verticale da linee rosse e blu che fan capo a un casellario in cui compaiono le scritte ‘Dare’ e ‘Avere’; i fogli, forse sottratti all’ufficio dell’azienda cerealicola dello zio materno, ove l’autore svolgeva mansioni di segretario, sono stati scritti, su tre facciate numerate, per il verso contrario.

Nel trascrivere mi sono mantenuto quanto più possibile fedele all’originale. Ho conservato la -j intervocalica in bujo (vv. 40 e 103), buja (v. 89), abbuja (v. 97) e ingojate (v. 113) e ho lascito inalterato lo scempiamento in spetri (v. 112) poiché attestato nella tradizione letteraria, a esempio in Pascoli, Myricae, Notte del vento, “Venia come un volo di spetri” (v. 6), o in Gozzano, Colloqui (tuttavia posteriori a Valsesia), nella poesia omonima, “che pianse e rise, e fu come lo spetro” (v. 27), in Invernale, “Fatto lieve così come uno spetro” (v. 14), in In casa del sopravvissuto, “tutte le cose ammanta come spetri” (v. 3).

Al v. 8, la parola macere è nel manoscritto marcata con accento grafico che, nella trascrizione, ho eliminato, e così anche per etere al v. 61 e per feretri al v. 112. Ho corretto l’evidente refuso al v. 79, sostituendo innumeri a innumere.

Ho reso in corsivo i termini che nell’autografo erano enfatizzati da una sottolineatura: ohè al v. 49 e “Ave Maria” al v. 104; per quest’ultimo ho anche mantenuto le virgolette alte in cui era racchiuso.

Infine ho regolarizzato la punteggiatura, adeguandola alla prassi odierna (ad esempio eliminando la virgola tra soggetto e predicato), e ho uniformato l’uso della maiuscola e della minuscola a inizio di strofa, sostituendo alla maiuscola, che compariva in cinque casi su otto dopo il punto e virgola o i due punti, la minuscola.

Un ringraziamento va alla responsabile della sezione ‘manoscritti e rari’ della Biblioteca Civica di Vercelli, Dott.ssa Patrizia Carpo che, con la sua disponibilità, ha reso agevole la consultazione dell’autografo.

1 A. G. Cagna, La rivincita dell’amore, Milano, Galli 1891, pp. 159-73. Nella ‘edizione definitiva, nuovamente curata dall’autore’  (Torino, Gobetti 1925), Boccioleto non compare più.

[2] L’editore già pubblicò altri lavori di Cagna: Anime sperse nel 1896, Provinciali nel 1903, come nuova edizione rispetto alla precedente del 1886 uscita a Milano da Galli; l’edizione gobettiana del 1925 è la stessa vercellese, mandata fuori con un’etichetta cartacea sul frontespizio.

[3] Cfr. Luisa Facelli, Achille Giovanni Cagna ovvero la rivincita dell’autore, in AA.VV. Immagini di società locale (Vercelli 1880-1920), Achille Giovanni Cagna tra cultura e provincia, catalogo della mostra, Trino, Stampoffset 1982, p. 40.

[4] Cfr. Ermanno Paccagnini, Dal romanticismo al decadentismo. La Scapigliatura, in Storia della Letteratura Italiana, Tra l’Otto e il Novecento, La Letteratura dell’Italia Unita, Roma, Salerno editrice 1994, p. 319.

[5] Cioè senza note tipografiche. Non si fa riferimento a una raccolta; penso quindi a una plaquette di pochissime pagine contenente la sola lirica.

[6] Vedi, avanti, la nota al testo.

[7] Per una bibliografia delle opere vedi la Nota bio-bibliografica, a c. di Corrado Grassi, in A. G. Cagna, Alpinisti Ciabattoni, Torino, Einaudi 1972 e la Notizia biobibliografica in A. G. Cagna, Lo snob, romanzo inedito a c. di Francesco Acquadro, prefazione di Giuseppe Zaccaria, Novara, Interlinea 2003. Per il materiale inedito cfr. il già citato catalogo di Ordano, 1988.

[8] Giorgio Petrocchi, Scrittori piemontesi del secondo Ottocento, Torino, De Silva 1948, pp. 61-71.

[9] Ivi, p. 65.

[10] Cfr. Gianfranco Contini, Introduzione ai Racconti della Scapigliatura piemontese, Milano, Bompiani 1953.

[11] Cfr. Prefazione a Lo snob, cit.

[12] Poi in Aa.Vv., A. G. Cagna, l’uomo, lo scrittore, Milano, Barion 1926, pp. 75-8; ora in Il secondo mestiere. Prose 1920-1979, a c. di Giorgio Zampa, I, Milano, Mondadori 1996, pp. 85-90. Di differente opinione sembra Benedetto Croce quando afferma che in Cagna “vive l’alto spirito etico dell’età gloriosa, il suo semplice e umano e gentile sentire, la delicatezza nelle cose dell’amore, la pietà e la giustizia e la bontà e la rettitudine che sormontano su tutto”; e poco oltre, dopo aver detto di un certo schematismo che, talvolta, informa azioni e personaggi: “egli non cade mai nel rettorico o nel letterario ed è spontaneo e fresco”; cfr. B. Croce,  Aggiunte alla «Letteratura della nuova Italia». G. C. Molineri – A. G. Cagna, in «La critica», 35, 1937, p. 111.

[13] Per i rapporti tra romanticismo e scapigliatura rinvio a Roberto Carnero, La scapigliatura fra tradizione e innovazione, in La poesia scapigliata, a c. di R. Carnero, Milano, Rizzoli 2007, pp. 5-41. Per un’analisi condotta sul tema del paesaggio lacustre, cfr. Giuseppe Zaccaria, Cagna e gli scrittori del lago, in Ottocento letterario in Piemonte, Lecce, Milella 1997, pp. 269-91.

[14] Cfr. Petrocchi, Scrittori…, cit., p. 64.

[15] Non solo, oltre all’autenticità, è spesso associata all’idea di montagna anche quella di severità, sulla cui ascendenza in questo genere di letteratura Giuseppe Marci invita a riflettere, introducendo il volume di Giovanni Saragat e Guido Rey, Alpinismo a quattro mani, a c. di G. Marci, Centro di studi filologici sardi, Cagliari, CUEC Editrice 2003, p. XX n.

[16] Cfr. G. Bàrberi-Squarotti, Allegoria e descrizione: la montagna nella letteratura dell’Otto-Novecento, in A. Audisio, R. Rinaldi (a c. di), Montagna e letteratura. Atti del convegno internazionale, Torino, Museo nazionale della montagna “Duca degli Abruzzi”, Club Alpino Italiano 1983, p. 40.

[17] Cfr. la dedica Al mio caro amico Professore: Agostino Pergami, nella prima edizione di Alpinisti Ciabattoni, Milano, Galli 1888.

[18] Cfr. Lo snob, cit., p. 42.

[19] Tornano alla mente le celebri “vaghe montanine pasturelle” di una ballata di Franco Sacchetti.

[20] Anche visivamente queste montanine sono spesso coricate a terra, prima accanto alle mucche, e poi accoccolate sul pavimento durante la messa.

[21] Cfr. G. Bàrberi-Squarotti, Allegoria…, cit., p. 40.

[22] Le citazioni sono tratte dal capitolo Dove si va?

[23] Di volta in volta, a seconda degli accenti, interpretabile come doppio senario o, più spesso, come combinazione di settenario e quinario, o quinario e settenario. Da notare che, in più della metà dei casi (65 su 116), i versi sono sdruccioli; nel computo ho calcolato anche i versi in cui la parola conclusiva è formata da nessi di due vocali atone finali, di cui la prima non sia –i, per le quali si assume come base il monosillabo (cfr. Pietro G. Beltrami, La metrica italiana, Bologna, Il Mulino 1994, p. 152) e, tuttavia, in un contesto di versi sdruccioli, come suggerisce lo stesso Beltrami, è ragionevole pensare alla dieresi; a volte, inoltre, ove il verso non è sdrucciolo, sono comunque utilizzate parole con nessi di due vocali atone finali formanti dittongo (-ei, -ue), che inevitabilmente suonano come sdrucciole.

[24] Molti sono i termini ricercati, come al v.1 si adima (che compare in Dante, Purg., XIX, 100-102, «Intra Sïestri e Chiaveri s’adima / una fiumana bella, e del suo nome/ lo titol del mio sangue fa sua cima.»), al v. 53 tintinnabulo, al v. 71 aspergine, al v. 76 pondo, al v. 91 arrubigliando.

[25] Cfr. ancora l’Introduzione, cit., alle pp. 24 e 31.

[26] Cfr. Petrocchi, Scrittori…, cit., p. X.

[27] In tal senso, Valsesia riabilita un poco la figura di Cagna poeta (Povera cetra!, Milano, Barbini 1874; Serenate, idem 1875) del quale la critica si è pochissimo occupata, anche perché, come sostiene Carnero, si tratta di una poesia, in genere, di qualità modesta, improntata ai modi  più lisi del romanticismo sentimentale; cfr. La scapigliatura…, cit., p. 424.

[28] Cfr. A. G. Cagna, l’uomo…, cit., la citazione di Montale è a p. 76, quella di Aitelli a p. 51, quella di Mortari a p. 55.

[29] Cfr. Piero Camporesi, La carne impassibile, Milano, Il Saggiatore 1983, p. 97.

[30] Ricordano le vezzose montanine di Boccioleto che “salivano su pei greppi cantando inni sacri” e che rimettevano alla mente del narratore “tutte le retoriche evanescenze della prima giovinezza irradiata dalle vivide fantasie incoscienti del vero”.

[31] Non si può non sentire un rinvio a Carducci.

[32] Cfr. Zaccaria, Cagna…, cit., p 283 e p. 280.

[33] Qui, la casa dell’onorevole Galloresi, ove il ricco flâneur Carlo di Rosana riesce a farsi assumere come domestico, celando la sua vera identità, è luogo della dissoluzione di ogni valore etico e sociale. Ultima roccaforte di “pace e meditazione”, in cui si raccolgono gli estremi lacerti di moralità (una moralità ormai vissuta in solitudine), è la stanzetta che a Carlo viene affidata. È interessante scoprire che la descrizione di ciò che si vede da questo luogo ricordi, a tratti, alcuni versi di Valsesia in cui si dice dell’umile casetta dell’abitator dell’Alpe: “Da questa finestra abbraccio il vasto paesaggio con una guardata di falco: laggiù le montagne arrosate di sole, sfumanti nella trasparenza eterea dell’aere mattutino, una distesa fiorita di colline e di campi, brezze, profumi, colori che inebbriano, e più oltre un lembo, una chiazza metallica del lago azzurro scintillante di liquidi tremolii di sole”, Lo snob, cit., pp. 107-8.

[34] Cfr. Zaccaria, Cagna…, cit., p 285.

[35] Oggi Mollia.

[36] La nota opera di Vincenzo Bellini (1831).

[37] Si tratta della Torre delle Giavine, un monolito di gneiss che s’erge per 90 metri.

[38] Evidentemente qui Cagna si è fatto prendere dall’assonanza dei nomi, finendo per inserire nell’elenco Rimella, che non si trova “per la strada” ma fa parte della val Landwasser, all’interno della val Mastallone (a est rispetto alla val Sermenza); val Landwasser e val Mastallone biforcano all’altezza del ‘Ponte delle due acque’: Rimella è il paese culminante della prima valle, della seconda è Fobello.

[39] In realtà, all’altezza di Rimasco la valle biforca, sì che Rima è l’ultimo paese della val Sermenza, mentre Carcoforo quello della valle d’Egua.

[40] Antica danza popolare che prende origine dal Monferrato.

[41] Il riferimento è alla Norma di Bellini (1831).

[42] Si tratta della frazione Piaggiogna.

[43] Cioè il bastone da montagna.

44 Difficile sciogliere il riferimento; si potrebbe pensare alle Cento novelle del conte Lauro Corniani D’Algarotti veneziano, Venezia, Tipografia di G. B.  Merlo 1858, in particolare alla novella XLIV, Di una damigella e di un fattore, pp. 185-92; oppure al Fioravante e la bella Isolina, fola in vernacolo pisano raccolta e annotata a svago de’ bimbi da Oreste Nuti, Milano, Tipografia di G. Rozza 1878; questa fiaba è stata rielaborata da Italo Calvino, in Fiabe italiane, Milano, Mondadori 1993, pp. 473-80.

45  Penso ci si debba riferire alla leggenda di San Marco che vuole che un angelo dalle sembianze di leone alato avesse rivolto al Santo, in partenza per l’Egitto, dove avrebbe trovato la morte, questa frase: «Pax tibi Marce, evangelista meus. Hic requiescet corpus tuum», preannunciando la futura traslazione dei santi resti dall’Egitto a Venezia.

Articolo originariamente apparso su «De valle sicida», anno XXI, 1/2010, pp. 287-306.

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